Oliver Tickell

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INTERVISTA CON Oliver Tickell
(The Ecologist, Operetional Editor, http://www.theecologist.org/)

 
Premessa
Nata come disciplina di studio nella seconda metà del 900, “l’Ecologia”, nel corso del tempo, ha portato alla nascita di diversi movimenti ed è stata oggetto di lunghi dibattiti, in particolare tra un approccio olistico e un approccio riduzionista alla materia. Oggi è possibile distinguere due rami di pensiero: l’Ecologia di superficie, che propone la riduzione dell’inquinamento e la conservazione dell’ambiente naturale senza cambiare la visione della cultura occidentale (approccio antropocentrico); l’Ecologia profonda (termine coniato da Arne Naess nel 1973), che propone un cambiamento radicale nella cultura occidentale, muovendosi definitivamente da un approccio antropocentrico a un approccio eco-centrico. Nel 1970 Edward Goldsmith, uno dei più importanti ecologisti dello scorso secolo, ha fondato il “The Ecologist”, una rivista che oggi è ampiamente considerata come leader nell’ambito delle tematiche ambientali. Negli ultimi decenni, sempre più pubblicazioni (non solo da parte del “The Ecologist”) hanno mostrato l’incompatibilità tra lo stile di vita delle società avanzate e la conservazione del nostro pianeta. Il risultato di tale incompatibilità ha portato a una rottura degli equilibri del nostro ecosistema e all’emergere di non pochi problemi.  Può l’Ecologia rappresentare la risposta a problematiche globali come il cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse? Quanto progresso hanno fatto la scienza e i movimenti ecologici dal 1970 a oggi? Possono movimenti come quello della “decrescita”, di “Transition Town”, della “Permacultura” rappresentare un elemento di un percorso verso un mondo più ecologico? I Paesi emergenti rappresentano una minaccia in termini di cambiamento climatico? Quali sono i principali piani del “The Ecologist” al fine di alimentare ulteriormente il dibattito ambientale? Oliver Tickell, il nuovo Operetional Editor del sito del “The Ecologist” ( www.theecologist.org) e autore di “Kyoto2” (un libro che propone un blueprint per una governance climatica efficace), ha risposto a queste e ad altre domande.
 
Oliver Tickell: Oliver Tickell è il direttore del sito del “The Ecologist”. E’ autore, giornalista, economista e attivista in tematiche ambientali. Nel suo libro, “Kyoto 2” (Zed Books 2008) (http://www.kyoto2.org/), propone un progetto per una governance climatica efficace. Per molti anni, Oliver è stato amico del fondatore del “The Ecologist”, Teddy Goldsmith, portandolo a costruire un sito web in cui ha pubblicato l’intero archivio degli articoli e delle interviste di Goldsmith. Gli articoli di Oliver sono stati pubblicati in molti noti quotidiani e riviste, inclusi il “New Scientist”, il “New Statesman” e il “The Economist”.  Oliver è anche un ottimo oratore e un broadcaster di esperienza della “BBC”. Ha studiato fisica all’“Università di Oxford” ed è socio fondatore del “Green Economics Institute”.
 
