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Perché l'economia della crescita non può durare all'infinito

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A cura di Dario Ruggiero (Dicembre 2013)

Premessa
Tutti i Paesi del mondo puntano sempre con maggior enfasi alla crescita del Prodotto Interno Lordo. Le ragioni più esplicite (nel senso che vengono manifestate dai politici) risiedono nel bisogno di aumentare il tenore di vita dei propri cittadini e di far crescere il livello di occupazione. Questi, in realtà, sono bisogni che acquisiscono significato solo all’interno di una società basata sulla crescita dei consumi materiali e della competitività nelle relazioni internazionali; viceversa, decadono in modelli sociali che si basano su valori diversi da quelli appena citati.

Quanto al primo aspetto, è ormai ampiamente diffusa l’idea che il Prodotto Interno Lordo pro capite non è in grado di tradursi pienamente in benessere per i cittadini. In realtà, un incremento del PIL pro capite può generare un maggiore benessere nei Paesi poveri (di risorse economiche e naturali), dove un aumento del PIL pro-capite, se omogeneamente distribuito tra la popolazione (cosa che spesso non accade), si traduce in un aumento dei beni e dei servizi a disposizione dei cittadini. Ma per i Paesi in cui tale indicatore è già elevato, un suo ulteriore aumento ha un utilità bassa per i cittadini che già sono saturi di beni e servizi (anche per il PIL pro capite vale la regola classica dell’utilità marginale decrescente delle risorse, per cui maggiore è la quantità di una risorsa di cui si è in possesso, minore sarà l’utilità di una sua unità aggiuntiva per il soggetto economico; per un approfondimento sull’argomento si veda LTEconomy, “Dal pil a nuove misure”).
 
Il secondo aspetto (la crescita del PIL è funzionale all’aumento dell’occupazione) altro non è che la conseguenza di uno dei mali peggiori dell’Economia della crescita: l’eccessiva enfasi sulla crescita della “produttività delle risorse” (maggiore output a parità di risorse – di capitale e umane - impiegate). In un sistema caratterizzato dalla costante ricerca della produttività, occorre continuare a crescere all’infinto al fine di “semplicemente” conservare un livello di occupazione stabile.
 
Ai due motivi appena descritti, se ne aggiunge un terzo (poco esplicitato dai mass media): acquisire o conservare potere nelle relazioni commerciali e politiche internazionali. Le economie avanzate, per conservare la propria posizione negli equilibri di potere mondiali, devono continuare a crescere: le economie emergenti devono fare altrettanto per raggiungere il tenore di vita dell’economie avanzate e le economie povere (chiamate con eufemismo economie in via di sviluppo) vogliono crescere per ridurre la propria povertà (anche se il sistema della crescita sta comportando un loro progressivo impoverimento, specie in termini di capitale naturale).
 
La società della crescita è insostenibile economicamente ed ecologicamente nel lungo periodo in quanto “è un sistema basato sull’eccesso” e che non rispetta un equilibrio di lungo termine tra le risorse consumate oggi e quelle che si potranno consumare in futuro. Essa ha generato (e continuerà a generare) un aumento dell’inquinamento (secondo paragrafo) e dell’impronta ecologica (terzo paragrafo). Essa è un sistema basato sull’individualismo, la competizione e la disuguaglianza; ne consegue un forte squilibrio negli stili di vita tra i vari Paesi (argomento ampiamente trattato nel quarto paragrafo); l’iniqua distribuzione della ricchezza nel mondo sta portando ad una nuova forma di colonialismo, meglio conosciuta col nome di Land grabbing (quinto paragrafo); infine, la società della crescita è un sistema viziato: occorre crescere all’infinito per conservare i livelli di occupazione (sesto paragrafo).
 
In questa prospettiva, diversi economisti e filosofi propongono un nuovo modello sociale, basato su valori differenti da quelli su cui si fonda l’attuale società. Essi sono i sostenitori della cd. “decrescita”. La decrescita è un “progetto volontario”, completamente distinto dalla “recessione” (che è un fenomeno non voluto) che si sta abbattendo in diversi Paesi. Gli ultimi due paragrafi dell’articolo sono dedicati rispettivamente al percorso storico del pensiero della decrescita e ai principi su cui essa si basa; una particolare enfasi è dato al concetto di “abbondanza frugale” che dimostra come nella società della decrescita ci possa essere molta più ricchezza (tra l’altro meglio distribuita) rispetto a una società basata sul consumo di beni materiali (Serge Latouche, 2012).
 
Riuscirà la decrescita a sostituirsi alla recessione? Molto dipenderà da quanto i pionieri di questo nuovo modello sociale e l’attuale crisi economica riescano a smuovere l’opinione collettiva e a fare affermare valori completamente nuovi.
 
 
 
 
Ringraziamenti
 
I migliori ringraziamenti per la realizzazione di questo articolo vanno al Dott.Erik Assadourian (Worldwatch Institute, Senior Fellow; direttore del “The Transforming Cultures Project”, e co-direttore di quattro edizioni del report “State of the World”), per averci concesso un’intervista sull’argomento. (Intervista con Erik Assadourian)
 
 
“…Il benessere di una nazione difficilmente può essere dedotto
da una misura di reddito nazionale come sopra definito”.
(Simon Smith Kuznets, 1934)
(Nostra traduzione su testo originale in inglese)
 
 
“… Il nostro prodotto nazionale lordo, ora, è di oltre 800 miliardi di dollari l'anno,
ma tale prodotto nazionale lordo - se giudichiamo gli Stati Uniti d'America in base ad esso -
conta anche l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette,
e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine ....
... Esso non include la bellezza delle nostre poesie o la solidità dei nostri matrimoni,
l'intelligenza dei nostri dibattiti pubblici o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti ....
... Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
(Robert F. Kennedy Speeches University of Kansas, March 18, 1968)
(Nostra traduzione su testo originale in inglese) 
 
 
“La vera povertà consiste nella perdita dell’autonomia e
Nella tossicodipendenza da consumismo”.
(Serge Latouche, 2012)
 
 
INDICE
Premessa
1. La corsa alla crescita
2. Crescita ed emissioni di anidride carbonica
3. Crescita e impronta ecologica
4. Crescita e “iniquità nella distribuzione globale delle risorse”
5. Crescita e Land grabbing
6. Crescita e occupazione: il problema della produttività
7. I passi verso il superamento del PIL come misura del benessere dei cittadini
8. Il concetto di “decrescita economica”: le principali questioni sull’argomento
Conclusioni
BIBLIOGRAFIA 
 
 
1. La corsa alla crescita
 
Nel panorama economico mondiale si possono distinguere tre grandi gruppi di Paesi: le economie avanzate, quelle emergenti e quelle in via di sviluppo. In un’economia aperta, come quella attuale, in cui il commercio internazionale è in continua crescita (negli ultimi trenta anni il commercio internazionale di beni e servizi è cresciuto del 7% all’anno; WTO, World Trade Report 2013), i singoli Paesi, per garantirsi la possibilità di accedere a un maggior numero di risorse e, in tal modo, assicurare un tenore di vita “materiale” elevato ai propri cittadini, adottano una strategia molto semplice: far crescere il proprio Prodotto Interno Lordo. La crescita economica permette ai Paesi di presentarsi nei mercati internazionali delle risorse con un potere relativo maggiore. L’analogia con quanto accade all’interno della società è immediata: una persona ricca ha molte più possibilità di accedere ai beni e ai servizi offerti sul mercato rispetto a una persona povera.
 
 

 

Quindi, ormai tutti i Paesi nel Mondo adottano strategie volte ad accrescere la propria ricchezza economica (ossia la somma dei propri redditi – il PIL), al fine di conservare il proprio tenore di vita (è il caso dei Paesi avanzati), di aumentarlo (nel caso dei Paesi emergenti, in particolare i BRICS[1]), oppure di uscire dalla povertà economica (per i Paesi in Via di Sviluppo).
 
Tali strategie trovano ampia conferma nei dati sulla crescita del PIL rilasciati dal Fondo Monetario Internazionale (FMI); i Paesi avanzati (con riferimento a quelli che compongono il G7), tra il 1981 e il 2012 sono cresciuti a una media annuale del 2,3% (per una crescita accumulata di circa il 70% nell’intero periodo); i BRICS hanno mediamente aumentato il proprio PIL del 6,2% l’anno e i Paesi dell’Africa sub-sahariana del 3,6%. E’ interessante notare che, mentre all’inizio degli anni ottanta il “potere economico” (in termini di quota mondiale di PIL) era accentrato in maniera preponderante nei Paesi avanzati, questi hanno progressivamente perso terreno, esclusivamente a favore dei Paesi emergenti (BRICS), mentre il ruolo svolto dai Paesi dell’Africa sub-sahariana è ancora marginale.
 
