Wanjira Mathai (Green Belt Movement)

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INTERVISTA CON Wanjira Mathai 
(Presidente - Green Belt Movement - Kenia)          
 

“COME AFFRONTARE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO IN KENIA

Premessa

Pensiamo per un attimo alla nostra vita quotidiana: ci svegliamo presto la mattina, facciamo una doccia con "acqua corrente" (che si ottiene semplicemente ruotando la manopola del rubinetto), e possiamo rifornirci di cibo ovunque vogliamo durante tutto il giorno. Sembra tutto così normale che non riusciamo ad immaginare persone che vivono diversamente da come viviamo noi. Eppure tutto questo non è possibile per molte persone che vivono in Kenya. Negli anni settanta, le donne keniane delle zone rurali lamentavano tre problemi: 1) un prosciugamento dei fiumi; 2) un calo nella sicurezza  alimentare e 3) meno legna da ardere. Per dare una risposta a queste esigenze, nel 1977 la professoressa Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace nel 2004, ha fondato il Green Belt Movement (GBM), un organizzazione che propone innanzitutto azioni di adattamento e mitigazione al Cambiamento Climatico. Sin dalla sua istituzione, molti paesaggi sono stati ripristinati e c’è stato un significativo miglioramento nelle condizioni di vita delle donne in Kenya. Il Green Belt Movement ha sede in Kenya, con uffici negli Stati Uniti e in Europa. Tra le sue principali iniziative: 1)  Impianto di alberi e ripristino dei corsi d’acqua (Tree Planting and Water Harvesting); 2) politiche per le donne e advocacy (Gender Livelihood and Advocacy); 3)  lotta al Cambiamento Climatico (Climate Action). Quali sono le principali campagne del GBM? Quali sono le peculiarità nella lotta al Cambiamento Climatico in Africa? Quale ruolo possono avere i paesi africani nello sviluppo di modelli economici sostenibili nel XXI secolo? Wanjira Mathai, presidente del Green Belt Movement ha risposto a queste e ad altre domande.

 
  

http://www.greenbeltmovement.org/  

  
 
INTERVISTA - (giugno 2017)
L’intervista è stata realizzata e pubblicata nel mese di giugno 2017  sul sito  www.lteconomy.it

Oggetto: le iniziative del Green Belt Movement initiatives, Cambiamento Climatico e diritti delle donne in Kenia    

(a cura del core team di LTEconomy: Dario Ruggiero, Rosario Borrelli, Grazia Giordano e Sofia Tramontano)
 
 

Highlight 

  • il GBM ha preso a cuore gli interessi delle donne Keniane per fare gli interessi economici, sociali e ambientali del Paese.
  • La nostra principale attività? L’impianto d’alberi: sin dalle nostre origini, occorreva qualcosa che da un lato permettesse di aumentare il ruolo delle donne nella società keniana, e, dall’altro, risolvesse la forte crisi ambientale che caratterizzava il Paese.
  • La “watershed region” è un'area di terreno, in cui tutta la pioggia che vi cade confluisce in un unico corso d'acqua… Questo approccio è applicabile ovunque ci siano paesaggi degradati.
  • Il GBM è molto impegnato in attività di “advocacy” partecipando in forum nazionali e internazionali sul Cambiamento Climatico.
  • Io credo che i Paesi Sviluppati possano (e debbano per il fine comune) aiutarci, condividendo con noi le loro esperienze e le avanzate conoscenze, per risolvere problematiche che loro possono già agevolmente affrontare

 

 
Domanda 1. Benvenuta Wanjira. Lei è il presidente del Green Belt Movement (GBM) in Kenya. Potrebbe dirci che cosa è il GBM, quali sono gli interessi che rappresenta e perché esso è così importante per il Kenya e per Paesi simili al Kenia?
 
Il Green Belt Movement (GBM), lo dice stesso il nome, è un movimento di scopo ambientale. Quando introduco il GBM mi piace partire con una frase che subito mette in chiaro quali sono i suoi principi operativi: “il GBM ha preso a cuore gli interessi delle donne Keniane per fare gli interessi economici, sociali e ambientali del Paese.” Che cosa significa questo? Partiamo dalle nostre origini.  Il GBM fu fondato nel 1977, con una missione molto chiara: rispondere alle esigenze delle donne nelle zone rurali in Kenia che lamentavano secche nei fiumi (necessari per l’approvvigionamento di acqua) e un’offerta alimentare e di legna sempre più limitate. La fondatrice, la mia cara madre Wangari Maathai, grazie alla ventata di cambiamento apportata con questo progetto, ha ricevuto poi il Premio Nobel per la Pace (prima donna africana a riceverlo).
 
Quindi il nostro imperativo strategico è stato fin dall’origine quello di mobilitare le donne…Come? Tramite l'impianto di alberi…. Occorreva qualcosa che da un lato permettesse di aumentare il ruolo delle donne nella società keniana, e, dall’altro, risolvesse la forte crisi ambientale che caratterizzava il Paese. Abbiamo così incoraggiato le donne ad assumere la leadership nelle loro comunità per coltivare piantine e piantare alberi. Il progetto fiorì nel 2004 e,  ad oggi, sono stati piantati oltre 51 milioni di alberi con il supporto del GBN.
 