The Ecologist: “the Ecologist” è la rivista leader a livello mondiale con riferimento alle tematiche ambientali. E’ stata fondato nel 1970 da Edward Goldsmith. La rivista è diventata nel corso del tempo la piattaforma chiave per I movimenti ambientalisti. Il “The Ecologist” è diventato una rivista di fama mondiale nel 1972, quando ha dedicato un’intera edizione al suo “Blueprint for Survival” (Progetto per la Sopravvivenza), un manifesto di cambiamento radicale cha ha proposto la formazione di un movimento per la sopravvivenza. Il “Blueprint for Survival” ha venduto più di 750mila copie cartacee. Negli anni a seguire, la rivista ha continuato a guadagnare terreno nell’ambito delle tematiche ambientali, in modo particolare mettendo sotto accusa il cambiamento climatico globale durante le siccità in Africa degli anni ‘’70, e portando all’attenzione pubblica l’estensione delle operazioni di taglio-e-incendio che hanno devastato la foresta amazzonica negli anni ‘’80. La rivista è andata avanti svelando la falsità dietro i progetti dell’energia nucleare nel garantire elettricità a costi economici. Nel corso degli ultimi dieci anni il “The Ecologist” ha continuato a porre in evidenza le contraddizioni della globalizzazione economica, gli effetti sulla salute dell’inquinamento quotidiano, e l’enorme costo ambientale dell’agricoltura industriale. Molte delle tematiche affrontate dal “The Ecologist” sono riuscite a penetrare anche nel mainstream politico. Al fine di raggiungere un pubblico più ampio, nel 2009 la rivista ha lanciato un proprio sito web. Essa continua a fornire un mix di analisi approfondite, news ambientali e consigli pratici per una crescente comunità di individui impegnati nella lotta al cambiamento sociale e ambientale.


 
INTERVISTA - (Dicembre 2013) 
Intervista realizzata nel mese di Dicembre 2013 e pubblicata nel mese di gennaio 2014 (Nostra traduzione su intervista originale in inglese)
Oggetto: Ecologia - Il ruolo dell'Ecologia nella nostra società;  l'approccio dell'ecologist; il dibattito sul cambiamento climatico e il ruolo dei Paesi emergenti

 
Domanda 1: Lei è il direttore del sito web del “The Ecologist”, una delle più importanti riviste di ecologia al mondo. Che tipo di approccio adotta il “The Ecologist” in tema di ecologia, e in particolar modo con riferimento alle sue due principali branche: “Ecologia Profonda” ed “Ecologia di Superficie”?
 
Risposta:
Il termine “Ecologia” ha due significati separati: da un lato c’è la “scienza dell’ecologia” (che come le altre scienze è precisa e scientifica) e, dall’altro, l’“ecologia politica” (che consiste nel chiedersi come – e condurre azioni volte a – rendere la società e l’economia conformi ai principi ecologici). Sotto questo punto di vista, la rivista “The Ecologist” ha una missione prioritariamente politica piuttosto che scientifica.
Con riferimento alla distinzione tra Ecologia Profonda (che chiede un cambiamento radicale nello stile di vita della società) ed Ecologia di Superficie (che preserva una visione antropocentrica - l’ambiente deve essere protetto per il benessere degli uomini -), noi abbiamo bisogno di applicare entrambi gli approcci. Questo perché, a livello ideale, dovremmo suscitare il consenso dell’intera società (per cambiarla in meglio); il focalizzarci esclusivamente sull’Ecologia Profonda ci permetterebbe di raggiungere solo una minoranza di filosofi pensatori profondi, tralasciando, invece, molte altre persone, incluse quelle che vengono definite come “Shallow Green”, che sono comunque importanti. Ad esempio, io ho recentemente scritto un articolo sulla produzione biodinamica di vino; tale argomento certamente non appartiene al campo dell’Ecologia Profonda, ma se le persone comprano questo tipo di vino, allora ci sarà un piccolo progresso verso un mondo più ecologico.
 
* Il termine Shallow Green (letteralmente “Verdi superficiali”) riguarda le idée, I movimenti e e le persone che affrontano il tema dell’ambiente senza un’analisi effettiva e una sua reale conoscenza; spesso il fine dei dibattiti che ne derivano sono commerciali o di auto-promozione.  
 
 
Domanda 2La rivista “The Ecologist” è stata fondata nel  1970. Può spiegarci il progresso fatto dal termine “Ecologia” e, più in generale, dei movimenti ecologisti da allora?
 