 
Tabella – Tasso di crescita del PIL
(Economie avanzate, economie emergenti e Africa Sub-sahariana, crescita annua % del PIL reale)
  1981-1990 1991-2000 2001-2010 2011-2012 2013-2018 1981-2012
Advanced economies (G7) 3,2 2,6 1,3 1,5 2,2 2,3
Canada 2,8 2,9 1,9 2,2 2,2 2,5
France 2,4 2,0 1,1 0,9 1,3 1,8
Germany 2,3 1,9 1,0 2,0 1,2 1,8
Italy 2,4 1,6 0,4 -1,0 0,7 1,3
Japan 4,6 1,1 0,8 0,7 1,3 2,1
United Kingdom 3,1 2,8 1,8 0,5 1,8 2,4
United States 3,3 3,4 1,6 2,0 3,0 2,7
             
BRICS 5,6 5,3 7,7 6,3 6,8 6,2
Brazil 1,6 2,5 3,6 1,8 3,9 2,5
China 9,4 10,5 10,5 8,5 8,4 10,0
India 5,6 5,6 7,4 5,9 6,5 6,2
Russia - -2,1 4,9 3,9 3,6 2,0
South Africa 1,5 1,8 3,6 3,0 3,2 2,4
             
Sub-Saharan Africa 2,4 2,3 5,7 5,0 5,7 3,6
Fonte: ns elaborazione su dati FMI
 
 
Grafico – Quota percentuale del PIL mondiale
(PPP*)
 
* PPP = Purchasing Power Parity
Fonte: ns elaborazione su dati FMI e Banca Mondiale
 
 

Box - Che cosa è la crescita economica

In questo periodo, più che mai, nei mass media circola il concetto di crescita economica. Con tale termine si intende un aumento del Prodotti Interno Lordo (PIL) reale. Il PIL è il valore dei beni e servizi che vengono creati in un Paese in un determinato anno(sono esclusi dal PIL i beni e i servizi intermedi, il cui valore è incorporato in quelli finali). Il valore di tali beni e servizi è destinato ad alimentare il consumo (pubblico e privato), gli investimenti (pubblici e privati), le esportazioni. Pertanto, il calcolo del PIL è spesso sintetizzato dalla somma delle suddette componenti di spesa; da tale somma occorre detrarre però il valore delle importazioni (i beni e i servizi che vengono importati da altri Paesi alimentano i nostri consumi, i nostri investimenti, la nostra spesa pubblica, ma non sono beni creati all’interno del nostro Stato). Qui di seguito è indicata la formula classica del Prodotto Interno Lordo scomposto nelle sue componenti di spesa. Tramite questa formula si capisce perché spesso si suggerisce di stimolare la domanda (consumi e investimenti) al fine di generare un aumento del PIL.

Y = PIL

C = Consumo privato

G = Consumo e investimenti pubblici

I = Investimenti privati

X = Esportazioni

M = Importazioni

Oltre ad essere interpretato come somma di spese, il PIL può essere interpretato anche come somma dei redditi dei lavoratori e dei profitti delle imprese. Le attività produttive, infatti, sopportano costi per l'acquisto di beni e servizi da consumare o trasformare (i consumi intermedi) e costi per la remunerazione del lavoro (reddito dei lavoratori) e del capitale (profitti delle imprese); il valore della produzione delle attività produttive è costituito dalla somma di tali costi; se, pertanto, escludiamo dal valore della produzione i costi sostenuti per l’acquisto dei beni intermedi, si ottiene la misura che contribuisce alla generazione del PIL a livello aggregato. Tale misura coincide con la somma delle retribuzioni dei fattori (reddito dei lavoratori e profitti delle imprese).

In questa prospettiva, dividendo il PIL per la popolazione del Paese, si ha una misura del reddito pro capite, ossia del reddito che ciascuna persona “in media” ha a disposizione. Supponendo, che un maggior reddito pro capite è indice di un maggior tenore di vita, i propositori della crescita economica sostengono che un aumento del PIL pro capite si traduce in un aumento del benessere della popolazione. In realtà l’equazione “aumento del PIL pro capite = aumento del benessere dei cittadini” è ampiamente criticata (e lo era addirittura dal padre fondatore del PIL – si veda paragrafo 7), per diversi motivi, primo fra tutti perché non è detto che il PIL di un Paese si distribuisca equamente all’interno della popolazione; secondo perché, superata una determinata soglia, i benefici di un ulteriore aumento del proprio reddito e quindi del consumo materiale di beni e servizi si riducono drasticamente.

Per determinare se il PIL è cresciuto o meno nel corso di un anno, occorre eliminare dalla misura l’effetto inflattivo (l’aumento dei prezzi dei beni). In tal modo si possono confrontare il valore reale dei beni e servizi prodotti in due diversi anni. La variazione percentuale tra il PIL “reale” di un determinato anno e quello dell’anno successivo rappresenta il tasso di crescita del PIL.

 
 
I motivi alla base del forte desiderio di crescita
 
Nelle pagine precedenti sono stati introdotti in ordine sparso alcune tra le varie motivazioni alla base del forte desiderio di crescita. In questo paragrafo si cercherà di sistematizzarle e integrarle. In base a quanto già esposto si possono individuare tre motivazioni:
 
1) aumentare il PIL (quindi arricchirsi) per acquisire potere nell’ambito delle relazioni internazionali (commerciali e politiche);
2) aumentare il PIL pro capite perché è ancora ritenuto come principale fonte del benessere dei cittadini;
3) aumentare il PIL in modo da conservare o far crescere il numero di occupati.
 
 
 
 
“In realtà tutte e tre le motivazioni sono figlie stesse della società basata sul consumo e sulla crescita economica”; esse decadono in un sistema di valori differente. Se a livello internazionale si raggiungessero degli accordi volti a garantire modelli sociali meno basati sul consumo materiale di beni e si riducesse il ricorso al commercio internazionale per il soddisfacimento dei bisogni delle popolazioni locali, allora il primo presupposto (che probabilmente è anche il più importante e difficile da scardinare) inizierebbe a indebolirsi. Quanto al secondo punto (PIL pro capite = tenore di vita), come meglio si vedrà nel corso dell’articolo, soprattutto oltre una certa soglia, ulteriori aumenti del PIL pro-capite non generano un aumento del benessere per i cittadini. Infine, la necessità di dover aumentare costantemente il PIL per generare occupati è la naturale conseguenza del continuo aumento della produttività industriale, per cui a parità di prodotto occorrono sempre meno occupati: in sostanza “nella società della crescita” occorre aumentare il PIL in modo costante, semplicemente per conservare la base occupazionale. Questi sono tutti argomenti che trovano ampia trattazione nel prosieguo dell’articolo. 
 
“Nell’attuale mondo globalizzato, il potere economico si traduce in potere politico, in termini di influenza economica diretta sulle nazioni satellite, di potere militare (attraverso l'acquisto di armi grazie ai guadagni in eccesso), nonché del più ampio indiretto interesse culturale e finanziario sulle altre nazioni. Quindi, i Paesi continuano a lavorare per fortificare il loro vantaggio economico attraverso la crescita. Allo stesso tempo, a livello microeconomico, le corporation e gli individui perseguono la crescita per massimizzare i loro profitti, che – così come la crescita economica – sono considerati un bene indiscutibile. Poche persone parlano del lato oscuro del profitto: lo sfruttamento del pianeta e delle persone (sia come consumatori che come lavoratori) per ottenere tale profitto…”
 
Erik Assadourian, Worldwatch Institute, Senior Fellow
(Dicembre 2013, www.lteconomy.it)
 
 
2. Crescita ed emissioni di anidride carbonica
 
Nel 1980 le emissioni annuali di anidride carbonica erano di poco superiori a 19 milioni di kilotons; in trent’anni esse sono quasi raddoppiate, portandosi a 33,6 milioni di kilotons nel 2010. Nello stesso periodo il PIL mondiale (in termini reali) è cresciuto del 175% (ossia è quasi triplicato). E’ chiaro che c’è una “correlazione” fra la crescita mondiale del PIL e le emissioni annuali di CO2: maggiore è il PIL reale in un determinato anno, maggiori saranno le emissioni globali di CO2. Considerazioni interessanti emergono mettendo a confronto il trend delle emissioni annuali di CO2 e del PIL reale in Paesi tipicamente avanzati (Stati Uniti e Italia) e Paesi emergenti (Cina); è evidente come, a causa di una minore terziarizzazione dell’economia, nei Paesi emergenti, ad aumenti del PIL reale corrispondano incrementi più significativi nell’emissione annuale di anidride carbonica rispetto ai Paesi avanzati (si veda il box: “Correlazione tra crescita del PIL ed emissioni di CO2 nei Paesi avanzati e in quelli emergenti”).
 
