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Land Grabbing: sviluppo o antisviluppo?

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A cura di Dario Ruggiero (Maggio 2014)

Premessa

Negli ultimi anni, le “Terre Fertili” nei Paesi poveri hanno attratto un grande ammontare di investimenti da parte dei Paesi Sviluppati e delle grandi multinazionali agricole per differenti ragioni: fornire nutrimento alle popolazioni dei Paesi ricchi, produzione di biofuel, trarre semplicemente profitti. Questi investimenti sono spesso condotti in modo “poco trasparente”, e alle spese dei diritti e del benessere delle comunità locali. Questo fenomeno è noto con il nome di “Land Grabbing” ed è stato per la prima volta portato alla luce da “GRAIN”, un organizzazione non-profit che supporta le attività dei piccoli agricoltori locali in tutto il mondo.
Gli investitori stranieri e le lobby del settore agroalimentare sostengono che gli investimenti esteri nei Paesi poveri portano sviluppo. Ma cosa si intende per sviluppo? Il fatto che molte comunità locali in Africa e nell’America Latina stanno combattendo per riguadagnarsi il diritto di autonomia sulle proprie terre suggerisce che il Land Grabbing non è la soluzione adatta allo sviluppo dii queste comunità; al contrario, esso non è altro che “sfruttamento di risorse locali a beneficio delle grandi multinazionali e delle società di investimento”. Secondo la “Calabar Declaration”, “nei posti in cui le multinazionali hanno implementato monoculture su larga scala, esse hanno portato o lasciato miseria e povertà.” In questi posti si verifica una perdita netta di occupazione, le persone locali che lavorano per multinazionali vengono sottopagati e, inoltre, perdono le fonti che prima sostenevano il loro nutrimento. Il terreno viene, infatti, usato per la produzione di cibo destinato alle esportazioni o di raccolti (palma da olio, zucchero di canna, jatropha etc…) che poi vengono trasformati in biocarburanti.
 
L’appropriazione di terreni su larga scala in molti Paesi africani è decollata con la crisi alimentare che si è verificata nel 2008. Tale appropriazione rappresenta una bruta violazione delle tradizioni locali e ha compromesso la vita e i mezzi di sussistenza per molte generazioni a venire. Dagli innumerevoli casi di Land Grabbing identificati nell’Africa centrale e occidentale, il profitto sembra essere l’unico obiettivo perseguito dalla multinazionali. I semi, l’acqua, i finanziamenti, l’energia sono tutti elementi necessari all’agricoltura; ma ce ne è uno che viene prima di tutti: la terra; non è possibile produrre cibo senza un terreno a disposizione. Tuttavia, il Lan Grabbing da parte dei Paesi esteri (Kuwait, Cina, Arabia Saudita e altri) o di individui o imprese ricche, siano essi stranieri o connazionali, depriva i piccoli coltivatori di questo fattore indispensabile all’attività agricola. Le multinazionali estere trasformano gli agricoltori locali in lavoratori nelle proprie terre. Detto questo, il Land Grabbing è sviluppo o antisviluppo?
 
 
 
 
Ringraziamenti
 
I più sinceri ringraziamenti vanno al Dott. Henk Hobbelink (Fondatore di GRAIN), per averci concesso un’intervista su questo topic (si veda l’intervista con Henk Hobbelink). 
 
“…il Land Grabbing riduce l’occupazione locale e,
e persone che vengono assunte dalle multinazionali agricole
si trovano in condizioni lavorative misere. Secondo la nostra opinione,
questo non è sviluppo; esso è anti-sviluppo.”
(Henk Hobbelink, aprile 2014)
 
 
“…lo sviluppo delle piantagioni di palma da olio e deli altri raccolti
per la produzione di bio-carburante nei Paesi poveri
per alimentare le auto che circolano nei Paesi sviluppati non rappresenta di certo
la soluzione alla crisi energetica.. ”
(Henk Hobbelink, aprile 2014)
 
 
“Non sto raccontando una storia di punto in bianco,
ma sto parlando in nome delle lacrime che stiamo versando a causa
dell’accaparramento delle nostre terre. Ciò che mi porta a contrastare fortemente
il fenomeno del Land Grabbing è il fatto che alle persone che perdono le proprie terre
non viene dato alcun altro posto in cui continuare a vivere.”
(Ochen Solomon, studente ugandese - GRAIN, aprile 2013 – nostra traduzione)
 
 
INDICE
Premessa
1. Land Grabbing: origini e dimensioni del fenomeno
2. Alcuni chiarimenti sul Land Grabbing: sviluppo economico o “antisviluppo”?
3. Focus sul settore dei biocarburanti: Land Grabbing e biofuel
4. La “Calabar Declaration”: un accordo contro l’espansione di piantagioni di palma da olio
5. Che cos’è la “Sovranità Alimentare”? Come il Land Grabbing incide sulla “Sovranità Alimetare” nell’Africa centrale e occidentale?
6. Linee di policy che contrastano il Land Grabbing: gli effetti reali del “Land Ceiling”
7. Alcune news recenti sul fenomeno del Land Grabbing
Conclusioni
BIBLIOGRAFIA
 
 
1. Land Grabbing: origini e dimensioni del fenomeno
 
Nel 2008 l’organizzazione non-gevernativa (NGO) GRAIN ha pubblicato un Report (The 2008 land grab for food and financial security), sul fenomeno noto con il nome di Land Grabbing. Secondo il Report di GRAIN, alcuni Paesi ricchi e investitori privati, spinti principalmente dalle crisi alimentare e finanziaria del 2008, hanno accelerato il processo di appropriazione di terre fertili nei Paesi più poveri, causando non pochi danni ai coltivatori locali. Secondo GRAIN due sono stati i fattori che hanno scatenato questa ondata di investimenti: la ricerca per la sicurezza alimentare e la ricerca di profitti finanziari.

