Mi sono dovuto inventare un nuovo termine per indicare un rapporto equanime e corretto tra le varie forme viventi, l’ho chiamato “interspecismo”.
Nella definizione tradizionale scientifica l’individuazione e la differenziazione tra le specie dei viventi viene definito “specismo”. Per i negazionisti, che vogliono cancellare ogni differenziazione di scala, viene utilizzato il termine “antispecismo”. Non mi sono trovato perfettamente d’accordo con entrambi questi modi interpretativi poiché -per mia esperienza diretta- ho potuto riscontrare che la grande famiglia dei viventi non può essere specificatamente distinta, poiché è un unicum e la sua differenzazione è solo apparente e descrittiva. Tutte le figure viventi hanno una comune matrice e pur manifestando aspetti distinti rapprentano una entità, un agglomerato di cellule ed organi che contribuiscono alla formazione di un “unicum”… Una sorta di ologramma vivente in cui ogni specie contribuisce all’insieme conservando in sé l’immagine collettiva. Questo processo olografico l’ho chiamato “interspecismo”.
Pertanto il rapporto, l’interconnessione, secondo me, “ideale” (o se preferite “ecologico”) con gli animali e le piante non è né quello “emozionale” che abbiamo con i pets o con i fiori nel vaso, né quello “utilitaristico” con gli animali erbivori, sfruttati negli allevamenti industriali (o peggio ancora con quelli usati nei laboratori medici della vivisezione). Per non parlare del rapporto alienato che abbiamo nei confronti del mondo “selvatico” e delle foreste.
Andare a caccia, tenere gli animali in gabbia od in salotto, o torturarli per stupide ricerche scientifiche o conoscerli solo in forme alimentari (mangiandoli) è la dicotomia di un rapporto falsato ed ipocrita. Tutti questi comportamenti sono modi scriteriati di rapportarci con essi. Noi stessi siamo animali, quindi abbiamo bisogno di avere un contatto “equilibrato” con i nostri “fratelli e sorelle” di altra specie. Se è chiaro questo… allora comprenderete tutto il resto…
Non teniamo gli animali in gabbia (per sfruttarli fisicamente) e nemmeno nei divani (per sfruttarli psicologicamente). Dobbiamo trovare una via di mezzo che non sia il risultato di un senso di colpa o di un bisogno psicologico e nemmeno di una cecità ecologica ed etica.
Purtroppo la vita malsana e virtuale della società moderna, che si svolge in contesti urbani, distaccati dalla natura, ci porta a dover avere un rapporto con gli animali (e con il mondo vegetale) molto finto. Ce li portiamo in casa, come ho visto fare persino con maiali e conigli, serpenti, topi, etc. Oppure li ignoriamo, in quanto appaiono davanti a noi solo in forma di pezzi di carne. I pochi selvatici residui si arrabattano a vivere nel loro habitat, alla meno peggio, sempre più ristretti. Da quell’habitat “naturale” noi siamo esclusi (perché non più avvezzi a vivere nelle poche foreste rimaste) e pensiamo di conoscerli solo perché guardiamo film od il piccolo schermo.
Il problema dell’uomo è l’alienazione da tutto ciò che vive. E siamo così arrivati ad una tale distanza da assoggettare nuove specie alla cattività, perchè se alcune specie di animali non venissero tenute in cattività sarebbero destinate alla scomparsa, per via della eliminazione dal pianeta di un ambiente idoneo (l’uomo occupa sempre di più ogni spazio vitale). Insomma stiamo andando verso un ulteriore impoverimento della biodiversità. Inoltre c’è il fatto che – paradossalmente (dal punto di vista evolutivo)- alcune specie di animali in simbiosi con l’uomo hanno trovato vantaggi nella cattività (sia per la diffusione, sia per l’avanzamento intellettuale e coscienziale).
La soluzione? Siamo tutti in una grande bolgia chiamata vita e non sta bene scindere gli uni dagli altri… No quindi allo sfruttamento incondizionato ma sì al contatto empatico. Sono favorevole ad una via di mezzo. L’uomo, da animale istintuale e raccoglitore di cibo sparso, si è trasformato in un factotum che ricava attraverso il suo ingegno cibo e modi di crescita.
Il fatto è che sia nei rapporti fra esseri umani che nel rapporto con gli animali dovremmo trovare un modo “equanime” di poter esprimere il contatto e la collaborazione senza dover ricorrere a perversioni.
Avrete compreso che – a questo punto – il sano rapporto uomo natura animali è un fatto di sopravvivenza generale della vita sul pianeta in un modo simbiotico, con opportuni aggiustamenti e con opportune riflessioni sui valori della vita stessa.
Siamo in una scala evolutiva che in parte noi umani abbiamo percorso, ci manca ancora molto per arrivare alla cima della comprensione, possiamo però aiutare coloro che sono ai primi gradini senza doversi vergognare…
Sapendo che il loro bene è anche il nostro. Questo vale per le piante, per gli animali, per l’aria, per l’acqua, per le risorse accumulate sulla terra nei milioni di anni, per il nostro passato nella melma e per il nostro futuro nelle stelle. Per aspera ad astra!
Questo per me è il senso dell’ “interspecismo”.
Paolo D’Arpini – Rete Bioregionale Italiana