Giuseppe Li Rosi

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INTERVISTA CON Giuseppe Li Rosi 
(Terre Frumentarie, Imprenditore agricolo, Sicilia;  http://www.terrefrumentarie.it/)
(Terre e Tradizioni, Socio e Presidente; http://www.terretradizioni.it/)

Premessa
A partire dalla seconda metà del XIX secolo, l’umanità si è avviata verso una pericolosissima perdita di biodiversità agricola che ha interessato non solo le specie coltivate (biodiversità inter-specifica) ma anche le varietà esistenti all’interno delle stessa specie (biodiversità intra-specifica). La tendenza all’uso di specie e di varietà agricole sempre più circoscritte e uniformi, in ossequio ad una agricoltura industrializzata, centralizzata, ad alto rendimento, ha condotto ad un esiziale appiattimento genetico dei semi, del tutto inidoneo a garantire all’umanità la ricchezza e la diversità genetiche necessarie per affrontare le future sfide per l’agricoltura: i cambiamenti climatici, l’aumento della popolazione, la resistenza a nuove malattie ed insetti. Perché si è giunti ad un modello agricolo basato sull’omogeneizzazione dei semi? Perché è importante conservare la biodiversità dei semi? Che cosa sono i semi autoctoni e quali vantaggi comporterebbe un’agricoltura ecosostenibile condotta dai contadini sulla base del libero scambio dei semi tradizionali? Giuseppe Li Rosi, imprenditore agricolo siciliano che ha scelto di dedicare la sua vita alla coltivazione biologica degli antichi grani della Sicilia, ha risposto a queste e ad altre domande.
 
Giuseppe Li Rosi: Giuseppe Li Rosi è un imprenditore siciliano  e gestisce l’azienda agricola “Terre Frumentarie”. Insegnante e laureato in lingue, sceglie di dedicare la sua vita all’agricoltura ritornando a condurre l’azienda appartenuta alla sua famiglia per tre generazioni.  Su questi terreni, da circa dieci anni, coltiva con metodo esclusivamente biologico e tradizionale gli antichi grani siciliani con l’intento di proteggerli dall’estinzione e di valorizzare la biodiversità cerealicola siciliana attraverso la loro coltivazione e la distribuzione sul territorio nazionale ed internazionale dei prodotti lavorati e derivati, cui provvede attraverso l’azienda “Terre e Tradizioni”. E’ stato presidente della Stazione sperimentale di granicoltura di Caltagirone, un centro di ricerca dove sono conservati 49 ecotipi di grani locali siciliani. E’ stato protagonista del docufilm "La clé volée de la cité du grain" (La chiave rubata della città del grano) prodotto in Belgio da Jean-Christophe Lamy e Paul-Jean Vranken. 

Terre Frumentarie: L’azienda agricola “Terre Frumentarie” è ubicata a Raddusa, in Sicilia tra le province della Catania e di Enna. Si estende su una superficie di 210 ettari di terreni a circa 350 m a livello del mare ed è gestita esclusivamente con metodo biologico. I terreni di Terre Frumentarie sono stati destinati dal titolare Giuseppe Li Rosi alla coltivazione degli antichi grani siciliani, in particolare di cinque: Margherito, detto anche Bidì, Timilía, Senatore Cappelli, Farro lungo o Strazzavisazzi, e il grano tenero Maiorca. Sono, inoltre, presenti anche cinque ettari di ficodindieto e due di uliveto. L’azienda persegue il fine della valorizzazione e della protezione dell’agro-biodiversità anche su un altro fronte: ospita, dal 2004, un campo catalogo sperimentale di 5000 mq, allestito e gestito dalla Stazione Consorziale Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia di Caltagirone, in cui vengono mantenute e conservate da 40 a 50 varietà di grani autoctoni.


INTERVISTA - (Maggio 2014)
Intervista realizzata nel mese di Maggio 2014 e pubblicata nel mese di Luglio 2014 - (intervista originale in italiano)
Oggetto: semi autoctoni e biodiversità, semi autoctoni siciliani, legge sui semi e semi tradizionali, agricoltura liquida e nuovi modelli agricoli

 
Domanda 1: Lei è il fondatore dell’azienda agricola “Terre Frumentarie”, che si caratterizza per la valorizzazione e la coltivazione degli antichi grani siciliani con metodo tradizionale ed ecocompatibile. Può spiegarci meglio come si articola l’attività della sua azienda? Cosa l’ha spinta ad inseguire questo modello agricolo diverso dai modelli di agricoltura industriale che privilegiano colture mono-intensive e commerciali?

