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Non focalizziamoci solo sul Cambiamento Climatico

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Alcuni anni fa, leggendo il The Ecologist, mi sono imbattuto in un articolo estremamente interessante (Charles Eisenstein - ‘Climate Change:  The Bigger Picture’) nel quale l’autore enfatizzava come il Cambiamento Climatico sia parte di un problema ben più ampio: l’attuale crisi ecologica e di valori. Focalizzarsi sul Cambiamento Climatico, o ancora peggio sul Global Warming potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio perché:

  1. per qualche motivo potrebbero cadere le teorie che ne sono alla base: in tal caso non esisterebbe più il mostro da battere; la più ampia crisi ecologico-sociale continuerebbe ad esistere (con devastanti conseguenze in termini di infertilità del suolo, deforestazione, perdita di biodiversità e disconnessione sociale);
  2. ci limiteremmo a risolvere un ‘solo’ aspetto della più ampia crisi ecologico-sociale che  continuerebbe ad esistere.

E’ vero la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è un segnale allarmante, ma lo sono anche la grande quantità di rifiuti non biodegradabile che produciamo, la riduzione della fertilità del suolo, la deforestazione in se (al di la delle conseguenze che essa ha sul Cambiamento Climatico)… Se ci fermiamo per un attimo a pensare, questi sono tutti problemi causati dall’attuale visione miope dell’uomo che in tutte le sue attività tende a massimizzare il benessere/profitto di breve periodo. In questo modo stressiamo i terreni per creare più profitto; abbattiamo foreste per creare occupazione; produciamo grandi quantità di beni (x generare economie di scala) che si trasformano poi in rifiuti da smaltire…. La soluzione a tutto questo esiste: l’Economia di Lungo Periodo. Basta dare voce a tutte le iniziative che, preservando natura, capitale sociale e culturale, creano le basi per preservare il benessere nel lungo periodo.

 
 (a cura di Dario Ruggiero)
 
 
Aumentano la concentrazione e le emissioni di CO2…
 
Quando si parla di global warming, tutti noi riconduciamo il problema alle emissioni di anidride carbonica (CO2). Molti di noi però non conoscono il perché di questo legame. Studi fatti nei ghiacciai dell’Antartico e della Groenlandia dimostrano che nei periodi più caldi della Terra sono stati sempre registrati livelli alti di  Concentrazione di CO2 nell’atmosfera (oltre 400-500 parti per milione).
 
I dati raccolti nei pressi del centro di Mauna Loa (il luogo scelto da Charles D. Keeling, il ricercatore che diede inizio agli studi sulla porzione di CO2 nell’atmosfera) evidenziano che, a partire da Maggio 2013, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha superato i 400 ppm (dato preoccupante, considerando che in epoca pre-industriale stava a valori inferiori alle 280 ppm) e cresce al ritmo di 2 – 2,5 ppm all’anno. L’ultimo picco è stato raggiunto nel mese di maggio 2017 (410 ppm).
 
 
Grafico – Concentrazione di CO2 nell’atmosfera
(dati settimanali; ppm)
 
 
Fonte: elaborazione LTEconomy su dati ESRL-NOAA 
 
 
 
Nonostante questo segnale allarmante, continuano a crescere le emissioni di  CO2 da parte dei Paesi…
 
Nel 1960 si producevano circa 9 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno; oggi se ne producono oltre 36 miliardi (4 volte il dato del 1960). In media, le emissioni sono cresciute del 2,6% all’anno e tale tasso di crescita è stato rispettato anche negli ultimi anni di osservazione (2010-2014).
 
Gli Stati Uniti continuano ad essere uno dei Paesi che emettono maggiori quantità di anidride carbonica nell’atmosfera (5,2 miliardi di tonnellate), e sono secondi solo alla Cina (con oltre 10 miliardi di tonnellate ed una crescita media annuale del 5,3%). E’ evidente che nonostante i numerosi warning (Dai The Limits to Growth del 1972 alla conferenza di Rio de Janeiro del 1992 fino agli accordi più recenti), non sono stati fatti passi avanti nel limitare le emissioni di CO2 nell’atmosfera.
 
Per cambiare lo scenario delle emissioni di CO2 ci sono due alternative: 1) Cambiare il paradigma tecnologico energetico; 2) Installare un ideologia di lungo periodo (Long Term Economy).
 
