Ramòn Vera Herrera

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INTERVISTA CON Ramòn Vera Herrera
(GRAIN, Ricercatore;  http://www.grain.org/)
(BIODIVERSIDAD, Direttore Generale, http://www.biodiversidadla.org/Autores/Ramon_Vera_Herrera)
 
Premessa
Dalla seconda metà del XIX secolo, l'umanità ha assistito ad una pericolosa perdita di biodiversità agricola che ha colpito non solo le specie coltivate (biodiversità inter-specifica) ma anche le varietà esistenti all'interno della stesse specie (biodiversità intra-specifica). La tendenza nell'uso di un numero limitato di specie di piante agricole uniformi, in difesa di un modello agricolo industrializzato e centralizzato, ha condotto verso un pericolosissimo appiattimento genetico dei semi. L’attuale tendenza verso una maggiore industrializzazione dell’agricoltura non è, pertanto, assolutamente in grado di garantire la diversità genetica necessaria ad affrontare le sfide future che ci attendono: il cambiamento climatico, l'aumento della popolazione, l’insorgere di nuove malattie e parassiti. Perché la biodiversità è così importante per il nostro pianeta? Perché si sta drasticamente riducendo? Qual è l' attuale quadro normativo in materia di privatizzazione dei semi e in che modo è influenzato dalla Convenzione UPOV? Perché in America Latina le comunità locali si oppongono così strenuamente agli effetti della convenzione UPOV nei loro Paesi? Qual è la situazione attuale in questi Paesi? Ramón Vera Herrera, direttore generale della Biodiversidad e uno dei membri di GRAIN per l'America Latina, ha risposto a queste e altre domande.
 

Oliver Tickell

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INTERVISTA CON Oliver Tickell
(The Ecologist, Operetional Editor, http://www.theecologist.org/)

 
Premessa
Nata come disciplina di studio nella seconda metà del 900, “l’Ecologia”, nel corso del tempo, ha portato alla nascita di diversi movimenti ed è stata oggetto di lunghi dibattiti, in particolare tra un approccio olistico e un approccio riduzionista alla materia. Oggi è possibile distinguere due rami di pensiero: l’Ecologia di superficie, che propone la riduzione dell’inquinamento e la conservazione dell’ambiente naturale senza cambiare la visione della cultura occidentale (approccio antropocentrico); l’Ecologia profonda (termine coniato da Arne Naess nel 1973), che propone un cambiamento radicale nella cultura occidentale, muovendosi definitivamente da un approccio antropocentrico a un approccio eco-centrico. Nel 1970 Edward Goldsmith, uno dei più importanti ecologisti dello scorso secolo, ha fondato il “The Ecologist”, una rivista che oggi è ampiamente considerata come leader nell’ambito delle tematiche ambientali. Negli ultimi decenni, sempre più pubblicazioni (non solo da parte del “The Ecologist”) hanno mostrato l’incompatibilità tra lo stile di vita delle società avanzate e la conservazione del nostro pianeta. Il risultato di tale incompatibilità ha portato a una rottura degli equilibri del nostro ecosistema e all’emergere di non pochi problemi.  Può l’Ecologia rappresentare la risposta a problematiche globali come il cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse? Quanto progresso hanno fatto la scienza e i movimenti ecologici dal 1970 a oggi? Possono movimenti come quello della “decrescita”, di “Transition Town”, della “Permacultura” rappresentare un elemento di un percorso verso un mondo più ecologico? I Paesi emergenti rappresentano una minaccia in termini di cambiamento climatico? Quali sono i principali piani del “The Ecologist” al fine di alimentare ulteriormente il dibattito ambientale? Oliver Tickell, il nuovo Operetional Editor del sito del “The Ecologist” ( www.theecologist.org) e autore di “Kyoto2” (un libro che propone un blueprint per una governance climatica efficace), ha risposto a queste e ad altre domande.
 

Douglas Tompkins

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INTERVISTA CON Douglas Tompkins
(Foundation for Deep Ecology , Presidente, http://www.deepecology.org/index.htm; Tompkins Conservation, Presidente, http://www.tompkinsconservation.org/home.htm)
 
Premessa
Nata come disciplina di studio nella seconda metà del 900, l’Ecologia, nel corso del tempo, ha portato alla nascita di diversi movimenti ed è stata oggetto di lunghi dibattiti tra chi propone un approccio olistico alla materia e chi, invece, ha una visione riduzionista della stessa. Oggi è possibile distinguere due rami di pensiero: l’Ecologia di superficie, che propone la riduzione dell’inquinamento e la conservazione dell’ambiente naturale senza cambiare la visione della cultura occidentale (approccio antropocentrico); l’Ecologia profonda (termine coniato da Arne Naess nel 1973), che propone un cambiamento radicale nella cultura occidentale, passando definitivamente da un approccio antropocentrico a un approccio eco-centrico. Molti scienziati e molti politici sono scettici sul ruolo che “l’ecologia profonda” può avere nel migliorare il benessere dell’uomo e nel risolvere I problemi globali. La realtà è che la moderna visione antropocentrica sta danneggiando le relazioni sociali dell’uomo e i suoi rapporti con l’ambiente. Può “l’Ecologia profonda”, sia come disciplina che come movimento, giocare un ruolo chiave nel ridefinire la posizione dell’uomo nel nostro pianeta? Quali sono le principali questioni ecologiche che dovremo affrontare nel prossimo futuro? Douglas Tompkins, presidente sia della “Deep Ecology Foundation” che della “Tompkins Conservation” ha risposto a queste e ad altre domande.
 