Risposta:
Avendo maturato la scelta di prendere in considerazione la biodiversità di interesse agrario e di produrre solamente grani locali siciliani, oggi, l’attività della mia azienda consiste in tre cose fondamentali: innanzitutto ho dovuto riprendere delle pratiche ormai dismesse quali l’ammannato e l’epurazione che sono delle tecniche di selezione o pulitura fatte nei campi per mantenere le distinte popolazioni di frumento sempre con le loro caratteristiche ed evitare che si contaminino con altre varietà o specie; inoltre, per fare miglioramento genetico ho voluto destinare una piccola parte della mia azienda a quella sperimentazione, senza il “camice bianco”, che è sempre stata praticata dai contadini e che ha permesso alla civiltà rurale di svilupparsi nei millenni producendo una magnifica biodiversità; infine, ho dovuto fare un passo verso la trasformazione del raccolto in prodotto finito da destinare al mercato e trovare fondi per continuare a salvare la biodiversità. Dico sempre che “essa per essere salvata deve essere mangiata”.
Ciò che mi ha spinto a fare delle scelte lo cercherei in una lettura infantile, “Terra, pianeta che sanguina”, di Teresio Bosco ed. 1972. Questo testo mi impressionò così tanto da bambino che da grande compresi che l’agricoltura è uno dei pilastri fondamentali per la salvaguardia della vita sulla Terra. Capii che il sistema produttivo adottato dalla green revolution è un sistema distruttivo delle campagne e delle famiglie contadine e lo considero essere un vero attacco contro l’umanità intera.


Domanda
2: Cosa differenzia maggiormente il grano antico da quelli commerciali e perché il consumatore dovrebbe preferire le farine e i derivati dei grani antichi? In particolare, quali tipi di grani antichi sono coltivati nella sua azienda?

Risposta:
Utilizzare sementi di grani locali o di qualsiasi altra specie locale è come entrare in un mondo diverso. E’ guardare la realtà agricola con occhi diversi; è vivere in maniera differente. Per produrre non devi distruggere nulla, rispetti il terreno, l’aria, gli insetti, gli uccelli, i batteri, la flora microbica, te stesso. Produci di meno, le rese per ettaro sono dimezzate, ma dalla terra estrai più nutrienti perché la pianta del grano antico è molto alta, quindi, fa radici più profonde ed arriva lì dove i grani moderni non arrivano. Inoltre, il glutine di questi grani è un glutine che noi abbiamo sperimentato ormai da millenni ed il nostro intestino ha gli enzimi adatti per digerirne le molecole senza problemi digestivi o di assimilazione. Molte persone alle quale è stata diagnosticata la Gluten Sensitivity, dichiarano che cibandosi di prodotti a base di grani locali non hanno problemi.
Nella mia azienda oggi coltivo la Timilìa che un grano particolarissimo e di una versatilità assoluta in quanto è adatto per fare la pasta, il pane ma anche dolci e biscotti; la Maiorca grano tenero e lo Strazzavisazzi che pare essere il grano più antico in Sicilia.


Domanda
3: In qualità di coltivatore e di conservatore degli antichi grani siciliani lei è stato spesso designato come “custode dei semi”. Al di la delle finalità di mercato, perché, secondo lei, è così importante proteggere i semi antichi e autoctoni? In base alla sua esperienza si è assistito a un processo di perdita di biodiversità nel contesto agricolo in cui opera e perché?

Risposta:
La Biodiversità è il frutto di un’esperienza planetaria vissuta in milioni di anni di cambiamenti ed evoluzione. E’ il contenitore di tutti i codici necessari per produrre cibo sul Pianeta, è la nostra unica assicurazione di agganciarci ai cambiamenti climatici grazie all’infinito numero di variabili presenti in essa. La Biodiversità è più che un tesoro e la sua salvaguardia coincide con la salvezza della vita su questo Pianeta. Mettiamo molta cura nel conservare le chiavi di casa nostra, oppure custodiamo per bene il codice della nostra carta di credito, o più ancora proteggiamo i nostri figli da qualsiasi avversità o dolore perché sappiamo che essi sono il nostro futuro. Ecco, la biodiversità è il futuro dell’umanità intera.
Ma la biodiversità è anche libertà, è sovranità alimentare e questi due concetti cozzano con gli interessi di quei pochi terrestri che hanno pensato di arricchirsi con l’agricoltura o il cibo. Essi per affermare i loro sistemi produttivi hanno voluto emarginare quelli naturali, tacciandoli di insufficienza, di inadeguatezza. D’accordo con i governi di tutta Europa hanno fatto emettere leggi che hanno distrutto e snaturato i sistemi produttivi tradizionali e d’accordo con le Università hanno rafforzato un sistema distruttivo basato sulla chimica o addirittura su due sistemi di distruzione di massa quali il nitrato d’ammonio ed i diserbanti.
 