Una proposta simile è stata fatta da Adrian Raftery, un professore dell’Università di Washington in un suo articolo pubblicato su Nature Climate Change e ripreso da tutti i quotidiani del mondo. Dopo aver analizzato l’accordo di Parigi, secondo il docente, c’è solo l’1 per cento di possibilità che le temperature crescano in misura inferiore a 1,5 gradi. Pur specificando che ‘agire è fondamentale,’ Raftery sottolinea che ’solo una svolta tecnologica’ potrebbe cambiare sensibilmente le nostre previsioni».
 
 
Grafico – Emissioni globali di CO2
(milioni di tonnellate)
 
Fonte: elaborazione LTEconomy su dati World Bank
 
Grafico – Emissioni di CO2: primi tre paesi nel mondo
(milioni di tonnellate)
 
Fonte: elaborazione LTEconomy su dati World Bank
 
 
….Ma aumenta anche il consumo totale di risorse (l’Impronta Ecologica)
 
Se non cambia il modo in cui consumiamo le risorse e produciamo rifiuti, entro il 2030 avremo bisogno di un pianeta grosso 2 volte il pianeta Terra se non vogliamo distruggere le ricchezze naturali di cui esso è dotato.
 
Noi (cittadini, imprese, istituzioni), nello svolgere le nostre attività ordinarie, produciamo una certa pressione sulla natura: utilizziamo materie prime (per produrre nuovi prodotti); in questo processo consumiamo energia e generiamo emissioni di CO2; produciamo rifiuti; usiamo spazio per le infrastrutture urbane etc...
 
Prima del 1990 non esisteva alcuna misura sintetica del nostro impatto ambientale effettivo in termini di risorse naturali: ciascun impatto veniva misurato separatamente (tasso di deforestazione, consumo di energia, emissioni di CO2, produzione di rifiuti, riciclaggio etc ...). Oggi questa misura esiste: si chiama Impronta Ecologica ed è calcolata dal Global Footprint Network a livello globale, di Paese ed individuale. La Biocapacità di una città o di una nazione rappresenta il “grado di produttività” dei suoi asset naturali (terreni agricoli, terreni da pascoli, foreste, superficie per la pesca e area destinabile alle costruzioni).
 
Sia l'Impronta Ecologica che la Biocapacità sono espresse in global hectares (ettari globali di terreno). Confrontando l'Impronta Ecologica e la Biocapacità possiamo dire se una comunità/un Paese/il mondo è in una condizioni di Deficit Ecologico (ovvero di “overshoot”- quando l'Impronta Ecologica è maggiore rispetto alla Biocapacità) o di Credito Ecologica (quando l'Impronta Ecologica è inferiore alla Biocapacità).
 
Grafico - Impronta ecologica e deficit ecologico nel mondo
Fonte: Global Footprint Networc - National Footprint Accounts 2017
 
 
Conclusione
 
E’ evidente che nel corso dell’ultimo secolo, con le nostre attività abbiamo modificato in modo consistente la composizione chimica dell’atmosfera (aumentando il livello di gas serra in esso presenti), e che il global warming è un fenomeno reale (Si veda l’intervista con Luca Mercalli – ’30 anni persi’). Tuttavia, focalizzarsi solo su questo aspetto della Crisi Ecologica può rappresentare un grave errore. Supponiamo che riuscissimo a risolvere il problema della concentrazione di CO2 con una determinata tecnologia…Avremmo così sconfitto il Cambiamento Climatico…Ma avremmo anche risolto la più profonda Crisi Ecologica che c’è alla base? No!
 
Occorre andare oltre il Cambiamento Climatico e riprogrammare le nostre attività in modo tale da riavvicinare l’uomo alla Natura…Ciò a cui dobbiamo dare importanza non è il capitale economico…Ma quello Naturale…Il mare, le foreste, il suolo, la biodiversità, così come l’integrità sociale e culturale sono tutti elementi che meritano il massimo rispetto. E’ per questo che occorre passare da un paradigma economico miope (che distrugge il benessere di lungo periodo) alla Long Term Economy…   
A breve intervista con Brian Czech (Presidente del Center of Advancement in the Steady State Economy – CASSE)

 

La Long Term Economy è un modello economico in grado di condurci verso questo nuovo modo di pensare. Scopri di più sulla Long Term Economy.

 

 La fonte dell'immagine è Encyclopedia Britanica
 
 
Dario Ruggiero,
LTEconomy, 10 Dicembre 2017
   
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