C’è poco tempo per salvare il pianeta…

Mancano 75 anni alla estinzione dell’umanità. A meno che…
Ecco molto dipende da questo “a meno che…” perché anche se il rischio di una estinzione dell’umanità è paventato da tempo, c’è una interpretazione confortante del rischio. Ed è che le cause sono tutte umane.
Se fossero di altra natura come sono state le cinque che l’hanno preceduta sino alla estinzione dei dinosauri, non ci sarebbe nulla da fare. Solo un continuo carpe diem per quanti in giovane età oggi potrebbero vedere continuamente avvicinarsi la loro scomparsa prevista per il 2101.
A meno che…
Invece no, quell’«a meno che» potrebbe avere risposte positive. Ma si tratta di intervenire su diciassette pericoli per il genere umano contenuti in una lista redatta per “The Lancet” da una commissione di trentacinque esperti e presentata l’11 ottobre al World Health Summit di Berlino.
Intervenire significa che «Le decisioni prese oggi dai leader determineranno la salute e il benessere della prossima generazione». Questo ha affermato il co-presidente di quella commissione Christopher Murray in un rapporto che non manca di allertare anche su «L’uso doloso dell’Intelligenza artificiale”.
Insomma le cause sono di origine umana, ma questo non necessariamente semplifica le cose, dato il tipo di leader cui toccano le decisioni. Per cui se estinzione ci sarà, sarà più correttamente, un suicidio. Come si dice? chi vivrà vedrà.
Intanto qualche cosa si potrà cominciare a vedere alla COP31 (31ª Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che si terrà ad Antalya, in Turchia dal 9 al 20 novembre 2026.
Il punto di ritorno, secondo l’Emission Gap Report
Le Nazioni Unite il 21 ottobre hanno reso noto l’ultimo Emission Gap Report 2026 che, tanto per dire subito come stanno le cose, si intitola “The Point of Return”. Che è un punto di ritorno a Parigi 12 dicembre 2015 luogo e data dell’incontro fra 195 Paesi alla COP21 i quali concordarono la necessità di mettere in atto una serie di azioni vincolanti e vincolate all’obiettivo di mantenere l’incremento delle temperature a non più di due gradi centigradi (meglio se non oltre 1,5) rispetto all’era pre-industriale.
Ma – e questo è il “ritorno” – ora, 11 anni dopo, quel rapporto ci dice che «la possibilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C, senza superare tale soglia o superandola solo in misura limitata, è ormai svanita». Non solo. Perché la direzione va verso un riscaldamento di 2,6 °C.
Tuttavia le speranze non sono perdute. Non lo sono proprio perché, come fa notare anche il bravissimo Antonello Pasini – “fisico del clima” del CNR – il vantaggio sta nel sapere che la natura non ha responsabilità, perché queste sono solo umane.
Ridurre ancora l’uso di combutibili fossili
Pur con le avvertenze che prima facevo, questo consente al rapporto dell’ONU di dire che per riuscire ad evitare il disastro «Le emissioni globali di gas serra dovrebbero essere ridotte (rispetto ai livelli del 2025) del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040». Il che permetterebbe di limitare il picco di riscaldamento globale a 1,7-1,8 °C, per poi tornare a 1,5 °C entro il 2100, “con una probabilità di circa il 50%”.
D’altra parte, si nota sempre nel rapporto, «I progressi nelle energie rinnovabili e le politiche climatiche hanno portato a una reale riduzione delle emissioni in diversi Paesi e settori; tuttavia, è necessario un potenziamento su scala globale di vasta portata per rimettersi sulla giusta rotta».
Insomma a quel The Point of Return bisogna aggiungere un “non” che suoni almeno come realistico avvertimento: ridurre costantemente e a ritmo ben superiore a quello attuale le emissioni da combustibili fossili.
Potrà mai accadere o è vana speranza dopo aver letto che il primo ministro inglese Andy Burnham ha approvato il progetto di trivellazioni per l’estrazione di gas “Jackdaw”, nel Mar del Nord al largo 230 chilometri da Aberdeen?
Si tratta di un piccolo giacimento che servirebbe a soddisfare appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale. Ma quello che conta è il principio che va totalmente contro la firma britannica agli accordi di Parigi 2015 cui prima riferivo. E che consente al leader dei Verdi Zack Polanski di definire questa decisione come un atto di «vandalismo climatico».
Ugo Leone – www.strisciarossa.it