Domanda
4: Attualmente, sulla base delle sue conoscenze, qual è la situazione in Italia quanto alla coltivazione dei semi autoctoni? Esistono altre realtà come la sua? Qual è, secondo lei, la tendenza: verso un ulteriore omogeneizzazione dei semi o un ritorno alla tradizione e alla biodiversità? Ci sono differenze tra il Nord e il Sud?

Risposta:
In Italia è avvenuto un grande risveglio. Molti agricoltori hanno introdotto nelle loro aziende grani duri e teneri, piante da frutto, animali appartenenti alla biodiversità; molti gruppi di giovani hanno attivato orti urbani, gli incontri ed i corsi di agricoltura sostenibile, biodinamica e di permacultura proliferano di giorno in giorno; insomma, il concetto di agricoltura sana ha conquistato anche le città. Recuperare il contatto con la campagna è divenuto finalmente uno degli obiettivi dell’Europa. Questo contribuisce alla ripresa dell’evoluzione della civiltà umana che in questi ultimi 60 anni ha dimenticato che la Natura è l’unica dimora dove sviluppare la modernità. Altre realtà come la mia esistono e sono pronte a partirne altre ancora. Noi abbiamo attivato altre 35 aziende agricole in tutta la Sicilia dove sono state inserite le sementi di Timilìa in circa 500 ha e coinvolto due aziende artigiane per la trasformazione e due Istituzioni come l’Università di Palermo e la Stazione di Granicoltura di Caltagirone da dove attingere germoplasma e redistribuirlo alle aziende agricole per farne dei prodotti da consegnare al mercato. I tentativi di standardizzare i semi appartengono, ormai, alle grandi aziende che pensano di risolvere i problemi produttivi con sistemi datati ed inadeguati. Smetteranno presto perché il loro è un sistema insostenibile, difatti chiude un’azienda agricola ogni 20 minuti.
Non ci sono differenze sostanziali tra Nord e Sud per ciò che riguarda le attività di ritorno alla biodiversità; in tutto il territorio italiano è un continuo fervore. L’unica differenza sta nel fatto che l’Italia possiede il 50% della biodiversità europea e la Sicilia il 50% della biodiversità italiana ossia un quarto di quella europea. Il Sud è il territorio da cui generare la ripresa delle risorse genetiche, disseminarle in più aziende agricole possibili e contrastare, per esempio, l’avanzata degli ibridi  stranieri e la smania degli OGM.


Domanda
5: In India Vandana Shiva ha creato diverse “banche dei semi” nell’ambito del progetto Navdanya. Cosa significa “condivisione dei semi”? Conosce esperienze di questo tipo in Italia?

Risposta:
In India le multinazionali hanno creato gravi problemi all’agricoltura; l’applicazione dei loro sistemi produttivi basati sulla chimica e gli OGM hanno provocato centinaia di suicidi tra i poveri contadini e serie difficoltà nell’utilizzo dei semi locali. Vandana Shiva ha coraggiosamente creato un movimento che a livello mediatico ha contribuito a difendere i diritti dei contadini e la liberalizzazione e condivisione delle sementi locali. In Italia, Navdanya International sta per stabilire un protocollo d’intesa per realizzare la Banca delle Sementi, l’Università della Terra o il Festival dell’Agricoltura Periurbana.
Ma in Italia, per quanto riguarda una “Legge sui Semi”, esiste, già da 15 anni, un gruppo di lavoro chiamato Rete Semi Rurali ormai consolidato a livello nazionale ed europeo che fa parte del Coordinamento Europeo Liberiamo la Diversità, che ha saputo con capacità costruire concretamente e quotidianamente il recupero della biodiversità prima di tutto nei campi attraverso la condivisione dei semi.
Ci sono, inoltre, circa 6 regioni, tra cui la Sicilia, che hanno una legge regionale per la tutela e la valorizzazione della diversità agricola, con Commissioni atte ad accogliere le domande di iscrizione delle varietà in via d’estinzione per la loro valorizzazione e divulgazione. (nds. La Commissione in Sicilia l’ha voluta e promossa fortemente la mia persona mentre ricoprivo l’incarico di Commissario Straordinario della Stazione di Granicoltura).
 