 
 
 
L’aumento delle emissioni annuali di anidride carbonica non è solo il risultato di un aumento della popolazione (dal 1960 al 2010 la popolazione mondiale è passata da circa 3 a 7 miliardi di individui - United Nation Population division) e dalla conseguente crescita delle attività industriali e del consumo di energia necessario a soddisfare i bisogni di una maggiore massa di persone, ma anche da un aumento pro capite delle emissioni: nel 1960 si emettevano in media 3,09 tonnellate metriche pro capite nel mondo; nel 2010 esse sono cresciute a 4,88 (al 2010 vengono emessi il 57,8% di anidride carbonica in più per ogni individuo rispetto al 1960).
 
 
Grafico – Crescita del PIL mondiale ed emissioni di anidride carbonica
(PIL a prezzi costanti,  migliaia di miliardi di dollari; emissioni di CO2 in milioni di KiloTon)
 
Fonte: ns elaborazione su dati FMI e Banca Mondiale
 
 
Grafico – Emissioni pro capiti di anidride carbonica, dato medio mondiale
Tonnellate metriche pro capite, 1960-2010

Fonte: ns elaborazione su dati Banca Mondiale

 

Box: correlazione tra la crescita del PIL e le emissioni di CO2 nei Paesi avanzati e in quelli emergenti.

Negli Stati Uniti, tra il 1980 e il 2010, il PIL reale è più che raddoppiato, mentre le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 15%; nello stesso periodo in Italia il PIL è cresciuto del 54%, mentre le emissioni di CO2 sono aumentate del 4,5%. In Cina la crescita del PIL è stata notevole (+1.662% tra il 1980 e il 2010); anche le emissioni annuali di anidride carbonica sono fortemente aumentate in questo Paese (+565%). Diverse sono le cause che giustificano una maggiore correlazione tra aumento del PIL e aumento delle emissioni di anidride carbonica nei Paesi emergenti rispetto a quelli avanzati. Innanzitutto, in questi ultimi l’economia è maggiormente terziarizzata, per cui incrementi del PIL sono imputabili maggiormente a una crescita nei servizi (che rispetto alle attività industriale sono sicuramente meno inquinanti); inoltre, i Paesi avanzati de-localizzano gran parte della propria produzione industriale, per cui le emissioni di anidride carbonica generate da una crescita della loro attività industriale è in parte anche’essa in un certo senso “de-localizzata” in altri Paesi. In Cina, diversamente, gran parte della crescita del PIL è generata da una crescita del tessuto industriale a cui corrisponde una maggiore quantità di emissioni di CO2.

 
 
Le emissioni di anidride carbonica non sarebbero un problema se venissero poi immediatamente espulse. Il problema è che esse rimangono nell’atmosfera per un periodo piuttosto lungo, per cui si accumulano e contribuiscono in modo rilevante al cambiamento climatico: in base alle osservazioni fatte nei ghiacciai dell’Antartico e della Groenlandia, emerge un’evidente correlazione fra la concentrazione di CO2 e la temperatura atmosferica (maggiore è la concentrazione, più elevata sarà la temperatura). Nel 1972, il ricercatore Dave Keeling, consapevole dell’importanza di misurare “la concentrazione di CO2 nell’atmosfera” iniziò tale impresa alle pendici del vulcano di Mauna Loa, nell’emisfero settentrionale. Ora le misurazioni sono effettuate su 4 osservatori di base, su 8 torri alte, su campioni d'aria raccolti da volontari in più di 50 siti, e su campioni di aria raccolti regolarmente da piccoli velivoli per la maggior parte in Nord America (per un approfondimento sul tema si veda LTeconomy, Luglio 2013, “FOCUS – La concentrazione di CO2 nell’atmosfera: stiamo per imitare l’era del Pliocene?”). Dal 1975, la concentrazione di CO2 nell'atmosfera è aumentata da circa 330 parti per milione (ppm), a 400 ppm in tutte e quattro le sedi di osservazione. Durante l’ultima glaciazione la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera era pari a 180 ppm; nel 1800 (epoca pre-industriale) essa era di 280 ppm; adesso ha raggiunto le 400 ppm. “Una concentrazione di 500 ppm è considerata da diversi scienziati un punto di non ritorno”, dove la Terra si stabilizzerà su un nuovo più caldo equilibrio. L’ultima “era” in cui si ebbe una tale concentrazione di CO2 fu quella del Pliocene, quattro milioni di anni fa, quando in Canada c’era la giungla! E’ evidente come la maggiore concentrazione di CO2 nell’atmosfera sia direttamente collegata al processo di industrializzazione dopo il 1800.
 
Molte osservazioni e importanti Report (IPCC, 2007 e 2013) dimostrano definitivamente che l’incremento dell’anidride carbonica nell’atmosfera è dovuto quasi completamente alle attività dell’Uomo. In effetti, l’aumentata emissione e concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, è primariamente causata dall’intensificarsi dell’attività industriale in tutti i campi, dal processo di globalizzazione (che ha intensificato in modo notevole il trasporto, talvolta anche inutile, di beni e persone) e dal progressivo processo di deforestazione. Quanto ai primi due aspetti, ne è corrisposto un notevole aumento dell’energia consumata: nel 1971 ogni individuo in media consumava annualmente 1.337 kilogrammi di petrolio equivalente di energia; nel 2011 il dato è salito a 1.890 kilogrammi di petrolio equivalente (il 41,4% in più). Il maggior consumo di energia non si traduce solo in maggiori livelli d’inquinamento ma anche in un utilizzo sproporzionato di risorse energetiche che potrebbero servire per il futuro.
 
 
Grafico – Consumo di energia pro capite
(Dato medio mondiale, kg di petrolio equivalente pro capite, 1960-2010)

Fonte: ns elaborazione su dati Banca Mondiale
 
 
3. Crescita e impronta ecologica
 
Un notevole passo avanti negli studi che intendono misurare la sostenibilità ambientale dell’attività umana sul nostro pianeta è stato fatto con l’introduzione del concetto di “Impronta Ecologica” (Ecological Footprint). L’umanità assorbe risorse e produce rifiuti e, tramite quest’attività, genera una sorta di pressione sul pianeta. L’Impronta Ecologica è l’indicatore che ci permette di misurare tale pressione. Essa è stata introdotta nel 1997 (Wackernagel et al. 1997); successivamente, nel 2003, il Global Footprint Network (GFN) ha dato avvio a un progetto per misurare l’Impronta Ecologica “Nazionale” (National Footprint Accounts – NFA); l’ultima edizione dell’NFA è stata pubblicata nel 2011 (per un approfondimento sul tema e sulla metodologia di calcolo si veda il box “Come l’Impronta Ecologica misura l’impatto dell’uomo sulla Terra?” e l’articolo LTeconomy, Febbraio 2013, Focus – tutto sull’impronta ecologica).
 
“Nel corso della storia altre civiltà si sono estinte per perseguire la crescita del consumo; pensate all'Isola di Pasqua e alla distruzione del loro habitat a causa della costruzione sempre più numerosa di statue Moai. Ma a differenza di questi piccoli errori storici, questa volta è tutto il pianeta che rischia la distruzione. Non andremo oltre il prossimo secolo, se non transitiamo rapidamente verso un sistema basato sulla decrescita.”
 
Erik Assadourian, Worldwatch Institute, Senior Fellow
(Dicembre 2013, www.lteconomy.it)
 
 
Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dal GFN, l’uomo consuma ormai più di quanto il mondo è in grado di offrirgli; per l’esattezza, l’uomo avrebbe bisogno di un pianeta grande una volta e mezzo il pianeta Terra per soddisfare i suoi bisogni; in altri termini, sta consumando rapidamente le risorse della Terra, lasciando al futuro un pianeta sempre più povero di risorse naturali. Infatti, secondo gli ultimi dati disponibili (2010; a breve è prevista una nuova edizione), in media, in base agli attuali stili di vita, ogni individuo sulla Terra ha bisogno di 2,7 ettari di terreno per soddisfare i propri bisogni (la misura tiene conto sia delle risorse necessarie al consumo che a quelle degradate per effetto dell’inquinamento, dei rifiuti e dell’edificazione), mentre la Terra ogni anno può rigenerare in media 1,8 ettari per individuo. Questa discrepanza tra quanto consumiamo e quanto ci è reso disponibile da Madre Natura genera un “overshoot” (ossia un eccesso di consumo e, quindi, un effetto depauperamento) di 0,9 ettari a persona, con un rapporto tra impronta ecologica e biocapacità pari a 1,5 (un pianeta e mezzo). Fino al 1975 l’impronta ecologica era inferiore alla capacità della terra di auto-rigenerarsi; successivamente, “l’overshoot” è diventato positivo ed è progressivamente aumentato; a riguardo, occorre fare una piccola precisazione: l’impronta ecologica pro capite ha registrato solo un lieve aumento nel periodo considerato; al contrario la biocapacità pro-capite della Terra si è fortemente ridotta, soprattutto per l’effetto dell’aumento della popolazione mondiale. Pertanto, la lotta a un ulteriore aumento di tale overshoot deve tener conto necessariamente di tre aspetti: 1) aumento dell’impronta ecologica (consumo di risorse e produzione di inquinamento e rifiuti); 2) crescita della popolazione mondiale; 3) riduzione della biodiversità della Terra e della sua capacità di auto-rigenerarsi (che in parte è legata all’impronta ecologica; uno sfruttamento eccessivo delle risorse e una produzione di rifiuti non degradabili riducono la biocapacità della Terra). Secondo gli ultimi scenari proposti dalle Nazioni Unite, se gli attuali trend di crescita della popolazione e dei consumi mondiali dovessero continuare, entro il 2030, l’uomo avrebbe bisogno di 2 pianeti per soddisfare i propri bisogni ed, entro il 2050, di tre pianeti (in pratica la pressione sulle risorse del nostro pianeta – e quindi il loro depauperamento - da parte dell’uomo aumenterà anziché diminuire).
 
