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Perché Gandhi aveva ragione…

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Gandhi ha vissuto tra il 1869 e il 1948, eppure già aveva intuito che l’attuale modello economico (il capitalismo) non fosse quello giusto per lo sviluppo dell’uomo. Quando gli fu chiesto quale fosse la sua visione economica, Gandhi rispose: ‘Produzione di massa…però non nelle industrie, ma nelle case della gente!Ernst Friedrich Schumacher (1911-1977, famoso per il suo libro Small is beautiful) riassunse il concetto in questi termini: ‘non produzione di massa, ma produzione delle masse’… Vediamo le caratteristiche di questo modello a cui Gandhi diede il nome di Swadeshi… 

 
 (a cura di Dario Ruggiero)
 

'La Terra offre quanto basta a soddisfare i bisogni di ogni uomo,

non l’avidità di ogni uomo.'

(Mahatma Gandhi)
 
 
Perché la produzione di ‘massa’ e il potere economico ‘centralizzato’ sono un errore
 
Gandhi era convinto che la produzione di massa, con le sue imprese ad integrazione verticale e la sua tendenza a centralizzare il potere economico avrebbe avuto conseguenze nefaste per l’umanità. Perché se pure è vero che la produzione si svolge in aree innumerevoli, il potere è attribuito ad un solo  centro selezionato….e l’idea che un potere tanto smisurato potesse essere concentrato in un organismo  creato dall’uomo atterriva il Mahatma. Una delle conseguenze peggiori di una tale situazione consiste nel fatto che per la nostra acqua, la nostra luce, per l’aria, per vivere dipendiamo da tale potere. E questa è una cosa logicamente terribile….
 
 
La contraddizione della produzione di massa: produttività=meno lavoro
 
Il problema secondo il Mahatma non era solo il potere centralizzato. La produzione di massa si fonda sull’idea di usare macchine sempre più sofisticate per produrre merci con meno manodopera e a un costo minore. Se tutti i Paesi adottassero questo sistema (come appunto sta accadendo), non ci sarebbe un mercato abbastanza grande da assorbire la produzione (vedi la over-capacity delle acciaierie cinesi…). Inoltre, così come Karl Marx, John Maynard Keynes, Wassily Leontief ed altri illustri economisti, Gandhi riteneva che il desiderio di efficienza e produttività dei capitalisti si sarebbe tradotto in una incontenibile tensione a sostituire il lavoro dell’uomo con l’automazione, lasciando sempre più persone senza lavoro, prive del potere di acquisto necessario per comprare i beni prodotti. Quindi la benzina del capitalismo è il possesso diffuso dei redditi, ma il capitalismo nella sua ricerca dell’efficienza economica e nell’eccessivo spirito di competizione finisce per bruciare il suo carburante.
 
 
La proposta di Gandhi: la Swadeshi
 
L’intuizione di Gandhi era molto semplice: ‘portare il lavoro alla gente e non la gente a lavoro!’ Questo modello, che egli definì con il nome di Swadeshi, consisteva in una produzione locale realizzata dalla gente nelle case e nei quartieri. Gandhi era convinto che produzione e consumo dovessero essere in gran parte riuniti nello stesso territorio, che la produzione quindi dovesse essere in gran parte locale, anche se non tutta consumata a livello locale.
 
La filosofia di Gandhi incoraggiava la produzione economica decentrata in comunità locali autosufficienti, la promozione del lavoro artigianale rispetto al lavoro meccanico e industriale e una visione della vita economica come una missione morale e spirituale e non una abbuffata materialista. L’antidoto all’avidità e al dilagare dello sfruttamento economico risiede in un impegno a favore della comunità.
 
L’economia ideale di Gandhi iniziava nel villaggio locale per poi protendersi verso il mondo esterno. Dalle sue parole: ‘il villaggio swaraj è un’autentica repubblica, indipendente dai vicini per i bisogni vitali, e tuttavia interdipendente per i numerosi altri bisogni per i quali la dipendenza è necessaria.’
 
Gandhi scartava l’idea di una società strutturata a piramide, in favore di quelli che chiamava ‘cerchi oceanici,’ realtà costituite da comunità di individui integrate in comunità sempre più ampie, fino a comprendere l’intera umanità: ‘La vita non sarà una piramide….il cerchio più esterno non eserciterà il suo potere per schiacciare i cerchi più interni, ma darà forza a chiunque si troverà al loro interno e a sua volta ne trarrà forza.’
 
Differentemente da Adam Smith, per Gandhi l’interesse della comunità prevale su quello della singola persona e ogni altra prospettiva pregiudica la felicità del genere umano.
 
 
Conclusioni
 
‘La globalizzazione è un arma potentissima per
consentire a tutti di vivere nei posti più disparati della Terra.
Ma se diventa un fine a se stesso si trasforma in un coltello a doppia lama.’
 
 (Dario Ruggiero)
 
Nonostante Gandhi avesse assaporato solo l’inizio dei problemi apportati dall’attuale modello economico, aveva intuito quanto fosse pericoloso per noi e il nostro pianeta, quasi come avesse previsto la crisi economica, la crescente disuguaglianza e la crisi ecologica che ci sta affliggendo. Aveva intuito che le comunità dovessero essere autosufficienti, solo così si riduce la vulnerabilità economica a livello economico (oggi basta chiudere un’impresa per mandare in tilt una comunità e distruggere la vita di decine di migliaia di persone – vedi caso ILVA - Taranto).
 
E’ vero, la grande impresa è necessaria a esportare beni e garantirci stili di vita superiori, ma cosa accade se le nostre esportazioni falliscono (il mercato estero non le apprezza più)? Gandhi aveva intuito tutto…
 
Questo non è un attacco alla globalizzazione…La globalizzazione è un arma potentissima per consentire a tutti di vivere nei posti più disparati della Terra. Ma se diventa un fine a se stesso diventa un coltello a doppia lama. La globalizzazione serve nei limiti in cui: 1) non aumenta la vulnerabilità delle comunità; 2) non si traduce in un rischi per l’ambiente. Oggi c’è un eccesso della globalizzazione e questo in gran parte perché usufruisce di grandi incentivi economici a livello nazionale e internazionale. I Paesi devono tornare a salvaguardare le risorse naturali, culturali e sociali in una prospettiva di lungo periodo. Solo così si possono creare società veramente sostenibili. 

 

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Dario Ruggiero,
LTEconomy, 15 Ottobre 2017
   
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