Con riferimento al primo fattore (la sicurezza alimentare), dopo la crisi alimentare del 2008, quando il prezzo dei beni alimentari di base è cresciuto del 40% in un anno (seguito da un aumento addirittura maggiore nel 2011), alcuni Paesi (principalmente Paesi importatori di cibo), nel tentativo di ridurre il rischio di dover far fronte a crescenti spese per l’alimentazione della propria popolazione, hanno deciso di acquisire terre fertili in altri Paesi. Questo è il caso dell’Arabia Saudita, del Giappone, della Cina, dell’India, della Korea, della Libia e dell’Egitto. In base ai dati forniti dal Land Matrix dataset, il fenomeno del Land Grabbing è cresciuto nel corso degli ultimi anni, in particolar modo nel 2009, quando l’ammontare di terre acquisite ha toccato il suo massimo.
 
 
Grafico 1 – Crisi alimentare negli ultimi anni
(L’indice dei prezzi dei beni alimentari* 1990-2013)
*Il FAO Food Price Index è un indice che misura il cambiamento mensile nei prezzi internazionali di un paniere di beni alimentary di base. Esso consiste della media di cinque indici, ciascuno relativo ad un gruppo di beni (per un totale di 55 commodity), e ponderato per la quota media delle proprie esportazioni. 
Fonte: LTEconomy su dati FAO

In totale a giugno 2013 si contavano 755 accordi relativi a 32,6 milioni di ettari di terreno; da allora, in base ai dati del Land Matrix dataset, si sono aggiunti nuovi accordi e le informazioni sono state aggiornate. [1] In particolare, con riferimento all’ultima newsletter di Land Matrix (Febbraio 2014), sono stati osservati 181 nuovi accordi nella categoria “accordi conclusi”, i quali adesso ammontano ad un totale di 936 accordi (il numero è addirittura aumentato a 949 accordi se si fa riferimento alle informazioni disponibili a maggio 2014), 38 nuovi accordi nella categoria “accordi pianificati”, per un totale di 183 accordi, 26 nuovi accordi nella categoria “accordi falliti”, che ammontano a 76 accordi.

In termini di dimensione, con dati riferiti a febbraio 2014, gli accordi conclusi comprendono un totale di 35,7 milioni di ettari. Pertanto, si è avuto un incremento di circa il 10% rispetto ai 32,6 milioni di ettari a giugno 2013. Gli accordi pianificati coprono un area di terra pari a 14,1 milioni di ettari (in crescita rispetto ai 10,8 milioni di ettari registrati a giugno 2013). Un aumento significativo è stato altresì osservato con riferimento agli accordi falliti (da 4,8 a 7,1 milioni di ettari). Con dati disponibili a maggio 2014 (quando il presente articolo è stato realizzato), la dimensione aggregata degli accordi conclusi è pari a 35,9 milioni di ettari.
 
 
Grafico 2 – Il trend recente negli accordi di Land Grabbing
(Numero di accordi e milioni di ettari)
Fonte: LTEconomy su Land Matrix dataset (febbraio 2014)

Tra i 10 Paesi maggiormente soggetti ad accordi di Land Grabbing (cosiddetti “target country”) ci sono la Papua New Guinea e l’Indonesia, seguiti da tre Paesi africani. Rispetto alla newsletter di giugno 2013, non ci sono stati cambiamenti sostanziali nella classifica. Ci sono però due nuove entrate nella Top ten dei Paesi Target: Brasile e Ucraina – rispettivamente primo Paese Sudamericano e primo Paese dell’Europa dell’Est ad entrare nella Top ten – che hanno sostituito l’Etiopia e il Madagascar (adesso rispettivamente in undicesima e in diciannovesima posizione).

I driver principali dell’acquisizione di terreni secondo il Land Matrix dataset sono legati alla produzione industriale. In particolare, la coltivazione di colture alimentari (cultivation of food crops) è il driver più importante; essa riguarda 331 accordi conclusi per un area di 9,6 milioni di ettari. Di questi, 233 progetti (pari a un’area di 5,2 milioni di ettari) hanno iniziato la fase produttiva. Il secondo driver in ordina di importanza è la produzione di biocarburanti (biofuels) (183 accordi per un totale di 7,5 milioni di ettari; 119 progetti per un totale di 4,0 milioni di ettari hanno già iniziato a produrre). La produzioni di beni agricoli non alimentari (Non-food agricultural commodities) sono stati oggetto di 110 accordi. La maggior parte di questi accordi riguardano le piantagioni di gomma (rubber plantations) (60%), ma consistenti sono anche gli accordi relativi alla produzione di cotone e di prodotti per l’industria cosmetica. Oltre all’agricoltura, anche l’industria della silvicoltura (92 accordi) e il turismo (12 accordi) sono tra i driver del Land Grabbing. In 53 casi non ci sono informazioni sufficienti per identificare l’intenzione dell’investimento.
 