Domanda
6: Le attuali leggi internazionali che governano la proprietà sulle varietà di semi (Convenzione UPOV e TRIPS), gli accordi commerciali internazionali e la forte spinta delle grandi multinazionali agroalimentari a monopolizzare il mercato dei semi stanno minacciando seriamente le attività dei piccoli coltivatori, in particolare in India e in America Latina (dove sono in atto cause giudiziali e rivolte locali). In che modo tali fattori hanno influenzato la dinamica produttiva agricola in Italia? In particolare, che effetti hanno avuto i suddetti fattori sulla sua attività agricola?

Risposta:
La Comunità Europea, attraverso una legge sementiera, ha legato i fondi comunitari destinati all’aziende agricole all’utilizzo esclusivo di sementi iscritte alle liste varietali nazionali. Queste sementi non appartengono alla biodiversità ma a multinazionali, a ditte sementiere private o università. Il prezzo d’acquisto comprende anche il pagamento di royalties per finanziare i centri di ricerca. Questo, dal punto di vista commerciale, sarebbe potuto anche andare bene se non fosse stato posto il divieto per l’utilizzo delle varietà locali. Usare sementi locali significava perdere i fondi europei. La conseguenza è stata la scomparsa totale delle varietà che non sono iscritte in questo registro nazionale e l’azione millenaria della condivisione delle sementi tra aziende agricole diventa “illegale”. Le uniche sementi che possono essere commercializzate sono, quindi, quelle provenienti da “miglioramenti genetici” spinti che costituiscono varietà che hanno bisogno di essere “pompate” con concimi chimici e difesi dalle “malerbe” (leggasi natura) con i fitosanitari (leggasi veleni).
La mia decisione di introdurre le varietà locali cozzava con le leggi e fu allora che divenni un “delinquente” seminando senza dichiarare le varietà antiche. Lavorare in contumacia ha solo rallentato le possibilità di sviluppo della mia attività ma non le ha bloccate ne deviate. Anzi.
 

Domanda
7: Spesso il seme brevettato e gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono associati al “futuro” e sono considerati la principale risposta all’esigenza di sfamare la crescente popolazione mondiale e al cambiamento climatico. Possono il seme autoctono e una maggiore biodiversità meglio affrontare le suddette problematiche?

Risposta:
Sulla naturale crescita della popolazione mondiale viene costruita la Nova Paura Planetaria  e su questa si vorrebbe costruire il futuro indicando gli OGM come la soluzione per sfamare la popolazione mondiale. Ma gli OGM non sono altro che l’esaltazione del seme brevettato, sono il tentativo di riparare al fallimento del seme brevettato e della Green Revolution che ha disattivato le aziende agricole dei territori interessati. Il malfunzionamento di questo sistema produttivo, in quanto sconnesso dalla natura, ha portato i ricercatori a cercare le soluzioni all’interno del DNA delle piante anziché nella mancanza di conoscenza della natura da parte dell’uomo moderno. Gli OGM hanno già fatto il loro danno in Argentina (crack finanziaro anni 90), India (suicidi di massa ed erosione della biodiversità) ecc.
Se vogliamo guardare al futuro dobbiamo recuperare la conoscenza di una Civiltà Rurale ormai resa invisibile da una scienza prepotente e presuntuosa che per costruire la sua “poetica” ha utilizzato appena il 5% dell’immensa Conoscenza Contadina. Chiediamoci come hanno fatto i nostri antenati a conservare la capacità produttiva dell’agricoltura in questi ultimi 9000 anni? A quale centro di ricerca scientifica si sono rivolti per addomesticare ciò che in natura era selvatico, per creare migliaia di varietà di mele, migliaia di varietà di grano, di riso, di fagiolo, ognuno adatto ad ogni microclima o terreno e così via. Oggi esiste una sola varietà per centinaia di latitudini e questa per sopravvivere è soggetta all’accanimento terapeutico dei metodi della scienza agraria. La scienza moderna pensa di risolvere i problemi ricercando la “linea pura”, l’omogeneità, la standardizzazione, l’omologazione. Nulla di più lontano dalla natura che è diversità, variabilità assoluta,  cambiamento continuo, forme in continuo movimento come un fuoco. Ecco solamente chi comprende questo e riesce ad entrarci in assonanza senza manometterlo riuscirà a soddisfare le esigenze di un pianeta in crescita demografica. Chi pensa di farlo in altro modo io non lo considero un terrestre.
 

