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Copenaghen Fashion Summit: può l’industria tessile essere più sostenibile?

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L'industria tessile (la fashion industry) è una delle più redditizie e allo stesso tempo inquinanti della Terra. Produce un fatturato annuo di 1.500 miliardi di euro e oltre un miliardo di vestiti all’anno. Se si pensa poi che la produzione mondiale di indumenti è destinata ad aumentare del 63% entro il 2030, appare ovvio che l’industria tessile avrà un impatto sempre maggiore sull’ambiente e sull’ecosistema terrestre. Ma l’attuale business model è sostenibile? E’ in grado di far fronte alle sfide di una maggiore richiesta di indumenti e un minore impatto ambientale? In che direzione deve cambiare?  

 
 (a cura di Dario Ruggiero)
 
L'impatto ambientale dell'industria tessile e il vertice di Copenaghen
 
Stiamo parlando di un settore ad alto consumo idrico, ad elevate emissioni di CO2 e che produce un’elevata massa di rifiuti: nel 2015 l'industria della moda ha consumato circa 80 miliardi di metri cubi di acqua dolce, ha emesso oltre un milione di tonnellate di CO2 e ha prodotto 92 milioni di tonnellate di rifiuti.
 
Ecco perché, recentemente (nella seconda settimana di maggio 2017), i rappresentanti di tutti i principali operatori della moda, dai famosi rivenditori della “fast-fashion” (H & M, Asos e Zara) agli importanti marchi del lusso (Burberry e Swarowski) si sono incontrati a Copenaghen per discutere di sostenibilità. Il Copenaghen Fashion Summit di quest'anno si è concentrato sul tema della "circolarità:" come l’economia circolare può aiutare a ridurre il consumo di risorse naturali nell’industria tessile.
 
 
Che cosa la sostenibilità chiede all'industria della moda?
 
Secondo Chiara Campione, la responsabile della campagna Detox My Fashion di Greenpeace, migliorare la sostenibilità dell'industria della moda non riguarda solo la questione del riciclaggio. È necessario un nuovo modello di business, un modello in cui le persone acquistano meno abiti, abiti che sono più resistenti e che si possono riparare.
 
 
Il progetto “New Normal" e gli abiti durevoli di Tom Cridland
 
In questa direzione va il progetto "New Normal", proposto dal WWF in Finlandia in collaborazione con la Nordic Fashion Week Organisation. Secondo Miiju Sirviö del WWF in Finlandia, attualmente, la produzione di cotone richiede notevoli quantità di acqua, di sostanze chimiche, di energia e di terra; allo stesso tempo, i combustibili fossili non possono essere trasformati in poliestere o altri tessuti sintetici per sempre. Eppure, molti vestiti vengono buttati via (e giungono in discarica) prima che finisca la loro vita utile. Le fibre sintetiche rappresentano uno dei maggiori problemi per l’ambiente. Il poliestere, ad esempio, che è già presente nel 60% degli indumenti, produce quasi tre volte più diossido di carbonio del cotone biologico e può richiedere decenni per essere completamente smaltito; inoltre, le microfibre di plastica sono tra i maggiori inquinanti degli ambienti marini.
 
Quindi, cosa propone il progetto "New Normal"? La produzione di vestiti dovrebbe utilizzare un materiale molto resistente e riciclato dai rifiuti tessili. Questa fibra esiste ed è prodotta da una società finlandese. Stiamo parlando dell’Infinited Fiber.
 
Secondo Tom Cridland, che ha creato un proprio marchio appena tre anni fa con un prestito pubblico iniziale di sole £6.000, "la Cheap fast fashion (la moda a buon mercato e veloce) è un ostacolo enorme per la sostenibilità nell’industria tessile." La soluzione consiste nel promuovere l’abitudine di "acquistare meno, ma meglio," e in questo modo la moda sostenibile al 100% non sarà un traguardo impossibile da raggiungere. Con un giro di affari superiore a 1 milione di sterline l'anno, l'idea di Tom sta decollando e riscontrando il favore del mercato.
 
 
La campagna “Detox My Fashion” di Greenpeace
 
Un altro grande problema per la salute umana e ambientale è l'ampio utilizzo di sostanze chimiche pericolose da parte dell’industria della moda. E’ per questo motivo che, a partire dal 2011, Greenpeace, con la campagna “Detox My Fashion,” ha lanciato la sfida ad alcuni dei marchi di abbigliamento più popolari al mondo (da Adidas a Zara) di eliminare tutte le emissioni di sostanze chimiche pericolose.
 
 
Acquistiamo molti più vestiti di quanti ne abbiamo bisogno ...
 
Secondo una recente indagine di Greenpeace, noi acquistiamo molti di più abiti rispetto alle nostre effettive esigenze. 2/3 dei residenti di Hong Kong ammettono questa verità.  Lo stesso vale per il 60% dei cinesi e per oltre la metà degli intervistati tedeschi e italiani. Ma il sovra-consumo senza senso di indumenti tessili è ormai penetrato nella nostra cultura. Le cause sono emotive e sociali. La metà delle persone intervistate ha affermato che l'immediata emozione indotta dallo shopping non dura oltre una giornata.
 
Occorre un nuovo modello di consumatore, un consumatore molto più coscienzioso e meno impulsivo affinché si possa realizzare una vera rivoluzione nel settore della moda verso una maggiore sostenibilità.
 
Tale spirale di sovra-consumo può essere fermata solo se rimodelliamo il nostro rapporto con gli abiti che già possediamo. La sfida Haulternative (anche questa lanciata da Greenpeace) invita le persone a condividere le proprie storie in cui sfruttano al meglio gli abiti che già possiedono.
 
 
Conclusioni
 
Così come dimostrano le campagna portate avanti da Greenpeace (Detox My Fashion e la sfida Haulternative), nonché il progetto “New Normal” del WWF in Finlandia, la sostenibilità nell’industria della moda è un obiettivo realizzabile, ma solo se entrambi i consumatori e i produttori partecipano alla sfida.
 
La vera sfida che dobbiamo affrontare è quella di indurre l'industria della moda a rispettare sia i diritti "civili" che quelli "ambientali". Solo quando essa penserà meno al profitto e più a rendere la sua produzione preziosa per e rispettosa delle comunità e delle terre locali, potremmo allora dire che la moda è diventata un settore sostenibile!
Si ringrazia Greenpeace per le sue campagna e il WWF in Finlandia, con il progetto “New Normal”, che stanno contribuendo in modo notevole nell’aumentare la consapevolezza in quest’ambito e a guidare il settore verso una maggiore sostenibilità.
 
Solo quando essa penserà meno al profitto e più a rendere la sua produzione preziosa per e rispettosa delle comunità e delle terre locali, potremmo allora dire che la moda è diventata un settore sostenibile!

 

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 Fonte: Long Term Economy  

 
 
Dario Ruggiero,
LTEconomy, 04 Giugno 2017
   
 
Fonti
 
Chiara Campione, (11 May 2017), “Copenhagen Fashion Summit: How NOT to make the fashion industry more sustainable”, Greenpeace -
 
Rob Walker (9 April 2017), “Fashion in new bid to be truly sustainable”, The Guardian
 
The Infinite Fiber Company
 
Greenpeace - Detox My Fashion -
 
Frances Lo (8 May 2017), “Shopping doesn’t make us happy”, Greenpeace
 
Lu Yen Roloff (24 April 2017), “We can change the world with a fashion revolution”, Greenpeace

 

 

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