Cristiano Bottone

on .


INTERVISTA CON Cristiano Bottone
(Monteveglio, città di transizione, coordinatore Transition Town Italy  -  http://transitionitalia.wordpress.com)

Premessa
A partire dal 2006 (Totnes – Inghilterra) è nato un movimento che intende, attraverso il supporto ad iniziative locali, sviluppare un nuovo modo di vivere che riesca a rispondere alle problematiche generate dal raggiungimento del picco del petrolio (l’estrazione del petrolio non sarà più economicamente sostenibile) e dal cambiamento climatico. Cristiano Bottone, uno dei coordinatori del movimento in Italia, risponde alle nostre domande sul tema.
 
INTERVISTA (Aprile 2012)
Intervista realizzata e pubblicata nel mese di Aprile 2012 - (Intervista originale in italiano)
Oggetto: Transition Town: orihini caratteristiche e diffusione del movimento in Italia e nel Mondo
 
 
1. Domanda: descrivere brevemente quando e perché è nato il concetto di città di transizione?

Risposta:
L’idea di fondo è di Rob Hopkins, un insegnante inglese che si è chiesto come la nostra società potesse affrontare le sfide di questi anni e i passaggi epocali che ci attendono. Una transizione ad un mondo profondamente diverso da quello che conosciamo è sicura e inevitabile, le cause sono di tipo termodinamico, dipendono dall’uso che abbiamo fatto delle risorse disponibili e dal modello economico che abbiamo costruito su pilastri poco realistici, come l’idea che possa esistere la crescita infinita in un sistema finito come il pianeta che abitiamo.
Rob si è fatto molte domande e si è risposto immaginando di poter gestire il processo di transizione dei prossimi anni, inventando così l’idea di Transizione (con la T maiuscola), un percorso che ci riporti in equilibrio con le risorse del pianeta producendo benessere ed equità diffuse, il tutto tenendo in primo piano l’idea di ricostruzione della resilienza perduta nelle nostre società. Lungo il cammino dobbiamo quindi rimetterci nelle condizioni di poter reagire agli eventi che sembrano travolgerci in questa fase storica: crisi delle risorse, crisi climatica, crisi economica e conseguenze sociali che ne derivano.

 
2. Domanda: Quando si dice che una città è in transizione cosa significa esattamente? Che lo è tutta la città o che all’interno vi sono dei gruppi che stanno  adottando una tale iniziativa? 

Risposta:
L’idea di Città di Transizione (Transition Town) è se vogliamo un po’ provocatoria, ogni Iniziativa di Transizione nasce da un piccolo gruppo di persone che si prendono l’incarico di avviare questo processo nella loro comunità. Per intenderci meglio, un’amministrazione pubblica non può aprire un’iniziativa di Transizione, può solo appoggiane una che già esiste sul suo territorio. Lo scopo di avviare il processo è però quello di arrivare nel tempo a far sì che tutti possano farne parte e che l’intera comunità (l’intera città se volete) arrivi a partecipare al processo di riprogettazione sistemica della comunità.

 
3. Domanda: Come si può attivare un processo di decrescita energetica? (consigli per chi voglia dare inizio a comunità di transizioni e per il singolo cittadino)

Risposta:
Si parte sempre dalla comprensione della situazione attuale, la maggior parte di noi non ha consapevolezza di quanta energia usa, di come la usa, di che tipo di energia sia, e di cosa comporti l’uso di questa energia a livello locale, di area e dell’intero sistema pianeta. Prima di arrivare all’azione pratica serve capire come stanno davvero le cose e quali scenari ci riserva il futuro. Una volta capito questo, bisogna imparare a gestire la reazione emotiva che ne consegue. La maggior parte delle persone trova semplicemente impensabile il fatto che nel giro di pochi anni potrebbero non esserci più aerei in cielo o che la benzina venga razionata per scarsità (è probabile che il primo a scarseggiare sia il carburante diesel).
Quando abbiamo cominciato il lavoro qui in Italia spiegavamo che tipi di crisi economica sarebbe arrivata, parlavamo della disoccupazione e del crollo economico e ovviamente erano cose che erano difficili anche solo da concepire in quel momento.
Comprendere queste cose significa poi dover elaborare le conseguenze psicologiche di queste informazioni. La prima reazione è di paura e depressione, se questa fase non viene accompagnata in modo opportuno spesso ci si rifugia nella negazione del problema. Al contrario, se il momento di “trauma” viene accompagnato, subito dopo si scopre quante cose abbiamo da guadagnare da questo cambiamento di scenario e come si aprano prospettive che da prima appaiono interessanti e in ultimo entusiasmanti. Ecco è a questo punto che si comincia a ragionare seriamente sulla decrescita energetica, senza dogmi e condizionamenti preconcetti.