Risposta:
L’Ecologia ha fatto enormi avanzamenti dal 1970: il termine è adesso generalmente compreso dalla popolazione e il movimento ambientalista è tanto vasto e maturo quanto non lo è mai stato in precedenza. Dall’altro lato, anche le cose che maggiormente opponiamo hanno incrementato il proprio potere. Dal 1970 a oggi, il riscaldamento globale, la deforestazione, l’estinzione delle specie e lo sfruttamento delle risorse naturali sono tutti cresciuti a un passo terrificante e, allo stesso tempo, il potere delle corporation, che contribuiscono fortemente a questi problemi, è aumentato. In particolare,
 
 “le grandi corporation hanno guadagnato potere nel processo politico. Questa è una sfida seria per il movimento ambientalista, perché esso è fondamentalmente un movimento democratico e oggi il processo democratico è in gran parte nelle mani delle corporation.”
 
 
Domanda 3: Edward Goldsmith, il fondatore del “The Ecologist”, era un forte oppositore della “globalizzazione” e del “capitalismo”. Quali sono gli aspetti positivi e negativi di questi due permeanti processi?
 
Risposta:
“Teddy” (Edward Goldsmith) è stato lui stesso un “globalista”: ha viaggiato molto intorno al mondo ed è stato uno dei fondatori del movimento ambientalista globale, raggruppando organizzazioni e movimenti localizzati in differenti parti del mondo. Quindi la globalizzazione non è completamente cattiva! Tuttavia, essa ha i suoi aspetti molto negativi. Mi riferisco alla globalizzazione e al capitalismo in campo finanziario e commerciale, le cui dimensioni e il cui impatto nelle nostre attività quotidiane sono enormemente cresciuti nel corso degli ultimi decenni. Questo tipo di globalizzazione (una sorta di licenza del potere delle corporation nel mondo) indebolisce le policy di protezione ambientale dei singoli Paesi: molti Paesi hanno impiegato decenni  nel rinforzare le loro leggi in tema di protezione ambientale, ma, dopo la sottoscrizione di “accordi commerciali internazionali”, tali leggi (emanate dai parlamenti nazionali) possono improvvisamente perdere la propria validità legale. In conclusione, “la democrazia nazionale è controllata dalle grandi corporation”; questo è un aspetto terrificante! Per questa ragione, il “The Ecologist” ha sempre lottato contro questi accordi commerciali, in prima battuta contro il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), poi contro la World Trade Organization (WTO), e, adesso, in programma, ha un’altra serie di dibattiti sul tema del commercio internazionale.
 
 
Domanda 4: Oggi, nel mondo, stanno emergendo diversi movimenti: il movimento della “Decrescita”; il movimento “Transition Town”, la “Permacultura” etc.  Che relazione c’è tra l’Ecologia e questi movimenti? Possono essi rappresentare un buon passo verso una società più sostenibile da un punto di vista ambientale?
 
Risposta:
Bene, io penso che questi movimenti hanno molte risposte alla questione ambientale, semplicemente perché essi affrontano il cambiamento climatico in una prospettiva “positiva”. Lasciate che vi spiega meglio. E’ nella natura del Movimento Ambientalista impiegare la maggior parte delle proprie energie nell’attaccare ciò che è sbagliato (si fanno campagne contro le “cose negative”, contro ciò che danneggia lì’ambinente). Ma l’agire solo in questo modo (denunciando il “diavolo”) può rendere il nostro modo di pensare“negativo”! Pertanto,  è molto importante anche avere “una visione” del mondo per cui noi stiamo combattendo, una visione di come il mondo dovrebbe essere, esattamente come stanno facendo i suddetti movimenti.  Questo modo di agire spinge la nostra psicologia verso un modo di pensare “positivo”. In conclusione, ciò di cui noi, come “ambientalisti”, abbiamo bisogno è un approccio bilanciato che, da un lato, supporti tali soluzioni e, dall’altro, attacchi i problemi negativi.
 
 
Domanda 5: Nel corso degli ultimi decenni, Paesi come la Cina e quelli dell’America Latina sono divenuti molto più industrializzati e possono rappresentare una seria minaccia per i fragili equilibri del nostro pianeta. Qual è nella sua opinione l’approccio di tali Paesi nei confronti del cambiamento climatico?
 