Domanda
8: Diverse ricerche (si veda il Report delle Nazioni Unite, Trade and Environment Review 2013) vedono nei piccoli coltivatori e nel ritorno all’agricoltura tradizionale la soluzione ai problemi della sostenibilità ambientale e dell’alimentazione per una crescente popolazione. Cosa propone per agevolare il ritorno all’agricoltura tradizionale e supportare i piccoli coltivatori nel mondo e in modo particolare in Italia?

Risposta:
Posso parlare di una mia ultima esperienza iniziata tre anni fa e che ha portato la mia azienda ad essere considerata, nel 2013, un caso studio presso la FAO, con l’adozione del “Miglioramento Genetico Evolutivo” che consiste in un metodo  diametralmente opposto a quello scientifico: la ricerca della moltiplicazione delle varianti usando miscugli di 5.000 varietà e migliaia di incroci. In questa diversità ci sono tutti gli elementi per adattare la semente al campo, a qualsiasi campo in qualsiasi parte del mondo. Nell’arco di poco tempo aumenta anche la capacità produttiva del 50% ed inoltre ci si aggancia pure ai cambiamenti climatici. Noi l’abbiamo chiamata “agricoltura liquida” perché si adatta all’azienda agricola come un liquido alla forma del contenitore. Per fare agricoltura sostenibile è necessaria la semente adatta ed un “senso” della terra. Rimane da affrontare lo stadio della commercializzazione senza la quale un’azienda agricola non ha motivo di esistere. Il mercato dovrà fare la sua parte e ogni consumatore dovrà chiedere fortemente  prodotti sani ed essere disponibile a spendere un po’ di più per il cibo. Spendere di più perché l’industria ci ha abituato a spendere sempre di meno per il cibo, mortificandolo anche nel prezzo oltre che nella qualità.
 

Domanda
9: Attualmente vi è una riscoperta del valore dell’agricoltura e del vivere ecosostenibile in armonia con i cicli della natura. Tanto è vero che molti giovani laureati scelgono di riscoprire le antiche radici dei loro avi e di ritornare alla nobile arte della terra. Questo è stato anche il suo percorso. Che consiglio si sente di dare alle nuove leve che intendono seguire un percorso similare al suo? 

Risposta:
I giovani dovrebbero avere “l’arsura” di sapere. Dovrebbero, per un tempo, spegnere internet e mettersi alla ricerca degli anziani contadini che detengono saperi non tramandati e che non si trovano sui libri. Molta conoscenza appartiene alla tradizione orale che non è stata presa in considerazione dalle istituzioni e dalla scienza moderna. Ecco! Andare alla ricerca della storia agricola, della vocazione del proprio territorio. E durante la ricerca troveranno sicuramente il punto di partenza della loro storia, della loro missione, del proprio compito personale su questo pianeta. Chiunque pensa di avvicinarsi alla terra ha già un’energia che lo aiuterà nell’affrontare i problemi che gli si pareranno davanti. Ma consiglio di considerarsi sempre come una piccola cosa in un progetto molto grande dove si impara giornalmente a collaborare con forze superiori e con le quali bisogna raccordarsi. Poi la Natura ti dona.
 

Domanda
10: Che progetti ha per il futuro?

Risposta:
Abbiamo già messo in rete 35 aziende riattivando la produzione di risorse genetiche territoriali in Sicilia. In Toscana abbiamo iniziato un progetto simile. In Friuli e nelle Marche ci sono già progetti in fase di studio e di prossima applicazione. Una bellissima esperienza stiamo per iniziarla in Lesotho per attivare nelle sue dieci province il “Miglioramento Genetico Evolutivo” (EPB) e riattivare la produzione di frumento che ha subito gravi flessioni per via dei cambiamenti climatici e destinare proventi a progetti sociali. Il modello è semplice. Attingere alle risorse genetiche territoriali delle banche di germoplasma e spargerle sul territorio. Perfezionare la nostra “Agricoltura Liquida”e potenziare il “Miglioramento Genetico Evolutivo” per creare un nuovo modello di fare agricoltura su questo Pianeta. Insomma seminare. Seminare ed Evolvere.