 
4. Domanda: Quali sono i passi principali per portare avanti un’iniziativa di transizione?

Risposta:
Il Gruppo Guida, ovvero il piccolo gruppo di persone che da il via al processo nella propria comunità è l’elemento portante e indispensabile. Deve essere sufficientemente preparato, è molto ingenuo pensare che un po’ di buona volontà sia quel che basta per avviare e sostenere un processo di innovazione sociale. Con queste condizioni di partenza si possono seguire quelli che vengono chiamati 12 passi (ma esistono anche altri modi) ovvero una serie di passaggi che sono risultati utili a dare il via al processo, una specie di percorso di avvio. Il Gruppo dispone di un sistema di progettazione sistemica che può utilizzare per orientarsi via via che la situazione evolve e di una serie di strumenti operativi molto potenti da utilizzare nelle attività di facilitazione del processo.
Se al Gruppo Guida occorre preparazione, a tutti gli altri invece non serve, chiunque altro può diventare parte del processo partendo da un livello zero di comprensione del processo stesso.
La Transizione si cura in modo molto attento del COME si fanno le cose, perché il COSA si fa scaturisce da COME si sono impostate le relazioni tra i partecipanti al processo e dalla qualità delle informazioni di base da cui si parte.
È un tipo di attenzione a cui non siamo culturalmente abituati. Per capire meglio, se si guardano due case con i pannelli fotovoltaici sul tetto, quello che per il nostro processo è importante è la storia che li ha portati lì. I due impianti possono essere molto simili allo sguardo, magari sono della stessa marca e usano la stessa componentistica, ma sono su quei tetti per ragioni molto diverse. Per esempio a Monteveglio a chi partecipa ai gruppi di acquisto del fotovoltaico diciamo subito che le garanzie sugli incentivi statali sono labili e che non ci si deve contare più di tanto. Ecco che la storia di queste istallazioni inizia e prosegue in modo moto diverso rispetto a quella di chi installa sulla spinta del vantaggio economico. Non vuol dire la nostra storia sia migliore, ma  è diversa e modifica il paradigma: è questo che ci interessa.

 
5. Domanda: Uno dei dodici passi per portare avanti iniziative di transizione consiste nella “Riappropriazione delle competenze”. Può spiegare meglio cosa significa e quali sarebbero le conseguenze economiche e sociali se tale principio venisse adottato oltre che dalle singole comunità in transizione anche dall’intero collettività?

Risposta:
In primo luogo non esistono le comunità in transizione, non c’è modo di distinguere i “transizionisti” dalle altre persone, non si tratta di un club o di un’associazione: si tratta di un processo aperto e senza confini. Ricominciare a saper fare le cose che servono alla vita di ogni giorno ci permette di riorganizzare la nostra vita (e la nostra psiche) restituendo resilienza alla collettività.
Questo apre molte possibilità di riorganizzazione delle relazioni economiche e ha già fatto scoprire quasi ovunque che tutto l’apparato normativo che abbiamo costruito è figlio del sistema della crescita. L’idea che anche lavori banalissimi o che competenze una volta patrimonio di tutti debbano essere affidate a tecnici specializzati e certificati ci conduce a una pericolosissima iperspecializzazione e a una visione sempre più frammentaria del contesto che ci circonda