Risposta:
Chiaramente, i Paesi emergenti hanno avuto una crescita economica enorme nel corso degli ultimi decenni; ne consegue che i loro livelli di inquinamento, la loro domanda di beni e risorse e, più in generale, il loro impatto ambientale sono fortemente aumentati. Pur se estremamente preoccupante, tale processo era inevitabile. Adesso, la domanda è: sono questi i Paesi che devono essere incolpati per il processo di degradamento ambientale? La risposta è “non completamente”. Consideriamo la Cina. Nonostante essa non sia una democrazia (nel concetto occidentale di democrazia), essa si sta dimostrando sorprendentemente solerte nel rispondere alla pressione democratica sulle tematiche ambientali: per esempio, essa si sta impegnando fortemente nel ridurre l’inquinamento in città come Beijin, dove la qualità dell’aria è diventata un problema di grande preoccupazione per la popolazione locale. Il governo cinese sta disperatamente provando a soddisfare la crescente richiesta di standard di vita più elevati senza però aumentare l’inquinamento e depauperare l’ambiente. “La Cina è il più grande motore mondiale in tema di energia rinnovabile”, il leader mondiale nella produzione di turbine eoliche e di celle fotovoltaiche; essa ha più installazioni termali solari che il resto del mondo messo insieme. In tal senso, la Cina ha molto da insegnare agli altri Paesi su come procedere nella transizione verso la “green economy”.
La cosa che oggi appare molto preoccupante nel dibattito sul cambiamento climatico è la presenza di Paesi che si oppongono a qualsiasi tentativo di progresso ambientale. Tali Paesi sono stati definiti con il termine di sabotatori climatici: Australia, Canada, Arabia Saudita, Giappone, India e Polonia. Ora, mentre l’aumento delle emissioni di CO2 in Giappone è ampiamente dovuta alla chiusura di centrali nucleari in seguito all’incidente di Fukushima, nel caso dell’Australia  e del Canada, non c’è alcuna scusa che possa motivare le loro policy anti-ambientali. Questi sono Paesi ricchi di risorse e sembrano aver intrapreso un percorso che massimizza la distruzione ecologica al fine di realizzare il massimo sviluppo della ricchezza economica. Tale visione anti-ecologica è molto vicina a quella del “Tea party” negli Stati Uniti; fortunatamente, questo partito non è forte abbastanza da far realizzare le politiche ecologicamente distruttive che stanno portando avanti il Canada e l’Australia.
 
 
Domanda 6: Nel 2008 lei ha pubblicato un libro, “Kyoto2”, dove propone un nuovo accordo climatico. Può spiegarci quali sono le principali proposte del suo libro al fine di risolvere il problema del cambiamento climatico?
 
Risposta:
Ciò di cui la lotta al cambiamento climatico ha disperatamente bisogno è “un approccio globale”. Fino adesso, ciascun Paese ha stabilito i propri target e/o ha sottoscritto obbligazioni sotto il Protocollo di Kyoto; ma questo approccio individuale non funziona, perché, in un mondo globalizzato, le emissioni (così come la produzione) possono essere de-localizzate. Quindi è necessario stabilire un tetto globale alle emissioni di CO2. Attualmente, il metodo economicamente più efficiente di allocare i diritti di produrre energia da combustibili fossili è “un’asta” dove qualsiasi impianto (di petrolio o carbone) può partecipare in modo equo. Una volta che tali permessi sono stati allocati, essi dovrebbero essere negoziabili e l’ammontare di denaro generato attraverso questo processo (all’incirca un trilione di dollari all’anno) dovrebbe essere utilizzato per costruire infrastrutture energetiche efficienti e poco inquinanti nei Paesi in via di Sviluppo.  Tuttavia, i combustibili fossili non sono l’unica causa del cambiamento climatico; è necessario affrontare anche altre fonti di emissioni di anidride carbonica, come la distruzione delle foreste. Il metodo più efficace in questa prospettiva consiste nel ricompensare i Paesi che contribuiscono positivamente alla conservazione delle foreste. Infine, in alcuni settori i meccanismi di pricing (come quelli sopra descritti) possono non essere sufficienti e vanno integrati con dei regolamenti. Questo accade in settori caratterizzati da fallimenti di mercato, come ad esempio il settore automobilistico: in questo caso, la leva del prezzo può non indurre una persona a comprare l’automobile meno inquinante, per cui è necessario che ci siano forme di regolamento  che agiscano in tal senso.
 
