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Fish Dependence Day: in tre mesi abbiamo consumato le quantità di pesce che l’Italia produce in un anno

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Tanto significativo quanto preoccupante questo indicatore, il Fish Dependence Day, che quest’anno si è presentato il 31 marzo. Esso ci dice che in tre mesi (al 31 marzo appunto) abbiamo già consumato tanto pesce quanto l’Italia (nei suoi bacini) è in grado di produrre (pescare) in un anno. In altre parole, in Italia produciamo il 25% del pesce che consumiamo. L’Italia non è autosufficiente in termini di pesca. E il fatto che la nostra autosufficienza si sia ridotta dal 50% al 25% tra il 1990 e il 2015 ci suggerisce che occorre un approccio più sostenibile sia per quanto riguarda l’industria della pesca che il consumo di pesce. Vediamo più in dettaglio i dati e cosa si può fare a riguardo.

 (a cura di Dario Ruggiero)
 
Dal 1990 al 2017 il 25% in meno di autosufficienza
 
I dati sono stati diffusi dalla New Economic Foundation e ripresi dall’Associazione MedReAct. Essi evidenziano che Il nostro grado di autosufficienza (la capacità di soddisfare i nostri consumi con il nostro pescato), dal 1990 al 2014, si è quasi dimezzato, passando da 50% a 25%: il fishing Dependence Day cadeva il 29 giugno nel 1990, mentre, stando agli ultimi dati disponibili (2014), esso oggi si presenta il 29 marzo.
 
Tra i fattori che hanno determinato questo calo va annoverata “la pesca indiscriminata” che ha provocato nel corso degli anni il declino delle risorse ittiche nel Mediterraneo consegnando il nostro paese a una dipendenza sempre maggiore dalle importazioni di pesce
 
La pesca illegale è uno dei grandi mali che affligge il Mediterraneo, impedisce una corretta gestione della pesca e crea condizioni sleali tra gli operatori del settore. Si calcola che oltre il 50% degli sbarchi di prodotti ittici in Italia provenga dalla pesca illegale. Se non si interviene presto, si rischia di portare ulteriori danni al patrimonio ittico nel Mediterraneo.
 
 
Grafico: Autosufficienza nel settore della pesca in Italia (dati in %)
 
Fonte: LTEconomy su dati New Economic Foundation 

 

Grafico: Il Fish Dependence Day in Italia si presenta sempre più in anticipo

Fonte: LTEconomy su dati New Economic Foundation
 

I dati a livello europeo

Se in Italia si consumano mediamente 25 kg di pesce all’anno e in tre mesi consumiamo tutto ciò che siamo in grado di produrre in un anno, a livello europeo (Unione Europea) si consumano annualmente 22,5 kg di pesce a testa ed il Fish Dependence Day cade 6 luglio: quasi il 50% del pesce consumato in Europa proviene da acque esterne al continente. Nel 2000 il Fish Dependence Day cadeva il 4 agosto, con un livello di autosufficienza pari al 60%.

L’Irlanda, Malta, la Finlandia, la Danimarca, la Croazia, sono i Paesi dell’Unione Europea in cui la produzione supera il consumo interno di pesce. Mentre, l’Austria, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia, sono i Paesi con i minori livelli di autosufficienza, condizione prevedibile, considerando le scarse risorse ittiche di questi Paesi. Meno prevedibili i bassi livelli di autosufficienza dell’Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo, dove a incidere sono sia i bassi livelli di produttività delle aree marine che gli elevati livelli di consumo.

 

Verso una produzione più responsabile
 
L’Italia, così come l’Unione Europea, hanno aree marine molto produttive capaci di sostenere una fornitura di pesce sostenibile nel lungo periodo, occupazione nel settore e sviluppare enormi benefici in termini sociali ed economici, ma solo se le risorse ittiche sono gestite in modo responsabile.
La politica comune sul settore della pesca nell’Unione Europea (EU Common Fisheries Policy - CFP) è stata riformata nel 2013, uno step significativo nello stabilire le fondamenta legali per raggiungere una pesca sostenibile entro il 2020.
 
