Contrastare l’inquinamento acustico per salvaguardare la salute psicofisica umana ed animale…
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L’inquinamento acustico costituisce uno dei maggiori problemi ambientali: un cittadino su quattro sarebbe esposto a livelli di emissioni sonore ad alto volume.
Tra gli effetti nocivi di tale inquinamento sugli esseri umani c’è il disturbo del sonno, che può a sua volta causare problemi più gravi come ipertensione o malattie cardiache.
C’è inoltre una crescente evidenza scientifica circa gli effetti nocivi del rumore antropico non solo nella comunità umana ma anche sulla fauna selvatica e domestica. In natura, ad esempio, molte specie ricorrono alla comunicazione acustica per importanti aspetti della loro vita e l’inquinamento acustico può potenzialmente interferire con queste funzioni.
La corrente legislazione mira a ridurre tale inquinamento e mette in evidenza anche la necessità di tutelare e preservare le aree che non siano ancora sconvolte da questo problema. Le cosiddette zone tranquille sono una componente importante del paesaggio sonoro e possono costituire – in ambito urbano ed extra-urbano – un’opportunità per il recupero psico-fisico dei cittadini.
Un’area quieta in ambiente urbano o extraurbano non è necessariamente silenziosa, ma piuttosto una zona in cui vi siano alcuni tipi di suoni, come il canto degli uccelli, che di solito sono percepiti come piacevoli.
Un recente report dell’Agenzia per l’ambiente fornisce una prima mappatura delle potenziali zone tranquille nelle regioni rurali ed offre una panoramica su come queste zone potrebbero dare beneficio alle popolazioni umane ed animali.
Alcune azioni andrebbero intraprese per proteggere le aree tranquille in campagna o in piccoli centri storici, per ridurre od eliminare l’inquinamento acustico in queste zone, al fine di proteggere la salute umana e la biodiversità.
Tra le misure possibili, ad esempio, c’è l’introduzione di una normativa nazionale o locale che ponga limiti sulle emissioni sonore nelle attività commerciali o ricreative all’aperto.

(Stralcio di uno studio dell’Agenzia Ambientale Arpa)
Paolo D'Arpini
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