Carlo Petrini

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INTERVISTA CON Carlo Petrini
(Fondatore dell’associazione “Slow Food” - http://www.slowfood.com/)

Carlo Petrini è un convinto sostenitore della centralità dell’agricoltura per uno sviluppo attento delle peculiarità dell’Italia, un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e del paesaggio; è convinto che si debba lavorare per la valorizzazione di mestieri legati alla trasformazione dei prodotti della terra che stanno scomparendo, ma necessari per la nostra società e possibili occasioni di impiego, come l’affinatore, il panettiere, il mastro birraio,…. Per questo sta lanciando, in collaborazione con l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, i corsi di Alto Apprendistato rivolti a coloro che intendono imparare un mestiere (http://www.unisg.it/apprendistato/presentazione/).   È in prima linea nella battaglia contro gli OGM. Il 9 dicembre 1989 a Parigi viene fondato il Movimento Internazionale Slow Food, che opera con l’obiettivo di: 1) Educare al gusto, all'alimentazione, alle scienze gastronomiche; 2) Salvaguardare la biodiversità e le produzioni alimentari tradizionali ad essa collegate; 3) Promuovere un nuovo modello alimentare, rispettoso dell'ambiente, delle tradizioni e delle identità culturali, capace di avvicinare i consumatori al mondo della produzione. Perché l’attuale modello agricolo non è in grado di far fronte alle grandi sfide globali che ormai non possiamo più non permetterci di affrontare (cambiamento climatico, crescente popolazione, crescente necessità di consumo nei Paesi emergenti) e in che modo dovrebbe cambiare? Carlo Petrini, fondatore dell'associazione "Slow Food" risponderà a questa e ad altre domande.
 
 
INTERVISTA - (Aprile 2013)
Intervista realizzata nel mese di Aprile 2013 e pubblicata nel mese di Maggio 2013 - (Intervista originale in Italiano)
 
 
1. Domanda: Slow Food è stata fondata nel 1989. Cosa significa Slow Food, cosa ha portato alla sua nascita e che progressi sono stati fatti fino ad oggi?

Risposta:
Slow Food significa davvero tantissime cose, che noi cerchiamo di riassumere in quel “buono, pulito e giusto” che ormai ci caratterizza da anni. Il tutto ha inizio a Parigi quel 9 dicembre 1989, quando all’Opéra Comique oltre venti delegazioni provenienti da diversi Paesi del mondo sottoscrivono il Manifesto del Movimento Internazionale di Slow Food. E qui comincia l’avventura vera e propria, che ci ha portato fino ad oggi, con progetti come l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche e la grande e capillare rete di Terra Madre. Siamo ora presenti in 150 nazioni per ribadire il diritto al cibo e la necessità del rispetto della sovranità alimentare. Cerchiamo di far crescere e valorizzare l’economia locale e abbiamo numerosi progetti di cui andiamo fieri, dai Presìdi, ai Mille Orti in Africa ai Mercati della Terra, solo per citarne alcuni. E poi molto, moltissimo altro, ma non basterebbero cento pagine a descrivere tutto ciò che facciamo!
 

2. Domanda:
Il modello produttivo dominante nella filiera agroalimentare si basa su uno sfruttamento intensivo dei terreni, una distribuzione di massa dei prodotti e il tentativo di introdurre sementi OGM. Può spiegare le conseguenze negative e positive di un siffatto modello e come si pone l’organizzazione “Slow Food” a riguardo?

Risposta:
Innanzitutto chiariamo che è fondamentale restituire centralità al cibo, e per farlo è necessario occuparsi di agricoltura. Anche perché l’attuale situazione del mondo non è altro che il risultato della storia dell’agricoltura occidentale che ha perso di vista alcuni tra i più importanti obiettivi per chi ha a cuore la centralità del cibo. Non si può pensare che se da un lato si incrementa la produttività e lo sfruttamento oltre misura dei terreni e dall’altra non si pone fine alla cementificazione dei suoli fertili, si possa garantire un futuro a noi e al nostro pianeta. È fondamentale quindi un drastico cambio di mentalità, anche perché non dobbiamo dimenticarci che noi siamo ciò che mangiamo.
Il discorso si complica se parliamo di OGM: se non si deve infatti essere contrari allo sviluppo di nuove tecnologie, è fondamentale adottare un approccio che prenda in considerazione la tutela della biodiversità e le conseguenze socio-economiche. L’agricoltura transgenica non è sostenibile né conveniente. Insomma, che le scelte tecnologiche in campo agricolo non contrastino con l’interesse dei popoli e con un sano sistema economico. Fermo restando che non ci sono ancora studi certi sulla loro influenza sulla salute dell’uomo. Quindi servirebbe un cambio di mentalità che ci permetta di cancellare la vera piaga di questa nostra società: lo spreco alimentare. Si calcola infatti che per ogni europeo si producono 840 kg di cibo all’anno, sprecandone però circa 280, 200 dei quali già nei campi, nelle aziende di trasformazione e nei supermercati, prima ancora che il consumatore li veda. Slow Food, da sempre attenta a queste tematiche, ha promosso numerose attività educative ed editoriali proprio per sensibilizzare i cittadini e fornire preziosi consigli. Sul nostro sito è possibile scaricare gratuitamente la guida delle collana Mangiamoli Giusti "Il nostro spreco quotidiano" (http://slowpress.slowfood.it/upload/201211/C2744B880a41b1C0A7myT1FC4402/files/sprechi_dp_1_.pdf). E proprio allo spreco sarà dedicato lo Slow Food Day, l’appuntamento annuale che coinvolge 300 piazze italiane in appuntamenti, convegni, Laboratori e molto altro.  Segnatevi quindi in agenda il 25 maggio e cercate la Condotta più vicina a casa!
 