 
Domanda 7: Quali sono I topic principali su cui il “the Ecologist” si sta attualmente concentrando?
 
Risposta:
Il topic più importante per il “The Ecologist” adesso sono le forme di “Energia Estrema”. Il “The Ecologist” si oppone fortemente alle operazioni di fracking, alla rimozione di parti di montagne da parte delle miniere di carbone, l’esplorazione di petrolio nelle profondità e nelle parti finora intatte degli oceani e l’istallazione di centrali nucleari. Altre tematiche a cui il “The Ecologist” si oppone fortemente sono “gli Organismi Geneticamente Modificati” e “la deforestazione”. In particolare, noi ci opponiamo fortemente alla deforestazione “irrazionale”, come quelle effettuate per la produzione di bio-energia: probabilmente, l’impatto ambientale della distruzione di foreste per la coltivazione di “olio di palma” per la produzione di bio-energia è centinaia di volte più elevato di quello generato dal semplice utilizzo del petrolio.
 
 
Domanda 8: Secondo l’IPCC (Climate Change, 2013) e le osservazioni del NOAA sulla concentrazione di  CO2 nell’atmosfera (a maggio del 2013 esse hanno toccata le 400 parti per milioni), c’è un urgente bisogno di far fronte seriamente al cambiamento climatico. Lei pensa che siamo ancora in tempo per invertire il processo di riscaldamento globale? Quali sono le principali azioni da porre in atto al fine di affrontare tale importante problematica?  
 
Risposta:
E’ scientificamente dimostrato che, anche se stoppassimo le emissioni di CO2 fin da adesso, l’anidride carbonica già presente nell’atmosfera è destinata a generare un ulteriore riscaldamento del clima (e con esso un maggiore deterioramento ambientale) per un lungo periodo.  Nonostante tutto, noi dobbiamo tagliare le emissioni. La semplice riduzione del tasso di crescita delle emissioni di CO2 (così come stiamo cercando di fare adesso), non è sufficiente. La maggiore speranza in questa battaglia viene da un’accelerazione nello sviluppo di energie rinnovabili:  il costo di tali tecnologie, in modo particolare di quelle relative ai pannelli fotovoltaici, si riduce fortemente quando applicate su larga scala. Occorre far aumentare la consapevolezza globale circa il fatto che le infrastrutture energetiche rinnovabili producono energia meno costosa e meno inquinante rispetto alle infrastrutture basate su fonti fossili.
 
 
Domanda 9: Infine, qual è il ruolo dell’informazione nel guidarci verso un mondo ecologicamente più sostenibile?
 
Risposta:
Bene, questo è il campo in cui opera il “The Ecologist”: “pubblicare informazioni per il cambiamento e l’attivismo”. Tuttavia, come le informazioni sono importanti per noi, così esse sono importanti per i nostri rivali. Grazie a Edward Snowden, adesso noi definitivamente sappiamo che ci sono servizi di intelligence che monitorano I nostri dati e che questo processo è svolto in cooperazione con le corporation. Queste grandi corporation sfruttano tali informazioni al fine di modellare il pensiero e lo stile di vita delle persone nel modo che meglio sostiene la crescita del loro profitto economico, senza considerare l’impatto ambientale. Pertanto, per noi “gestire le informazioni” significa allo stesso tempo lottare contro “la cattiva comunicazione” e “fare un buon uso delle informazioni” per condurre al cambiamento. Il fine ultimo del “The Ecologist”, è quello di rendere l’informazione maggiormente pubblica e diffusa e di utilizzarla per preservare il nostro ecosistema. 
 
 
 
 
 
 
 
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