 
Grafico – L’impronta ecologica globale e la biocapacità della Terra
(Dati espressi in termini di ettari globali pro capite (global hectars – gha))

 Fonte: nostra elaborazione su Global Footprint network
 
 
Grafico – Numero di Terre necessarie a soddisfare i bisogni dell’uomo
(Dato espresso in termini di rapporto tra l’impronta ecologica media mondiale e la biocapacità della Terra*)

 * Un rapporto maggiore a 1, come lo è già dal 1975, implica che il consumo di risorse da parte dell’uomo è superiore alla capacità della Terra di generarne di nuove, per cui questo porta a un progressivo esaurimento dello stock di risorse della Terra.
Fonte: Global Footprint network
 
 
4. Crescita e “iniquità nella distribuzione globale delle risorse”
 
Nei paragrafi precedenti sono stati analizzati il concetto di crescita economica e l’impatto che la società della crescita ha sul pianeta, in termini di inquinamento e di impronta ecologica. In questo paragrafo si analizza un altro effetto indesiderato di una società basata sui principi della crescita economica: “l’iniquità”. Nell’attuale società c’è una forte discrepanza tra i Paesi in termini di Prodotto Interno Lordo, di emissioni di CO2 (pochi Paesi contribuiscono alla maggioranza delle emissioni) e di impronta ecologica (ci sono Paesi con un impronta ecologica elevatissima e altri con un impronta ecologica quasi nulla). La stessa disuguaglianza si manifesta all’interno dei singoli Paesi.
 
Le dieci economie più ricche consumano la stragrande maggioranza delle risorse
 
L’economia della crescita crea innanzitutto degli squilibri nella ripartizione delle risorse del pianeta tra i Paesi. Infatti, per creare il Prodotto Interno Lordo, i Paesi devono consumare risorse; ne consegue che, a parte qualche differenza, dovuta alla composizione del Prodotto Interno Lordo (per cui alcuni settori consumano più materie prime e inquinano più di altri), i Paesi che generano un PIL più elevato consumano più risorse e inquinano di più. Prendiamo in esame i dati del PIL dei Paesi relativi al 2012. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti hanno registrato un PIL pari a 15.685 miliardi di dollari. Per arrivare a questa cifra occorre sommare il PIL degli ultimi 169 Paesi in classifica; considerando che i Paesi per cui è stato misurato il PIL nel 2012 da parte del Fondo Monetario Internazionale ne sono 187 e che 194 sono gli Stati riconosciuti sovrani a livello internazionale, la comparazione appena effettuata non è di poco conto.

 

 

Il PIL a valore corrente dei primi dieci Paesi al 2012 ammonta a 46.582 miliardi di dollari, il 65% del totale mondiale; in termini di popolazione, tali Paesi rappresentano invece solo il 52,3% della popolazione. Escludendo poi la Cina e l’India, che sono gli unici due Paesi in cui l’incidenza sul PIL mondiale è inferiore all’incidenza sulla popolazione mondiale, i restanti otto Paesi presentano un PIL pari al 50,8% dell’intero PIL mondiale, e solo il 15,1% della popolazione mondiale. Gli Stati Uniti, in particolare, sono il Paese in cui lo spread di ricchezza è maggiormente evidente: il 4,5% della popolazione mondiale genera un Prodotto Interno Lordo pari al 21,9% del PIL mondiale totale. Seguono il Giappone e la Germania. Anche se prendiamo le percentuali calcolate rispetto ai valori del PIL che considerano la parità del potere di acquisto (Purchasing Power Parity) (i valori vengono aggiustati in base al potere di acquisto interno ai singoli Paesi), il risultato non cambia e i suddetti dieci Paesi continuano a generare più del 60% del PIL mondiale.
 
 
Grafico – I primi dieci Paesi in termini di PIL
(PIL a valore corrente in % del PIL mondiale e popolazione in % della popolazione mondiale, 2012)

Fonte: nostra elaborazione su Fondo Monetario Internazionale (WEO, April 2013)
 
 
Le differenze di ricchezza tra Paesi ricchi e poveri appaiono ancora più evidenti se si prendono in considerazione i dati relativi al Prodotto Interno Lordo pro capite. Se escludiamo i Paesi emergenti (BRIC), tutti i restanti Paesi hanno registrato nel 2012 un PIL pro capite superiore a 33.000 dollari (30.000 dollari se si tiene conto della parità del potere di acquisto). Considerando che nella Repubblica Democratica del Congo il PIL pro capite a valori correnti non ha superato i 237 dollari nel 2012, in media le persone che vivono nei primi dieci Paesi (per PIL totale) hanno registrato un reddito medio di almeno 100 volte superiore a quello di una persona che vive in Congo. Questo significa ad esempio che se uno statunitense andasse con i suoi 49.922 dollari in Congo, sarebbe una persona spropositatamente ricca. Il discorso può essere spinto a un dettaglio di analisi ancora maggiore. Se dividiamo i 185 Paesi per cui sono disponibili i dati in quattro quartili, si ottiene che nel primo quartile in media i Paesi hanno un PIL pro capite di 40.308 dollari, circa quattro volte maggiore del dato calcolato nel secondo quartile, più di dieci volte del dato del terzo quartile e più di 40 volte del dato dell’ultimo quartile, dove il PIL pro capite medio dei Paesi è pari a 846 dollari.
 
 
Tabella – I primi dieci Paesi in termini di PIL
PIL, popolazione e Pil procapite, 2012
  PIL Popolazione PIL pro capite
  US dollari correnti US dollari correnti, % del mondo US dollari correnti, PPP*, % del mondo milioni di persone % del mondo US dollari correnti dollari correnti internazionali, PPP*
United States 15.685 21,9 18,9 314 4,5 49.922 49.922
China 8.227 11,5 14,9 1.354 19,5 6.076 9.162
Japan 5.964 8,3 5,6 128 1,8 46.736 36.266
Germany 3.401 4,7 3,8 82 1,2 41.513 39.028
France 2.609 3,6 2,7 63 0,9 41.141 35.548
United Kingdom 2.441 3,4 2,8 63 0,9 38.589 36.941
Brazil 2.396 3,3 2,8 198 2,9 12.079 11.875
Russia 2.022 2,8 3,0 142 2,0 14.247 17.709
Italy 2.014 2,8 2,2 61 0,9 33.115 30.136
India 1.825 2,5 5,6 1.223 17,6 1.492 3.830
Total 46.582 65,0 62,4 3.629 52,3 - -
               
World 71.707 100 100 6.941 100 - -
 * PPP - Purchasing Power Parity - Parità di Potere di Acquisto
Fonte: nostra elaborazione su Fondo Monetario Internazionale (WEO, April 2013)
 
 
Grafico – Reddito procapite a valori correnti
(Valore medio nei singoli quartili, 2012)

Fonte: nostra elaborazione su Fondo Monetario Internazionale (WEO, April 2013)
 
 
L’inquinamento
 
La sproporzione in termini di PIL si traduce anche in una sproporzione in termini di contributo all’inquinamento e al consumo di energia. Come già visto nel primo paragrafo, a livello mondiale si emettono 33,6 milioni di kilotons di anidride carbonica (dati al 2010). Di questi ben il 41% sono emessi solo dagli Stati Uniti e dalla Cina e il 64% dai primi dieci Paesi per emissioni di CO2. In termini pro capite, in media nel mondo vengono emesse 4,9 tonnellate metriche per ogni individuo. I Primi dieci Paesi più ricchi (in termini di PIL pro capite) emettono 14,6 tonnellate metriche per cittadino, mentre considerando i primi dieci Paesi per emissioni pro capite di CO2 il dato è pari a 25,4. Se suddividiamo i 197 Paesi per cui sono disponibili i dati in quattro quartili di 50 Paesi, nel primo quartile si emettono in media 13,2 tonnellate metriche pro capite, dato circa tre volte maggiore di quello relativo al secondo quartile e più di dieci volte a quello del terzo quartile.
 
