Mathis Wackernagel

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INTERVISTA CON Mathis Wackernagel
(Global Footprint Network, Presidente - http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/)

Mathis Wackernagel è il co-ideatore dell’Ecological Footprint e Presidente del Global Footprint Network, un think-tank internazionale in tema di sostenibilità. Il Global Footprint Network si focalizza nel portare avanti un modello economico sostenibile in cui tutti possano vivere entro i confini dei mezzi messi a disposizione dalla Terra. Esso propone l’Ecological Footprint (Impronta Ecologica) - che misura quanto capitale naturale utilizziamo e quanto capitale naturale abbiamo a disposizione - quale mezzo per portare i limiti ecologici al centro delle decisioni ovunque. Recentemente il Global Footprint Network è stata nominata (per il secondo anno consecutivo) come una delle prime 100 organizzazione non governative del mondo dal Global Journal. Secondo i risultati dell’edizione del 2011, attualmente l’umanità sta utilizzando l’equivalente di un pianeta più grande della Terra (per la precisione, grande 1 volta e mezzo la Terra) per procurarsi le risorse di cui ha bisogno e per far assorbire i rifiuti che produce. Che cosa significa tutto questo?E cosa possiamo fare per salvare il nostro pianeta dall’esaurimento delle risorse? Abbiamo chiesto a Mathis Wackernagel queste e altre domande.
 
INTERVISTA - (Febbraio 2013)
Intervista realizzata e pubblicata ne mese di Febbraio 2013 - (Nostra traduzione su intervista originale in inglese) 
Oggetto: Impronta Ecologica; cause e conseguenze di un'impronta ecologica troppo alta
 
 
1. Domanda: Il Global Footprint Network fu fondato nel 2003. Quali furono i driver a quel tempo che ispirarono la sua fondazione,  quanto progresso ha fatto da allora e su quali attività si sta maggiormente focalizzando attualmente?

Risposta:
Le discussioni sullo sviluppo sostenibile che non prendono in considerazione “quanto pianeta” abbiamo a disposizione e quanta parte di esso noi usiamo non hanno alcun senso. Nonostante ciò, la maggior parte delle discussioni in tema di sostenibilità sia nelle Nazioni Unite che nei Piani nazionali e nelle iniziative locali continuano ad ignorare questo fatto basilare. Questo ci portò a concepire l’idea di “Impronta Ecologica” (Ecological Footprint) all’inizio degli anni “90. Incoraggiati dal successo iniziale, pensammo l’Impronta Ecologica avesse bisogno di una propria “casa” internazionale e così fondammo il Global Footprint Network nel 2003. Esso è diventato un think-tank non-profit internazionale presente in Oakland (California), Ginevra e Brussels. Il Global Footprint Network opera per porre fine al sovra utilizzo ecologico portando i limiti ecologici al centro delle decisioni, utilizzando la misura dell’Ecological Footprint. L’obiettivo è quello di influenzare i cambiamenti nei grandi investimenti e nelle policy e creare stakeholder strategici per supportare la sostenibilità globale.
Nel 2005, il Global Footprint Network lanciò una campagna con l’obiettivo di istituzionalizzare l’Impronta Ecologica in almeno 10 Paesi entro il 2015. Più di 50 Paesi hanno preso un contatto diretto con l’organizzazione e 17 hanno completato una revisione dell’Impronta. Il Giappone, la Svizzera, gli Emirati Arabi, l’Ecuador, la Finlandia, la Lettonia, il Lussemburgo, la Scozia, Wales hanno formalmente adottato il Footprint in iniziative ufficiali del governo. Annualmente aggiorniamo i conti dell’Impronta Ecologica (Ecological Footprint accounts) a livello mondiale, usando circa 7.000 dati per Paese e anno. Durante la nostra esistenza siamo stati in contatto con 53 governi nazionali (di cui 18 nel 2012) attraverso report specifici, workshop e meeting.
Anche se non siamo stati ancora capaci di far fare dietrofont ai Paesi, i nostri sforzi sono sempre più riconosciuti: recentemente il Global Footprint Network è stata nominata (per il secondo anno consecutivo) come una delle prime 100 organizzazione non governative del mondo dal Global Journal e due dei suoi dirigenti (e alcuni dei consiglieri) sono stati inclusi tra i 100 innovatori sociali  dall’Enrich List.  Nel 2010, William Rees ed io – entrambi co-creatori dell’Ecological Footprint – abbiamo ricevuto il Kenneth E. BouldingMemorial Award dell’International Society for Ecological Economics e il  Blue Planet Prize, dell’Asahi Glass Foundation; io, inoltre sono stato premiato con il BindingPrize for Nature and Environmental Conservation.Per ulteriori informazioni sull’associazione si visiti il sito www.footprintnetwork.org.
 

2.
Domanda: Secondo i risultati dell’Ecological Footprint del 2011, la biocapacità della Terra è pari a 1,8 ettari per persona, mentre l’Impronta Ecologica dell’uomo è di 2,7 ettari. Questa differenza significa che abbiamo bisogno di un Pianeta 1,5 volte più grande della Terra per soddisfare la nostra domanda di risorse. In altre parole, stiamo esaurendo le risorse del nostro pianeta. Quali sono le principali conseguenze nel breve, nel medio e nel lungo termine?
 