Erik Assadourian

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INTERVISTA CON Erik Assadourian
(Worldwatch Institute, Senior Fellow; Direttore del “The Transforming Cultures Project”, e Co-direttore di quattro edizioni del Report   “State of the World” del Worldwatch Institute)
http://www.worldwatch.org/
 
Premessa
Dal 1980 il Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale è cresciuto (in termini reali) del 175% (ciò significa che l’economia globale ora è quasi tre volte quella del 1980); nel frattempo le emissioni globali di anidride carbonica sono aumentate del 73,6% e la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha raggiunto le 400 parti per milione (ppm) (in epoca pre-industriale essa era pari a 280 ppm). Il rapporto tra l’impronta ecologica dell’uomo e la capacità della Terra di rigenerarsi (la cd. Biocapacità) è di 1,5; il che significa che la Terra non è abbastanza grande da soddisfare i bisogni e i desideri degli uomini e che, con questi ritmi di crescita del consumo, le risorse della Terra e i servizi ecosistemici sono destinati ad affrontare un declino progressivo. La crescita media annua del PIL nei Paesi avanzati tra il 1980 e il 2012 è stata del 2,3 %, mentre quella dei BRICS è stata pari al 6,2%; anche nei Paesi dell’Africa sub-sahariana il PIL reale è aumentato nel suddetto periodo (3,6 % annuo). Tuttavia, il livello di benessere (in termini di salute, relazioni sociali, felicità, uguaglianza sociale etc…) si sta riducendo: il numero di persone affette da malattie croniche sta aumentando, sia nei Paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo; le malattie infettive stanno iniziando a diffondersi nuovamente per effetto dei cambiamenti climatici e dell’abuso degli antibiotici che, in questo modo, diventano sempre meno efficaci; le relazioni sociali si stanno progressivamente indebolendo e il tasso di criminalità nel mondo sta aumentando; nel mondo c’è un’iniqua distribuzione della ricchezza e del consumo di risorse. Perché il sistema fondato sulla “crescita economica” non ha determinato un aumento reale del benessere umano? Può un sistema basato sulla “decrescita” rappresentare la soluzione ai maggiori problemi ecologici e sociali del mondo (cambiamenti climatici, esaurimento delle risorse, ingiustizia, povertà cronica, etc…)? Cosa si può fare per trasformare un sistema basato sulla decrescita in una realtà? Erik Assadourian, Senior Fellow presso il Worldwatch Institute, direttore di due importanti report annuali (Vital Signs e State of the World), ha risposto a queste e ad altre domande.
 

Luca Alinovi

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INTERVISTA CON Luca Alinovi
(Direttore dell’ufficio della Food Agricultural Organization of the United Nations in Somalia - www.faosomalia.org)

Premessa
La Somalia è uno dei Paesi più poveri al mondo: il suo Prodotto Interno Lordo (PIL) a Parità di Potere di Acquisto (Purchasing Power Parity - PPP) è pari a 5,9 miliardi di dollari (il PIL PPP degli Stati Uniti è di 15.290 miliardi) e il suo PIL pro capite è di 289 dollari all’anno (a parità di potere di acquisto, esso è pari a circa 600 dollari all’anno; negli Stati Uniti è di 49.000 dollari e in Quatar di 104.300 dollari). La Somalia è una terra permeata da continue e stremanti guerre, dove i militari, i gruppi armati dei clan locali e gli islamisti lottano per il potere dal 1991, dopo la caduta del regime militare. Inoltre, la Somalia ha recentemente vissuto (2010-2012) una delle più gravi siccità nella sua storia, che, grazie anche al contributo della guerra civile in corso, ha scatenato un’intensa carestia che ha ucciso circa 258.000 persone (pari a al 2,5% dell’intera popolazione somala), metà delle quali erano bambini con età inferiore ai cinque anni. Perché la Somalia è tanto povera? Possono i giovani somali cambiare le sorti del proprio Paese? Possono essere evitate nuove carestie? Quali priorità devono essere seguite al fine di generare una rinascita della Somalia? Luca Alinovi, direttore dell’ufficio della Food Agricultural Organization of the United Nations in Somalia ha risposto a queste e ad altre domande.