 
Grafico – Emissioni di CO2 mondiali
(Distribuzione %, 2010)

Fonte: nostra elaborazione su dati Banca Mondiale

 
Tabella – Emissioni pro capite di CO2 per Paese
(Paesi ricchi, Primi e ultimi Paesi per emissioni pro capite)
First ten countries in terms of GDP per capita First ten countries in terms of CO2 emissions per capita Last ten countries in terms of CO2 emissions per capita
  GDP per capita, current prices, U.S, dollars CO2 emissions, Kilo tons per capita   CO2 emissions, Kilo tons per capita   CO2 emissions, Kilo tons per capita
Luxembourg 107.206 21,36 Qatar 40,31 Malawi 0,08
Qatar 99.731 40,31 Trinidad and Tobago 38,16 Ethiopia 0,07
Norway 99.462 11,70 Kuwait 31,32 Somalia 0,06
Switzerland 79.033 4,95 Brunei Darussalam 22,87 Central African R. 0,06
Australia 67.723 16,91 Aruba 22,85 Rwanda 0,05
United Arab Em. 64.840 19,85 Luxembourg 21,36 Congo, D.R. 0,05
Denmark 56.202 8,35 Oman 20,41 Mali 0,04
Sweden 55.158 5,60 United Arab Em. 19,85 Chad 0,04
Canada 52.232 14,63 Bahrain 19,34 Burundi 0,03
Singapore 51.162 2,66 United States 17,56 Lesotho 0,01
 Fonte: nostra elaborazione su dati Banca Mondiale
 
 
L’impronta ecologica
 
Nel primo paragrafo si è trattato il tema dell’impronta ecologica a livello globale e si è evidenziato come, nel corso degli ultimi 40 anni, l’overshoot tra l’impronta ecologica dell’uomo (quante risorse consuma e quanto inquinamento produce) e la biocapacità della Terra (la capacità della Terra di rigenerarsi) sia fortemente aumentato, tanto che, attualmente, l’uomo ha bisogno di un pianeta grande una volta e mezzo la Terra per soddisfare il proprio stile di vita. Tuttavia, il problema non è solo di sostenibilità globale, ma anche d’iniquità nel contributo che i singoli Paesi e le singole persone danno a tale impronta ecologica. Purtroppo, ci sono Paesi in cui l’impronta ecologica è estremamente elevata, e altri, invece, in cui questa è molto inferiore alla media. Prendiamo in considerazione le dieci maggiori economie in termini di PIL; risulta che tutti, eccetto India e Cina, presentano un’impronta ecologica superiore alla media mondiale che è pari a 2,7. Tra questi Paesi, gli Stati Uniti hanno l’impronta ecologica maggiore (8 ettari per individuo); se tutti gli esseri umani avessero una tale impronta ecologica, occorrerebbe un pianeta grande quasi 5 volte la Terra al fine di non depauperarne le risorse. I restanti Paesi, ad eccezione del Brasile, hanno un’impronta compresa tra 4,4 e 5,1 ettari per individuo. Generalizzando l’analisi a tutti i Paesi del mondo si osserva che gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Belgio, la Danimarca e gli Stati Uniti sono i Paesi con l’impronta ecologica maggiore (superiore a 8), mentre, dall’altra parte, ci sono Paesi in cui l’impronta è estremamente bassa.
 
 
Tabella – L’impronta ecologica nelle prime dieci economie del mondo
Country Ecological Footprint (a) Total Biocapacity (b) Ratio (a/b) Total Earth biocapacity (c) Ratio (a/c)
United States 8,0 3,9 2,1 1,8 4,5
Germany 5,1 1,9 2,6 1,8 2,9
France 5,0 3,0 1,7 1,8 2,8
Italy 5,0 1,1 4,4 1,8 2,8
United Kingdom 4,9 1,3 3,7 1,8 2,7
Japan 4,7 0,6 7,9 1,8 2,7
Russia 4,4 5,7 0,8 1,8 2,5
Brazil 2,9 9,0 0,3 1,8 1,6
China 2,2 1,0 2,3 1,8 1,2
India 0,9 0,5 1,8 1,8 0,5
 Fonte: nostra elaborazione su Global Footprint network
 
 
Tabella – I primi e gli ultimi 20 Paesi in base all’impronta ecologica
Paese Impronta ecologica (a) Biocapacità (b) Ratio (a/b) Paese Impronta ecologica (a) Biocapacità (b) Ratio (a/b)
United Arab Emirates 10,7 0,8 12,6 Côte d'Ivoire 1,0 1,7 0,7
Qatar 10,5 2,5 4,2 Angola 1,0 3,0 2,0
Denmark 8,3 4,9 1,7 Tajikistan 1,0 0,6 -0,4
Belgium 8,0 1,3 6,0 Togo 1,0 0,6 -0,4
United States of America 8,0 3,9 2,1 Congo 1,0 13,3 12,3
Estonia 7,9 9,0 0,9 Guinea-Bissau 1,0 3,2 2,3
Canada 7,0 14,9 0,5 Yemen 0,9 0,6 -0,3
Australia 6,8 14,7 0,5 India 0,9 0,5 -0,4
Kuwait 6,3 0,4 16,0 Zambia 0,9 2,3 1,3
Ireland 6,3 3,5 1,8 Burundi 0,9 0,5 -0,4
Netherlands 6,2 1,0 6,0 Eritrea 0,9 1,6 0,7
Finland 6,2 12,5 0,5 Mozambique 0,8 1,9 1,1
Sweden 5,9 9,7 0,6 Pakistan 0,8 0,4 -0,3
Czech Republic 5,7 2,7 2,1 Congo, Democratic Republic of 0,8 2,8 2,0
Macedonia TFYR 5,7 1,4 3,9 Occupied Palestinian Territory 0,7 0,2 -0,6
Latvia 5,6 7,1 0,8 Malawi 0,7 0,7 0,0
Norway 5,6 5,5 1,0 Haiti 0,7 0,3 -0,4
Mongolia 5,5 15,1 0,4 Afghanistan 0,6 0,5 -0,1
Spain 5,4 1,6 3,4 Bangladesh 0,6 0,4 -0,2
Greece 5,4 1,6 3,3 Timor-Leste 0,4 1,2 0,8
 Fonte: nostra elaborazione su Global Footprint network
 
 
5. Crescita e Land grabbing
 
le economie più ricche vanno alla ricerca delle risorse che offrono le altre terre per conservare il proprio stile di vita
 
Nel 2008 l’organizzazione non governativa (ONG) GRAIN ha pubblicato un Report (The 2008 land grab for food and financial security), in cui denunciava il fenomeno del Land Grabbing, secondo cui un numero di Paesi relativamente ricchi e di investitori privati, spinti soprattutto dalla crisi alimentare e finanziaria di tale anno, hanno accelerato l’appropriazione di terre fertili in Paesi più poveri, a danno soprattutto dei contadini locali. Secondo GRAIN, due sono stati i fenomeni che hanno alimentato il fenomeno: la sicurezza alimentare e il ritorno finanziario.
 
Quanto al primo aspetto (la sicurezza alimentare), in seguito alla crisi alimentare del 2008, quando il prezzo dei prodotti di base ha registrato un rialzo del 40% rispetto all’anno precedente (a cui ha fatto seguito un’impennata ancora più marcata tra il 2010 e il 2011), diversi Paesi (importatori di beni alimentari), nel tentativo di abbassare il rischio di pagare conti salati per l’approvvigionamento di cibo, hanno deciso di comprare terre fertili in altri Paesi. E’ questo il caso di Paesi come l’Arabia Saudita, il Giappone, la Cina, l’India, la Corea, la Libia e l’Egitto. In base al Land Matrix dataset, gli accordi di land grabbing sono aumentati negli ultimi anni, specie nel 2009, quando hanno registrato un picco.
 