 
6. Domanda: Che cos’è la Permacultura?

Risposta:
La Permacultura è un metodo di progettazione nato in ambito agricolo per offrire un’alternativa  sostenibile alle tecniche dell’agricoltura industriale che, fin dal suo primo apparire dopo la seconda guerra mondiale, apparve a molti un’attività difficilmente supportabile nel lungo periodo.
Una coppia di australiani decise allora di sperimentare un approccio differente che in origine si chiamò infatti PermacOltura (ovvero basata su colture permanenti). L’idea era di copiare l’organizzazione di sistemi naturali come i boschi o le praterie che se la cavano benissimo senza bisogno dell’intervento dell’uomo e hanno nutrito miliardi di forme di vita per centinaia di milioni di anni senza sapere cosa fosse un aratro o un fertilizzante di sintesi.
Nel tentare di fare questo si accorse presto che agli aspetti tecnici andava affiancato un nuovo modo di pensare e progettare l’interazione tra uomo e natura. Serviva un modo per gestire il continuo adattamente necessario a costruire un rapporto con i continui cambiamenti delle stagioni, degli agenti infestanti, delle condizioni meteorologiche ecc. Serviva un differente modello culturale ed ecco che nasce la PermacUltura. Finirono così per sviluppare un vero e proprio framework di progettazione sistemica che oggi si può utilizzare applicato al contesto agricolo, ma sostanzialmente ad ogni attività umana.
Con il senno di poi, possiamo dire ora che le considerazioni a cui approda la Permacultura sono del tutto simili a quelle a cui sono arrivati gli scienziati della sistemica nei laboratori più avanzati del mondo o un urbanista come Cristopher Alexander che crea uno strumento di progettazione analogo alla Permacultura cercando di capire come si costruisce una città in cui le persone vogliano davvero abitare.

 
7. Domanda: La cittadina di Totnes – la prima ed una delle più importanti iniziative di transizione nel Regno Unito – ha istituito un circuito di moneta locale complementare al fine di aumentare la localizzazione del processo produzione-consumo. Quanto crede possa incidere questa iniziava e la vede attuabile anche qui in Italia?

Risposta:
Al momento in Italia non è possibile diffondere monete complementari, ma proprio questa limitazione ha fatto nascere qualcosa che, a nostro parere, potrebbe rivelarsi ancora più potente e interessante. È il caso dello SCEC, un buono di solidarietà che permette di creare valore partendo esclusivamente dalla fiducia relazionale tra le persone. Lo SCEC nasce in modo indipendente dall’idea di Transizione, ma fin da subito abbiamo avviato una collaborazione e uno scambio che si va via via rafforzando, vedremo dove ci porterà, ma la sensazione è quella di un grande potenziale.

 
8. Domanda: Un grande passo avanti si farà quando grandi città adotteranno un modello di transizione per una maggior resilienza dal petrolio. C’è un consiglio che può dare alle persone che vivono nelle grandi città e vogliano attivare un processo di transizione?

Risposta:
Ci sono già molte grandi città che ospitano iniziative di Transizione, a Bologna ad esempio esiste un quartiere in Transizione mentre in altri luoghi, penso a Ferrara, Torino, Reggio Emilia sono attivi Centri di Avviamento Temporanei. In realtà non vedo grandi differenze tra la Transizione in città e quella in piccoli centri, il processo è lo stesso. Credo però che la città presenti difficoltà psicologiche più importanti per i Gruppi Guida. Può essere che alla fine sia più facile coinvolgere le città partendo dai piccoli centri del circondario... anche qui vedremo. Siamo così giovani.

 
9. Domanda: Che tipo di incentivo dovrebbero dare e più in generale che cosa potrebbero fare i politici nazionali e locali al fine di incentivare la proliferazione di città in transizione?

Risposta:
Potrebbero fare, e in molti casi stanno già facendo, molte cose. Per esempio facilitare la circolazione delle informazioni, concedere spazi per organizzare le attività di divulgazione. Ma per tutti, quindi anche per i politici, il passo chiave è esporsi alla realtà dello scenario, quando i politici lo fanno, le loro decisioni cambiano di conseguenza.La sfera della politica e dei partiti si sta rivelando sempre più interessata ai metodi, agli strumenti e ai concetti adottati per facilitare il processo di Transizione. Abbiamo sempre più spesso amministratori pubblici che richiamano le Transition Towns come modello a cui ispirarsi.
 