3. Domanda:
 Secondo lei le grandi aziende agroalimentari potrebbero essere inserite in un nuovo modello più responsabile verso la biodiversità, la cultura locale, la salute del consumatore e la riduzione degli sprechi e in che modo?

Risposta:
Ma certo che potrebbero, e alcune lo fanno già. Il loro coinvolgimento è essenziale per l’agricoltura. Ma anche per loro perché più sono vicine ai produttori e meglio possono offrirci prodotti sicuri e buoni. Quindi anche utile per il nostro made in Italy. Quando i prodotti fanno tanti chilometri, quando non c’è una filiera ben tracciata, nascono problemi sia per il buon nome dell’azienda sia per il consumatore: basti pensare ai recenti scandali alimentari dove si è fatto un pessimo servizio sia all’Italia sia al consumatore.
 

4. Domanda:
Slow Food è impegnata su diversi aspetti: organizzazione di fiere (Terra Madre, Salone Internazionale del Gusto, Slow Fish etc..), promozione di agricoltura sostenibile a sostegno della biodiversità (attraverso la Fondazione Slow Food per la Biodiversità), pubblicazioni e diffusione culturale. Quale è il mezzo migliore per cambiare i canoni dell’agricoltura moderna? In particolare, occorre fare maggiormente leva sull’educazione del consumatore oppure delle istituzioni nei loro processi di stimolo all’attività agricola?

Risposta:
Sicuramente c’è bisogno di fare leva su entrambi gli attori. Noi da sempre puntiamo sulle attività di educazione per grandi e piccini, fondamentali per cambiare i paradigmi, le abitudini e far quindi leva sulle istituzioni. Per far questo occorre mettere in campo una serie di azioni combinate a partire dai nostri grandi appuntamenti: il Salone del Gusto e Terra Madre a Torino, a Slow Fish a Genova e Cheese a Bra.  
 

5. Domanda:
Ci può parlare del progetto Terra Madre?

Risposta:

Terra Madre è un mondo: una grande rete di comunità del cibo, uomini e donne che lavorano a un progetto comune, pur conservando le loro differenze e tradizioni. È un modo nuovo di intendere la produzione, la trasformazione e consumo del cibo, che trae origine dal passato e dalla storia, ma allo stesso tempo ha uno sguardo proiettato in avanti. Gli incontri biennali delle comunità sono fondamentali per ridare vita alla rete, per rinsaldare il senso di appartenenza, condividere nuove idee che in un solo momento attraversano oceani e continenti. La rete di Terra Madre e i suoi protagonisti sono attivi ogni giorno in ogni parte del mondo.
 

6. Domanda:
Nel mondo ci sono Paesi sviluppati, emergenti (BRICS), in via di sviluppo e poveri. Secondo la sua opinione, dove occorre maggiormente insistere al fine di far affermare un modello agroalimentare più sostenibile?

Risposta:
Non si può fare una distinzione tra i vari Paesi, serve che tutti si impegnino per affermare un nuovo modello agroalimentare sostenibile: sicuramente però sono i paesi sviluppati ad avere una responsabilità maggiore in questo processo e a poter guidare il Sud del mondo in un percorso nuovo. In primis lottando contro fenomeni di colonizzazione e land grabbing. Ci sono moltissime comunità del cibo che portano avanti progetti importanti per il loro territorio, di cui troppo spesso non siamo a conoscenza. Impariamo da loro, condividiamo esperienze e tradizioni, e ce la faremo.
 

7. Domanda:
Infine, se potesse dare un messaggio all’uomo, che cosa gli direbbe di fare per salvaguardare quanto più a lungo la sua esistenza e quella del nostro Pianeta?

Risposta:
Dobbiamo partire dal cibo come ricchezza, come scambio, come cultura. Solo proteggendo il nostro cibo possiamo pensare di salvaguardare le nostre risorse e il pianeta che ci ospita. La produzione, la distribuzione e il consumo di cibo ci coinvolge in maniera totale.