 
Grafico – La crisi alimentare degli ultimi anni
(L’indice dei prezzi dei beni alimentari* 1990-2013)

 *Il FAO Food Price Index è un indice che misura il cambiamento mensile nei prezzi internazionali di un paniere di beni alimentary di base. Esso consiste della media di cinque indici, ciascuno relativo ad un gruppo di beni (per un totale di 55 commodity), e ponderato per la quota media delle proprie esportazioni.
Fonte: ns elaborazione su dati FAO
 
 
Grafico - Land grabbing tra il 2000 e il 2010
(Milioni di ettari contrattati)

 Fonte: ns elaborazione su dati International Land Coalition (gennaio 2012)
 
 
In totale a giugno 2013 si contavano 755 accordi per un totale di 32,6 milioni di ettari; a ottobre 2013, secondo il database Land Matrix il numero di accordi è aumentato a 847 per 32,8 milioni di ettari.[2] I Paesi africani (in particolar modo il Sudan e il Congo) sono quelli in cui a tale data si registrano la maggior quantità di terra oggetto di acquisizioni. I motivi principali sottostanti tali acquisizioni riguardano la coltivazione per ragioni alimentari, quella a supporto della produzione di bio-energia, la produzione di legna e fibre e il turismo.
 
Le cause sottostanti le strategie di Land-Grabbing per assicurare una maggiore sicurezza alimentare variano a secondo dei Paesi. Prendiamo in considerazione la Cina. Questo Paese, pur essendo auto-sufficiente in termini di produzione alimentare, ha un’enorme popolazione da nutrire, mentre la terra coltivabile sta lasciando progressivamente spazio ai siti destinati allo sviluppo industriale e la gestione dell’acqua, con il progressivo sviluppo economico, subisce sempre maggiori pressioni. Ne consegue che nell’agenda cinese la sicurezza alimentare trova sempre maggiore spazio. In realtà la strategia cinese di esternalizzare in altri Paesi la propria produzione agro-alimentare è iniziata ben prima che si verificasse la crisi del 2008. Così nel segno di tale strategia, negli anni recenti la Cina ha sottoscritto circa 30 accordi agricoli con i suoi “Paesi amici”, che prevedono la messa a disposizione di terre fertile per la Cina in cambio di trasferimento tecnologico e sviluppo infrastrutturale. La Cina ha esternalizzato la propria produzione alimentare non solo nei Paesi asiatici ma anche nei Paesi africani. La maggior parte dei siti di produzione agricola cinese all’estero sono indirizzati alla coltivazione di riso, soia e mais, ma anche di prodotti destinati alla realizzazione di bio-energia (zucchero di canna, manioca, sorgo etc…). La produzione del riso è effettuata generalmente seguendo le tecniche cinesi, con lo sviluppo degli ibridi tradizionalmente coltivati in Cina. L’impossibilità per gli agricoltori locali di capire la reale destinazione dei loro raccolti e il presupposto reale che la gran parte di esso sia destinato a sfamare la popolazione cinese, piuttosto che quella locale, sta alimentando un crescente risentimento verso la svendita delle proprie terre da parte dei governi locali.
 
Prendiamo ora in considerazione la politica di sicurezza alimentare dei Paesi del Golfo (Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti). Si tratta di Paesi localizzati in aree desertiche, ma che, allo stesso tempo, possiedono enormi riserve di petrolio e di risorse finanziare da permettersi di fare affidamento ad altri Paesi per l’approvvigionamento alimentare necessario a sfamare le proprie popolazioni. Tuttavia, le recenti crisi alimentari, unite all’indebolimento del dollaro sull’euro (la maggior parte delle importazioni alimentari proviene dai Paesi della zona euro) ha determinato un enorme aumento delle uscite finanziarie dovute alle necessità alimentari (da circa 8 a 20 miliardi di dollari). Considerando che la maggioranza della popolazione in questi Paesi è costituita da lavoratori stranieri a basso costo, tali Stati devono garantire prezzi bassi. Al fine di evitare un’eccessiva vulnerabilità a nuove crisi alimentari, questi Paesi hanno firmato accordi in base a cui essi forniranno petrolio e capitali in cambio di assicurare alle proprio corporation la possibilità di accesso a parte delle loro terre per soddisfare la propria domanda alimentare. Tali accordi sono stati stipulati soprattutto con il Sudan, il Pakistan, i Paesi del Sud-est asiatico (Burma, Cambogia, Indonesia, Laos, Filippine, Thailandia e Vietnam), Turchia, Kazakhstan, Uganda, Ucraina, Georgia, Brasile.
 
Passiamo ora alla seconda causa sottostante il fenomeno del Land-grabbing: la speculazione finanziaria. Con il cambiamento climatico e l’impoverimento delle risorse agricole (acqua e terra), i terreni fertili in futuro potrebbero diventare una risorsa scarsa (e quindi fonte di guadagno) su cui investire il proprio denaro. Ciò ha generato un flusso di investimenti privati in questo settore. I Paesi maggiormente destinatari di tali investimenti (Malawi, Senegal, Nigeria, Ucraina, Russia, Georgia, Kazakhstan, Uzbekistan, Brasile, Paraguay, Australia) sono stati tutti identificati come Paesi in possesso di terre fertili, con disponibilità di acqua e buona potenzialità di crescita nella produttività delle imprese. L’orizzonte medio di tali investimenti è di dieci anni, con il chiaro obiettivo di rendere “produttive” tali terre e di costruire le necessarie infrastrutture di marketing per la commercializzazione dei prodotti; i tassi di rendimento attesi per questi investimenti oscillano tra il 10 e il 40% in Europa e fino al 400% in Africa.
 
La corsa all’appropriazione di terreni da parte dei governi e degli investitori privati sottolinea, in conclusione, alcune chiare tendenze: 1) da un lato la fiducia dei governi nei mercati agricoli sta collassando, per cui, nel tentativo di ridurre quanto più il rischio insito negli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari, si stanno spingendo sempre più nel controllo di terre straniere per garantirsi l’approvvigionamento alimentare di cui hanno bisogno; 2) la terra fertile sta diventando un fattore scarso e per questo oggetto di investimento e fonte di guadagno per gli investitori privati; 3) i contadini locali stanno progressivamente perdendo il diritto di coltivare la propria terra per soddisfare i fabbisogni alimentari locali. In poche parole, molte popolazioni locali stanno subendo un’espropriazione di terre, perdendo così il diritto di decidere sul proprio destino e su quello delle terre in cui vivono.
 
 
6. Crescita e occupazione: il problema della produttività
 
Nella società della crescita la stabilità dell’occupazione è strettamente dipendente da una continua crescita del PIl
 
Nel 1980 gli Stati Uniti avevano un Prodotto Interno Lordo (PIL) di circa 6.500 miliardi di dollari (con prezzi base al 2009). Nel corso degli ultimi 30 anni (periodo 1980-2012) il PIL americano è cresciuto del 140%. Allo stesso tempo il numero di occupati negli Stati Uniti è cresciuto solo del 43,5%. Ciò vuol dire che gran parte dell’aumento del PIL non si è trasferito in un aumento del numero degli occupati, ma, semplicemente, in un aumento della produttività (misurata, in questo contesto, in termini di PIL per occupato). Nella tabella che segue, oltre ai dati effettivi sul PIL, sugli occupati e sulla produttività negli Stati Uniti nel periodo 1980-2012, sono stati costruiti due scenari ipotetici: nello “scenario 1” si è ipotizzato che la produttività dei lavoratori non sia aumentata nel periodo analizzato; nello “scenario 2” si è ipotizzato un’assenza della crescita del PIL, pur in un contesto di aumento della produttività. Vediamo cosa emerge da questo piccolo gioco:
  • se il PIL fosse cresciuto del 140%, ma la produttività non fosse aumentata (scenario 1), gli occupati sarebbero aumentati di 139 milioni di unità (un aumento pari a più di tre volte quello effettivamente verificatosi nel periodo considerato);
  • se, invece, la produttività fosse cresciuta con lo stesso passo dello scenario reale, ma in un contesto di assenza di crescita del PIL (scenario 2), allora il numero di occupati negli Stati Uniti sarebbe calato di 40 milioni di unità.
E’ ovvio che, quelli proposti sono due scenari estremi (in un contesto di crescita zero, gli aumenti di produttività possono essere molto inferiori rispetto a quelli registrati in un contesto di crescita del PIL, così come, in assenza di un aumento di produttività, difficilmente si realizzerebbero i tassi di crescita registrati nello scenario effettivo), ma servono a dare l’idea che, in una “società della crescita” (che pone grande enfasi sull’aumento della produttività del fattore lavoro), l’assenza di una crescita del PIL genera perdite occupazionali; occorre avere sempre un tasso di crescita positivo per conservare o aumentare la base occupazionale e non tutta la crescita del PIL si traduce in un incremento degli occupati potenziali.
 