Risposta:
Se noispendiamopiù di quantoguadagniamo, esauriamo la nostra ricchezza e probabilmente ci dirigiamo verso la bancarotta. Questo discorso è valido per il denaro, ma anche per le risorse. Questo è il motivo per cui il sovra-utilizzo ecologico è un argomento molto serio. Alcune conseguenze si avvertono adesso (l’accumulazione di Co2 nell’atmosfera, per esempio, o sempre meno pesci, o ancora deforestazione e perdita di suolo fertile). Altri effetti li si percepiranno in futuro – perdita della produttività del suolo a causa del cambiamento climatico e perdita del suolo, perfino più elevati prezzi delle risorse. Alcuni Paesi sono già severamente limitati da vincoli ecologici. Haiti è un caso esemplare. In alcuni Paesi nordafricani poi, la scarsità di risorse si è aggiunta alle già presenti sofferenze economiche e sociali.
 

3.
Domanda: Secondo lei, l’umanità è ancora in tempo per prevenire l’esaurimento delle risorse sulla Terra? C’è una soglia per l’Impronta Ecologica, superata la quale inizierà un processo irrefrenabile di esaurimento delle risorse?
 
Risposta:
Noisiamo sicuramenteancora in tempo. Il problema è che lo sforzo richiesto al fine di raddirizzare la situazione aumenta col passare del tempo fin quando non si intraprenderà un cammino serio verso la riduzione dell’Impronta.
 

4.
Domanda: In alcuni Paesi (Qatar, Kuwait, Emirati Arabi, Danimarca, Stati Uniti, Belgio, Australia,etc.) l’Impronta Ecologica è molto elevata. Come si può spiegare questo? Qual è a suo avviso il problema alla radice per cui l’uomo sovra-utilizza la biocapacità della Terra?
 
Risposta:
Il facile accesso alle fonti fossili ha permesso all’uomo di fare di più con uno sforzo inferiore, consentendo una rapida espansione economica nel corso degli ultimi due secoli. Sfortunatamente, ora ci sono dei limiti alle fonti fossili facilmente accessibili, ma, ancora più importante, ci sono limiti nella quantità di Co2 che la biosfera può tollerare. I Paesi con un accesso facile alle fonti fossili di energia, o con forti risorse finanziarie che consentono alle fonti di energia provenienti da altri Paesi, hanno tipicamente elevati livelli di Impronta Ecologica, in particolare dovuti all’elevata impronta in termini di emissioni di Co2.
 

5.
Domanda: Secondo la pubblicazione dell’UNEP, “Assessing the Environmental Impacts of Consumption and Production, 2010”, “I prodotti di origine animale (sia carne che latticini) in generale richiedono più risorse ed emettono più emissioni rispetto alle alternative vegetali”.Prescindendo dalla dieta dell’uomo, cosa ne pensa dell’impatto sulla Terra del business della carne bovina?
 
Risposta:
La domanda principale è: Qual è il rischio a cui va incontro un economia che dipende da una quantità sempre maggiore di risorse che non sono disponibili entro i propri confini, quando il mondo è in uno stato diun sempre maggiore sovra utilizzo ecologico? In altre parole, qualche cambiamento fondamentale sarà necessario se vogliamo assicurarci economiestabili e prospere, incluso un cambio nella dieta dell’uomo.
 

6.
Domanda: Che cosa possono fare i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo al fine di portare l’Impronta Ecologica globale al di sotto di 1,8 ettari per persona? Chi ha il ruolo più importante in questo processo: i governi o i cittadini?
 
Risposta:
Io non capisco la differenza tra “Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo”. Noi chiamiamo tutti semplicemente “Paesi”. Alcuni sono grandi, altri piccoli, alcuni localizzati nell’entroterra, altri con sbocchi sull’oceano. Per tutti i Paesi le domande da porsi sono le stesse? Come assicurare il benessere ai cittadini dati i limiti ecologici? Le etichette del ventesimo secolo date ai Paesi, pur se ancora utilizzate dalle agenzie delle Nazioni Unite, sono diventate fortemente improduttive e suppongono che l’unica strada per assicurare il benessere agli uomini è quella dell’espansione economica. Seppelliamo queste etichetteingannevoli e divisive.
 

7.
Domanda: Tra le vostre attività (Human development initiatives, Footprint for Finance, Footprint for cities, Footprint for business), qual è quellache aiuta di più i Paesi a ridurre la loro Impronta Ecologica? Quali sono i Paesi maggiormente inclinati verso le iniziative del Global Footprint Network?
 
Risposta:
Il Paese migliore è quello che vuole ridurre la propria Impronta Ecologica perché considera questa azione nel proprio interesse. Questa è la ragione per cui il nostro sforzo principale si focalizza nel convincere i decision-maker sul link che c’è tra il fronteggiare in modo determinato i limiti delle proprie risorse e l’interesse del Paese. Noi non chiediamo loro di ridurre l’Impronta; chiediamo, invece, di avere successo – che noi pensiamo includa la minimizzazione del deficit di risorse. Una volta che essi riconoscono questo link, possiamo lavorare con loro per definire quali sono le migliori opzioni per costruire un’economia stabile e prospera in un mondo con vincoli di risorse.
 

8.
Domanda: Infine, Se lei potesse inviare un messaggio agli esseri umani, che cosa consiglierebbe di fare per preservare se stessi e il nostro pianeta nel lungo periodo?
 
Risposta:
Se potessi dare un unico suggerimento, incoraggerei i policy maker a indirizzarsi verso la preservazione della ricchezza (pro capite) – o meglio, verso la creazione di ricchezza. Sfortunatamente, noi continuiamo a rincorrere la massimizzazione del reddito (o del PIL) che spesso si ottiene al costo di esaurire la nostra ricchezza. Chi può essere contrario alla costruzione della nostra ricchezza? E perché  noi continuiamo a distruggerla?