Adesso spetta a ciascun Stato-Membro decidere quanto ambizioso vuole essere nell’abbracciare gli obiettivi del CFP e riportare I propri bacini a livelli massimi di produttività sostenibile. Ristorare i propri bacini, comporterà livelli di produttività più bassi nel breve periodo, ma le capacità produttive aggiuntive nel lungo periodo, stimate dal Bio-Economic Model of European Fisheries (BEMEF) a 2 milioni di tonnellate aggiuntive (con riferimento agli stock ittici del Nord Atlantico) sarebbero sufficienti a sfamare quasi 100 milioni di abitanti e a riportare il Fish Dependence Day dell’UE tre mesi avanti.
 
 
Verso un consumo più responsabile
 
Oltre ad un miglioramento nelle pratiche di pesca (limitando l’uso di metodi non artigianali a forte impatto ambientale) per ristorare gli stock ittici, il consumatore può fare la sua parte. Il WWF ha pubblicato una Guida al consumo responsabile di pesce (pescesostenibile.wwf.it), in cui detta innanzitutto 5 principi generali:
 
1) Scegli il prodotto locale (possibilmente a “miglio zero”);
2) Assaggia la diversità (scegliendo anche specie non comuni);
3) Mangia solo pesce adulto;
4) Controlla la provenienza sull’etichetta;
5) Acquista prodotti ittici certificati (Msc - Marine Stewardship Council; Asc - Aquaculture Stewardship Council) o biologici.
 
Per Greenpeace (si veda la guida fishfinder), tra le specie in condizioni critiche ci sono senza dubbio i grandi predatori d’alto mare:
 
1) Il tonno “pinna gialla,” i cui stock, specie nell’Oceano Pacifico e Indiano, versano in gravi condizioni;
2) Il tonno rosso, con gli stock nel Mediterraneo prossimi al collasso;
3) Il pesce spada, con stock in declino e pratiche di pesca (la spadara), vietate da anni;
4) Il merluzzo atlantico, anche esso con stock in pessime condizioni, specie nel Nord-Atlantico e pescato con reti a strascico, con notevoli danni al fondale e a pesci e altri organismi di nessuna importanza commerciale (catture accessorie);
5) I “gamberoni tropicali”, un prodotto da acquacoltura che causa gravi danni ambientali.
 
Sono, invece, considerati generalmente sostenibili prodotti come le acciughe, le sardine e gli sgombri, anche se questi ultimi spesso provengono dall’Atlantico come le aringhe. Queste ed altre specie, collettivamente riferite con il nome di “pesce azzurro”, sono di solito pescate con le reti a circuizione. Non ci sono danni ai fondali e di solito (non sempre…) le catture accessorie sono trascurabili.
 
 
Conclusioni
 
Oggi ogni persona mangia una media di 19,2 kg di pesce all’anno, circa il doppio rispetto a 50 anni fa. Nell’arco di soli 40 anni, si è registrata una diminuzione delle specie marine del 39%. La pesca illegale e non regolata costituisce una fetta del totale del pesce catturato a livello mondiale stimata in 11-26 milioni di tonnellate (12-28%). Quasi il 30% degli stock ittici pescati a fini commerciali è sovra-sfruttato (le quantità pescate eccedono di molto la possibilità di ripopolamento che i mari naturalmente hanno). Circa il 60% di stock ittici è sfruttato al massimo.
 
Ancora una volta si ripresenta il trade-off tra benefici di breve termine e di lungo periodo. Fino ad oggi l’industria della pesca ha guardato solo al breve periodo, non considerando il fatto che, danneggiando gli stock ittici e i fondali e la biodiversità marina, nel lungo periodo avrebbe iniziato ad assaggiare le conseguenze del declino del pescato. I dati parlano chiaro: oggi la maggior parte dei Paesi avanzati consumano molto più di quanto i propri mari sono in grado di offrire. Si tratta di mari sempre più poveri di pesce se non si interviene sia dal lato del consumo (orientando le scelto verso specie meno a rischio) che dal lato della pesca, utilizzando metodi meno invasivi e lasciando ripopolare gli stock ittici maggiormente danneggiati. Insomma, se vogliamo continuare a mangiare pesce buono nel lungo periodo, dobbiamo prenderci cura dei nostri mari.
 
 
La Long Term Economy è un modello economico in grado di condurci verso questo nuovo modo di pensare. Scopri di più sulla Long Term Economy.
 

 Fonte: Long Term Economy  

Dario Ruggiero,
LTEconomy, 09 Maggio 2017
  
  
Per approfondimenti:
 
New Economic Foundation
 
Associazione MedReAct
 
 WWF, Guida al consumo responsabile di pesce
 
Greenpeace, fishfinder guide
 
 
 

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