 
10. Domanda: E le imprese? Che possono fare per diventare più indipendenti dal petrolio e soprattutto cosa può fare il governo a che le imprese possano adottare comportamenti che minimizzino il consumo energetico?

Risposta:
Io mi occupo già di processi di transizione aziendale (e lo stanno facendo anche altri facilitatori in Italia). Il percorso è identico a quello di tutti. Le imprese devono capire cosa sta succedendo al mondo, quali sono le reali ragioni della crisi in atto, quali sono gli scenari che ci aspettano. A quel punto sono in grado di riprogettare la propria attività partendo da ciò che davvero esiste e non da una visione dell’economia completamente scollegata dalla realtà. Le esperienze non sono ancora molte, ma vedo che gli imprenditori italiani non solo capiscono benissimo la situazione quando gliela si spiega ma, una volta avuti gli elementi necessari, sono davvero creativi nel riorganizzare tutto di conseguenza.
Un governo lungimirante potrebbe preoccuparsi di fornire le informazioni corrette agli imprenditori e favorire i percorsi di riprogettazione. Il governo scozzese, ad esempio, sostiene direttamente l’attività di Transition Scotland. Il governo inglese ha richiesto la facilitazione del Transition Network (il nucleo iniziale della Transizione nel mondo) per aprire il dialogo sul Picco del Petrolio con i gruppi di imprese inglesi che chiedevano piani d’azione su questi temi (colossi del calibro della Virgin). Ma come potete capire là siamo più avanti, le imprese sanno di cosa stiamo parlando, qui nemmeno conoscono l’argomento.
I Lloyds di Londra hanno scritto a tutti i loro clienti per avvertirli dello shock energetico in arrivo nei prossimi anni e raccomandare le contromisure, i nostri imprenditori non sanno nemmeno che ci sono problemi in vista...

 
11. Domanda: Quante città in transizione ci sono in Italia e nel mondo? qual è la più grande città italiana  in transizione e quale invece ha avuto il maggior successo?

Risposta:
In Italia al momento ci sono 26 iniziative attive, nel mondo sono oltre 900 quelle ufficiali e circa 2000 quelle non ufficiali. Parlare di successo non è invece semplice perché la misura del successo a cui siamo abituati non è molto utile in un contesto di Transizione, spesso i giornali si appassionano alle cose meno importanti e trascurano gli aspetti realmente rivoluzionari. In ogni caso, in un processo di innovazione sociale gli effetti vanno misurati in tempi lunghi, quello che può sembrare entusiasmante all’inizio può svaporare in fretta e ciò che può apparire insignificante produrre invece cambiamenti enormi.

 
12. Domanda: Può descrivere la storia di come Monteveglio (Bo) sia divenuta una città di transizione? Quali sono le principali iniziative di tale comunità per aumentare il grado di resilienza dal petrolio?

Risposta:
A Monteveglio ci sono ormai processi attivi ad ogni livello, di solito quando si racconta tutto quello che sta succedendo qui si genera una grande euforia, ma poi tutti finiscono per concentrarsi sulle azioni invece che sul come si sono generate. Quindi negli ultimi tempi stiamo cambiando strategia, le cose importanti le ho già dette, tutto il resto sono conseguenze.
Una delle cose che comunque si può evidenziare nella esperienza di Monteveglio è l’enorme potenziale che si sviluppa quando il gruppo di facilitazione della Transizione può disporre del pieno appoggio dell’amministrazione locale e può progettare le azioni assieme al Comune. Tutto si semplifica e accelera in questo modo, è davvero una dimensione che sarebbe bello si diffondesse ovunque.
 
 
13. Domanda: C’è qualche centro italiano a cui potersi appoggiare per una consulenza iniziale

Risposta:
L’hub italiano è Transition Italia (transitionitalia.it), ovvero la struttura che si occupa di assistere la nascita dei gruppi guida, di fornire i training per i facilitatori e di sviluppare relazioni nazionali e internazionali con tutte le organizzazioni disponibili al dialogo