 
Tabella – Crescita del PIL e crescita degli occupati negli Stati Uniti dal 1980 al 2012
  1980 1990 2000 2012 Differenza 2012 su 1980 Var, % 2012 su 1980
PIL a prezzi costanti (base 2009), miliardi di dollari 6.443,4 8.945,4 12.565,1 15.470,7 9.027,3 140,1
Occupati (milioni) 99,3 118,8 136,9 142,5 43,2 43,5
             
PIL a prezzi costanti per occupato (produttività), dati in dollari 64.886,1 75.300,5 91.782,7 108.590,1 43.704,0 67,4
             
  SCENARIO 1 : Assenza di aumenti della produttività
PIL a prezzi costanti per occupato (produttività), dati in dollari 64.886,1 64.886,1 64.886,1 64.886,1    
Occupati (milioni) 99,3 137,9 193,6 238,4 139,1 140,1
             
  SCENARIO 2 : Assenza di crescita del PIL
PIL a prezzi costanti (base 2009), miliardi di dollari 6.443,4 6.443,4 6.443,4 6.443,4    
Occupati (milioni) 99,3 85,6 70,2 59,3 -40,0 -40,2
 Fonte: ns elaborazione su dati IMF
 
 
E’ interessante osservare cosa è accaduto nello stesso periodo di tempo nel contesto europeo, alla luce del fatto che, da ormai 5 anni, l’Unione Europea sta vivendo un periodo di crisi economica piuttosto rilevante, specie se si fa riferimento ad alcuni Paesi, i cd PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna). In particolare, sono stati esaminati i dati relativi alla Germania (che è uno dei Paesi europei più solidi in termini economici), all’Italia e alla Grecia (Paesi che tra il 2007 e il 2012 hanno registrato un calo del Prodotto Interno Lordo). Tra il 1990 e il 2012, il PIL della Germania è cresciuto di 37,7 punti percentuali; a tale crescita è corrisposto un aumento ben inferiore degli occupati (+9,0%). In Italia, nel periodo 1980-2012 il PIL è aumentato del 50,8%; gli occupati del 17,4%; in Grecia, infine, il PIL è cresciuto del 43,3% nel periodo considerato, mentre si è avuto un calo del 3% nella base occupazionale. E’ evidente che anche in questi Paesi, l’aumento del Prodotto Interno Lordo avutosi tra il 1990 e il 2012 si è in gran parte tradotto in un aumento del PIL per occupato, piuttosto che in un aumento degli occupati. Un focus sul periodo che va dal 2007 al 2012 per l’Italia e la Grecia, mostra, invece, (differentemente da quanto si registra per gli aumenti del PIL) come un calo del PIL si traduce “quasi pienamente” in una corrispondente riduzione degli occupati. In particolare, tra il 2009 e il 2012 il calo del PIL per l’Italia è stato pari a 0,5%, cui è corrisposto una uguale riduzione degli occupati; in Grecia, nel corrispondente periodo, il PIL si è ridotto del 17,5% e la base occupazionale del 16,5%.
 
 
Tabella – Crescita del PIL e crescita degli occupati negli in Germania, in Italia e in Grecia dal 1980 al 2012
  1980 1990 2000 2012 Differenza 2012 su 1980 Var, % 2012 su 1980
GERMANIA
PIL a prezzi costanti (base 2005), miliardi di euro - 1.794,4 2.167,0 2.471,8 677,3 37,7
Occupati (milioni) 36,1 38,1 39,3 41,5 3,4 9,0
             
PIL a prezzi costanti per occupato (produttività), dati in euro - 47.081,9 55.200,0 59.496,5 12.414,6 26,4
             
ITALIA
PIL a prezzi costanti (base 2005), miliardi di euro 922,6 1.145,2 1.372,3 1.391,2 468,6 50,8
Occupati (milioni) 19,5 21,0 21,1 22,9 3,4 17,4
             
PIL a prezzi costanti per occupato (produttività), dati in euro 47.283,6 54.520,7 65.099,2 60.739,8 13.456,2 28,5
             
GRECIA
PIL a prezzi costanti (base 2005), miliardi di euro 117,7 125,8 161,0 168,7 51,0 43,3
Occupati (milioni) 3,9 3,8 4,1 3,8 -0,1 -3,0
             
PIL a prezzi costanti per occupato (produttività), dati in euro 30.327,8 32.917,5 39.386,9 44.819,2 14.491,4 47,8
 *Per la Germania le variazioni sono state calcolate rispetto al 1990
Fonte: ns elaborazione su dati IMF
 
 
7. I passi verso il superamento del PIL come misura del benessere dei cittadini
 
Fin dalla sua creazione il Prodotto Interno Lordo è stato criticato come indicatore volto a misurare il benessere dei cittadini, in quanto esso tiene conto anche dello scambio di merci e servizi che anziché aumentare il benessere dei cittadini lo riducono. Ecco alcuni passi storici (non esaustivi) che hanno portato all’affermarsi di movimenti fortemente critici nei confronti di questa misura:
 
- Simon Kuznets, il premio nobel per l’economia, che negli anni trenta, nei suoi studi sulla relazione tra crescita economica e distribuzione del reddito, mise appunto la classica misura del PIL (PIL= Consumi + Investimenti + Spesa pubblica + Esportazioni nette), nel 1934, in un suo intervento al senato, metteva in guardia sull’inadeguatezza del PIL come misuratore del benessere economico: “Il benessere di una nazione può essere difficilmente rappresentato da una misura di produzione nazionale come quella su esposta”.
 
- Il 18 Marzo del 1968 Robert Kennedy pronunciava, presso l'università del Kansas, un discorso nel quale evidenziava - tra l'altro - l'inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate (video).
 
- Oggi ci sono numerose istituzioni che cercano di trovare una misura alternativa del benessere dei cittadini: Joseph E. Stiglitz, professore alla Columbia University, ha presieduto la Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, un’iniziativa del governo francese volta a superare le inadeguatezze del PIL come misura del benessere dei cittadini, specie in termini di ripercussioni ambientali e di sostenibilità economica di lungo periodo; l’Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) ha creato uno indicatore interattivo (Better-Life index), in base al quale qualsiasi utente può misurare il posizionamento dei vari Paesi in relazione ai parametri di benessere da lui prescelti.
 
- Nel 1968 il think tank detto Club di Roma, diretto da Aurelio Peccei e con sede a Winterthur in Svizzera, chiese ad alcuni ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di predisporre uno studio che indicasse soluzioni pratiche ai problemi su scala globale. Il Rapporto venne pubblicato nel 1972 con il nome di Rapporto sui limiti dello sviluppo e divenne il primo studio importante che evidenziava i pericoli della repentina crescita economica che il mondo stava sperimentando. Tale studio individua nella crescita economica la principale causa dei problemi ambientali come l'inquinamento, la scarsità delle materie prime e la distruzione degli ecosistemi.
 
- L'economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen è considerato uno dei precursori della decrescita, quantomeno per quanto attiene la questione dei limiti ecologici. Nel 1971 ha pubblicato The Entropy Law and the Economic Process e altri saggi, ora raccolti in Bioeconomia (2003), nei quali notò come il modello dell'Economia neoclassica non tenesse conto del secondo principio della termodinamica.
 
- Oggi Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all'Università di Parigi, è il principale sostenitore della “decrescita”, ideologia che prevede una ricollocazione delle attività economiche al fine di ridurre l'impronta ecologica, gli sprechi energetici, l'impatto ambientale e le disuguaglianze sociali. In Italia, Maurizio Pallante è fondatore e presidente del Movimento per la Decrescita Felice.
 
 
8. Il concetto di “decrescita economica”: le principali questioni sull’argomento
 
Gran parte dell’articolo si è focalizzata sul significato della crescita economica e sui principali problemi che comporta una società basata su di essa: inquinamento, impronta ecologica, iniquità e dipendenza dalla crescita per il mantenimento dell’occupazione. Al di la dei limiti ecologici, ciò che maggiormente gli “oppositori della crescita” contestano all’attuale sistema socio-economico è la sua iniquità.
 
“Il fallimento dell’obiettivo della felicità per tutti promessa dalla società della crescita obbliga a interrogarsi sul contenuto della promessa stessa . Il sovra-consumo materiale lascia una parte sempre più consistente della popolazione nella penuria e non assicura neppure un vero benessere agli altri. La redifinizione della felicità come <<abbondanza frugale in una società solidale>>: questa è la rottura proposta dal progetto della decrescita.”
 
Serge Latouche (2012)
 
 
Il fallimento della società della crescita nell’assicurare il benessere generalizzato alla popolazione deriva dal fatto che tale sistema si basa sulla creazione illimitata di bisogni e di prodotti e “sull’insoddisfazione generalizzata”, in modo che il consumatore sia costantemente insoddisfatto: “le persone felici sono cattivi consumatori” (Bortolini Stefano, 2010). 