Il Kenia è una regione che ha un forte bisogno di alberi. Portare la percentuale di copertura forestale al 10%, significa impiantare altri 5 miliardi di alberi. Il Green Belt Movement possiede le capacità per impiantare 3-4 milioni di alberi all’anno. Questo significherebbe impiegare più di 100 anni per raggiungere il suddetto obiettivo. Occorre quindi uno sforzo dell’intera popolazione per ridurre il tempo di attuazione. E noi stiamo lavorando duramente a che questo accada attraverso un approccio olistico che risolvi i problemi del Kenia a 360° (economia, società, ambiente).
 
 
Domanda 2. Sappiamo che uno dei principali problemi in Africa è la scarsità di acqua. Un altro vostro progetto affronta proprio questo problema: Water Harvesting (raccolta dell’acqua). Ci può spiegare in che cosa consiste e, in modo particolare, che cosa è una “watershed region?” In quali altri Paesi pensa che questo approccio possa essere applicato con successo?
 
In Paesi come il Kenia, ed in particolar modo in alcune zone semi-desertiche, ogni goccia d’acqua è più preziosa dell’oro e deve “far gruppo” con le altre gocce per generare un accumulo d’acqua sufficiente alle esigenze della popolazione. La “watershed region” è un'area di terreno, in cui tutta la pioggia che vi cade confluisce in  un unico corso d'acqua. Il nostro obiettivo consiste nel ripristinare le acque profonde dei fondali idrici e gli ecosistemi forestali  in modo tale che le comunità locali possano accedere alle risorse naturali di base. Ancora una volta l’impianto degli alberi rappresenta un fattore essenziale nell’implementare questa strategia. Abbiamo lavorato a stretto contatto con il Ministero dell'Ambiente e delle Risorse Naturali in Kenya per ripristinare 5 grandi torri d'acqua - Mt. Kenya, Catena montuosa di Aberdare, Complesso di Mau, Mt. Elgon e le colline di Cherengani.
 
Non solo in Kenia….
 
Questo approccio è applicabile ovunque ci siano paesaggi degradati! E ci sono anche accordi globali in merito a questo problema…Infatti, così come sancito nel BONN Challenge and  NY Forest Declaration, globalmente il mondo si è impegnato a ripristinare 350 milioni di ettari di terreno entro il 2030. Per farlo occorrerà un impegno da parte di tutte le nazioni del mondo. In Africa, Il World Resources Institute e il NEPAD stanno sostenendo l'iniziativa AFR100 che mira a ripristinare i paesaggi africani di 100 milioni di ettari entro il 2030. L’iniziativa individua i Paesi in Africa ad alto potenziale di ripristino e di successo.
 
 
Domanda 3. Il Green Belt Movement (GBM) ha un proprio programma sul Cambiamento Climatico. In che cosa consiste? Si concentra più sulle azioni di adattamento o mitigazione?
 
Partiamo dalle nostre azioni di “mitigazione.” E’ ovvio che i nostri programmi di “impianto di alberi” e di “ripristino delle acque” rientrano in questo ambito. Ma non ci limitiamo solo ad azioni locali. Il GBM è molto impegnato in attività di “advocacy,” partecipando in forum nazionali e internazionali sul Cambiamento Climatico e sul ruolo delle donne nel affrontare questa importante sfida.
 
 
Domanda 4. “La donna” rappresenta pertanto un elemento fondamentale nelle vostre strategie. Perché le donne sono essenziali per lo sviluppo sostenibile? Quali azioni portate avanti per favorire  l’inclusione e il potenziamento dei diritti della donna in Kenia?
 
Il GBM, fin dalle origine ha deciso  di fare delle donne il proprio imperativo strategico? Ma perché le donne? Esse rappresentano innanzitutto la parte più vulnerabile della comunità nel caso in cui vengano a mancare l’acqua, il carburante e il cibo. Ma anche e soprattutto perché il depotenziamento dei loro diritti e delle loro capacità decisionali non aiuta lo sviluppo di queste comunità che spesso si trovano ad affrontare problemi che vanno ad incidere in modo notevole sulla vita quotidiana nella comunità. Si tenga però ben presente che il GBM non lavora esclusivamente con le donne. Ogni comunità è fatta di donne, uomini e bambini e tutte e tre le categorie contribuiscono allo sviluppo del bene comune. Le donne rappresentano per noi il catalizzatore dei cambiamenti, ma questi cambiamenti coinvolgono (anzi devono necessariamente coinvolgere) anche gli altri componenti della Comunità.
 
 
Domanda 5. Qual è il ruolo dei Paesi Avanzati nello sviluppo locale?
 
Se dovessi utilizzare una sola parola per rispondere a questa domanda, direi “condivisione!” Io credo che i Paesi Sviluppati possano (e debbano per il fine comune) aiutarci, condividendo con noi le loro esperienze e le avanzate conoscenze, per risolvere problematiche che loro possono già agevolmente affrontare. Siamo consapevoli che questo lavoro richiede soldi ed investimenti. Ma è importante che tali Paesi investano parte delle loro risorse finanziare e immateriali per risolvere le sfide più urgenti del nostro tempo. Perché se anche un solo Paese soffre, tutti alla fine saranno colpiti…
 
 
Domanda 6. Infine, in quali Paesi sono principalmente localizzati i partner del GBM? Quali sono i vostri progetti futuri?
 
Il Green Belt Movement collabora con partner localizzati in tutto il mondo, principalmente in Europa e negli Stati Uniti. In futuro, il GBM rafforzerà il proprio impegno per la difesa globale e locale dell’ambiente, per la protezione in particolare dei “commons” (parchi, campi da gioco, foreste), molti dei quali sono messi sotto pressione dalle esigenze di urbanizzazione.
 
 
 
 

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