 

 

Spesso il concetto di “decrescita” è confuso con quello di “recessione o crescita negativa”. In realtà essi sono due concetti molto differenti. La decrescita è un progetto il cui obiettivo principale consiste nell’uscire dalla società dei consumi per realizzare quella che Serge Latouche (2012), sulla base delle proposte di Illich (1974) e Gorz( 1984;1992), definisce come “abbondanza frugale”. Secondo Latouche, la povertà nella società moderna deriva da un’eccessiva dipendenza dal consumo: l’incapacità di soddisfare i bisogni inventati dal mercato rendono povero il consumatore, specie quando ciò comporta anche l’incapacità di soddisfare i bisogni veramente necessari. In una società di “abbondanza frugale”, i bisogni di base possono essere soddisfatti da tutte le persone, mentre quelli superflui vengono eliminati; i beni sociali e quelli relazionali, insieme a valori come l’arte e il divertimento, prendono il sopravvento sull’individualismo e sul consumo di beni materiali. In questo nuovo modello sociale non ci sono poveri, perché tutti quanti hanno accesso ai beni basilari e si elimina lo stato di frustrazione e di insoddisfazione generalizzata creata dal mercato.

“Il leader del pensiero della decrescita, Serge Latouche, spiega questa differenza nel migliore dei modi, comparando la decrescita a una dieta e la recessione all’inedia. La prima è una scelta volontaria e salutare che porta a un miglioramento della salute, in modo particolare per le persone che sono in sovrappeso: quando una persona obesa inizia a perdere peso e il suo stato di salute migliora, può spesso ridurre o eliminare l’uso di medicine … Consideriamo adesso un individuo che si trova improvvisamente a corto di cibo. Questa condizione può portare alla fame e all’inedia, ma anche alla violenza (persone che lottano per appropriarsi del cibo limitato) e alla malnutrizione, che indebolisce il sistema immunitario e può portare alla malattia e alla morte. ..”
 
Erik Assadourian, Worldwatch Institute, Senior Fellow
(Dicembre 2013, www.lteconomy.it)
 
 
Pertanto, la decrescita è un progetto “volontario” di riduzione dei consumi in un contesto di valori completamente differenti da quelli su cui si basa una società della crescita. Molto diverso è il caso di “assenza di crescita in una società basata sulla crescita”, che comporta conseguenze molto negative e deleterie. Nell’attuale società della crescita si ricorre al welfare (spese sociali) per far fronte alle disuguaglianze economiche. Tuttavia, senza crescita, gli accompagnamenti sociali volti a ridurre il degrado vengono ridotti (è quanto sta accadendo in Grecia e in Italia, e più in generale in Europa, dove i programmi di austerità stanno progressivamente riducendo le risorse finanziarie destinate ai programmi sociali); senza crescita diventa difficile ridurre il deficit e il debito pubblico; senza crescita molte persone perdono il lavoro e la disuguaglianza e la povertà aumentano, specie in un contesto di riduzione di spese sociali. Secondo Andrè Gorz (1983;1991), una recessione in un sistema economico basato sulla crescita, alla fine non farà altro che tradursi in un aumento delle differenze tra i ricchi e i poveri: le produzioni di inquinanti diventano un bene di lusso; le disuguaglianze aumentano; i poveri diventano più poveri e i ricchi più ricchi. Un contesto prolungato di recessione alla fine può comportare un razionamento delle risorse e un aumento di fenomeni violenti (fascismo e xenofobia) dovuti alla crescente disuguaglianza; l’alternativa ad una decrescita volontaria è, pertanto, un sistema totalitario che gestisce le penurie della crisi economica. Questi sono i problemi che comporta il voler crescere per forza in un pianeta in cui le risorse e le capacità di consumare tali risorse sono limitate.
 
Una delle principali critiche fatte alla “decrescita” è l’incapacità di risolvere i problemi immediati dei nostri Stati: debito pubblico e disoccupazione. Prendiamo il “debito pubblico”. Molti Stati, in modo particolare la Grecia e l’Italia, hanno un grosso debito pubblico che sta diventando sempre più difficile da gestire perché il PIL (ossia la capacità di generare entrate fiscali e quindi di rimborsare i propri debiti) non cresce. Bene, innanzitutto partiamo dal fatto che in una società della decrescita il problema del debito pubblico non si porrebbe affatto, perché l’entrate fiscali (imposte dirette, imposte sul consumo specie di lusso, e tasse sul consumo eccessivo) riuscirebbero a coprire pienamente le (poche) spese necessarie al soddisfacimento dei beni comuni; in tal modo non ci sarebbe deficit e quindi non ci sarebbe bisogno di indebitarsi (come si è fatto fino adesso) per sostenere tali deficit. Per quanto riguarda poi l’attuale enorme debito pubblico di Paesi come la Grecia e l’Italia, la soluzione migliore, secondo la maggior parte dei propositori della decrescita, consiste in “una riconversione negoziata” del debito, con il mantenimento del valore dei titoli dei piccoli portatori e un deprezzamento del 40-60% di quello degli altri; il debito residuo da rimborsare potrebbe far ricorso a maggiori entrate fiscali grazie a un prelievo eccezionale sui profitti finanziari, oppure all’iniezione di liquidità (e quindi a un’inflazione controllata). Per quanto riguarda l’altro grande problema attuale, “il calo dell’occupazione”, l’obiettivo della “decrescita” è proprio quello di creare una società basata sulla “piena occupazione”, attraverso soprattutto una forte riduzione del tempo di lavoro, seguita dalla rilocalizzazione delle attività industriali (eliminando così lo sfruttamento dei lavoratori dei Paesi del Sud e dell’Est) e dalla riconversione ecologica. Ad esempio, secondo un rapporto del wwf, la riduzione del 30% del gas serra entro il 2020 in Francia creerebbe 680 mila posti di lavoro; nel settore agricolo, un ritorno a tecniche agricole più tradizionali e a una gestione più ecologica dei terreni (Permacultura, Agro-ecologia etc…) comporterebbe un aumento dell’occupazione e, allo stesso tempo, la fornitura di prodotti qualitativamente migliori. In particolare, secondo Serge Latouche (2012) sono quattro i fattori in base a cui si dovrebbe realizzare il programma di piena occupazione della decrescita: 1) una riduzione della produttività teorica globale (dovuta all’uso sconsiderato di macchine ed energia da fonti fossili); 2) la rilocalizzazione delle attività e la fine dello sfruttamento del Sud; 3) la creazione di posti di lavoro a contenuto ecologico in tutti i settori di attività; 4) un cambiamento del modello di vita con la soppressione dei bisogni inutili. Se pure il quarto elemento agirebbe in termini negativi, nel senso che porterebbe a una riduzione dei posti di lavoro, gli altri tre punti compenserebbero ampiamente tale riduzione; inoltre, considerando la generale diminuzione dell’orario di lavoro, la piena occupazione (e quindi la ricchezza distribuita in modo equo) diventerebbe un obiettivo sicuramente raggiungibile.
 
 
Conclusioni
 
Fin da quando è stato creato il PIL, la sua crescita è diventata una droga per i Paesi. Tuttavia, l’eccessiva enfasi sulla crescita economica sta fortemente minando gli equilibri ecologici del nostro pianeta, e si sta dimostrando una strategia economicamente e socialmente insostenibile nel lungo periodo.
 
In questa prospettiva, i sostenitori della decrescita propongono una società basata su valori differenti da quella attuale. Essi puntano sull’eliminazione dei bisogni superflui e sull’uscita dalla società dei consumi; l’obiettivo è quello di creare una società “di abbondanza frugale”, dove ci sia benessere per tutti (attraverso una politica volta ad assicurare la piena occupazione e un minimo di welfare) e vengano rivalutati valori come la crescita relazionale e quella culturale.
 
Detto questo, ci chiediamo se la realizzazione di una “società della decrescita” sia possibile. Purtroppo, ancora per il momento, sono molti gli elementi che spingono i Paesi a continuare con i loro programmi di crescita economica, primo tra tutti la conservazione del proprio potere nelle relazioni internazionali. Ne consegue che, almeno per ora, difficilmente ci potranno essere accordi internazionali o iniziative unilaterali volti a realizzare una società che esca dalla logica della crescita irrazionale. Gran parte della partita dipenderà da quanto l’attuale crisi, unita ai buoni propositi dei cultori della decrescita e dei movimenti che partono dal basso (Permacultura, Transition Town, movimeno zapatista etc…) riusciranno a fare breccia sull’opinione collettiva in modo che si ribelli all’attuale modello di crescita e si incammini verso quella società di “abbondanza frugale” proposta dai teorici e dai movimenti della decrescita.
 
 
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http://www.benessereinternolordo.net/joomla/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1



ENDNOTE

[1] Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa

[2] La stima pubblicata nella newsletter di giugno 2013 è inferiore a stime precedenti effettuati dagli stessi ricercatori di Land Matrix in quanto fa esclusivo riferimento ai territori appartenenti ai Paesi a medio e basso reddito.

  

 

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