 
Grafico 3 – Land Grabbing: i 10 principali Paesi-Target
(Accordi, in milioni di ettari)
 
Fonte: LTEconomy su Land Matrix dataset (etrazione dati: maggio 2014)
 
 
Grafico 4 – I principali driver del Land Grabbing
(Dati in milioni di ettari e in numero di accordi)
Fonte: LTEconomy su Land Matrix dataset (febbraio 2014)
 
Le cause sottostanti le strategie di Land-Grabbing per assicurare una maggiore sicurezza alimentare variano a secondo dei Paesi. Prendiamo in considerazione la Cina. Questo Paese, pur essendo auto-sufficiente in termini di produzione alimentare, ha un’enorme popolazione da nutrire, mentre la terra coltivabile sta lasciando progressivamente spazio ai siti destinati allo sviluppo industriale e la gestione dell’acqua, con il progressivo sviluppo economico, subisce sempre maggiori pressioni. Ne consegue che la sicurezza alimentare trova sempre maggiore spazio nell’agenda cinese. In realtà la strategia cinese di esternalizzare in altri Paesi la propria produzione agro-alimentare è iniziata ben prima che si verificasse la crisi del 2008. Così, nel segno di tale strategia, negli anni recenti la Cina ha sottoscritto circa 30 accordi agricoli con i suoi “Paesi amici”, che prevedono la messa a disposizione di terre fertile per la Cina in cambio di trasferimento tecnologico e sviluppo infrastrutturale. La Cina ha esternalizzato la propria produzione alimentare non solo nei Paesi asiatici ma anche nei Paesi africani. La maggior parte dei siti di produzione agricola cinese all’estero sono indirizzati alla coltivazione di riso, soia e mais, ma anche di prodotti destinati alla realizzazione di bioenergia (zucchero di canna, manioca, sorgo etc…). La produzione del riso è effettuata generalmente seguendo le tecniche cinesi, con lo sviluppo degli ibridi tradizionalmente coltivati in Cina. L’impossibilità per gli agricoltori locali di capire la reale destinazione dei loro raccolti e il presupposto reale che gran parte di esso sia destinato a sfamare la popolazione cinese, piuttosto che quella locale, sta alimentando un crescente risentimento verso la svendita delle proprie terre da parte dei governi locali.

Prendiamo ora in considerazione la politica di sicurezza alimentare dei Paesi del Golfo (Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti). Si tratta di Paesi localizzati in aree desertiche, ma che, allo stesso tempo, possiedono enormi riserve di petrolio e di risorse finanziare da permettersi di fare affidamento ad altri Paesi per l’approvvigionamento alimentare necessario a sfamare le proprie popolazioni. Tuttavia, le recenti crisi alimentari, unite all’indebolimento del dollaro sull’euro (la maggior parte delle importazioni alimentari proviene dai Paesi della zona euro) ha determinato un enorme aumento delle uscite finanziarie del Paese per le spese alimentari (da circa 8 a 20 miliardi di dollari). Considerando che la maggioranza della popolazione in questi Paesi è costituita da lavoratori stranieri a basso costo, tali Stati devono garantire prezzi bassi. Al fine di evitare un’eccessiva vulnerabilità a nuove crisi alimentari, questi Paesi hanno firmato accordi in base a cui essi forniranno petrolio e capitali in cambio di assicurare alle proprio corporation la possibilità di accesso a parte delle loro terre per soddisfare la propria domanda di cibo. Tali accordi sono stati stipulati soprattutto con il Sudan, il Pakistan, i Paesi del Sud-est asiatico (Burma, Cambogia, Indonesia, Laos, Filippine, Thailandia e Vietnam), Turchia, Kazakhstan, Uganda, Ucraina, Georgia, Brasile.

Passiamo ora alla seconda causa sottostante il fenomeno del Land-Grabbing: la speculazione finanziaria. Con il cambiamento climatico e l’impoverimento delle risorse agricole (acqua e terra), i terreni fertili in futuro potrebbero diventare una risorsa scarsa (e quindi fonte di guadagno) su cui investire il proprio denaro. Ciò ha generato un flusso di investimenti privati in questo settore. I Paesi maggiormente destinatari di tali investimenti (Malawi, Senegal, Nigeria, Ucraina, Russia, Georgia, Kazakhstan, Uzbekistan, Brasile, Paraguay, Australia) sono stati tutti identificati come Paesi in possesso di terre fertili, con disponibilità di acqua e buona potenzialità di crescita nella produttività delle imprese. L’orizzonte medio di tali investimenti è di dieci anni, con il chiaro obiettivo di rendere “produttive” tali terre e di costruire le necessarie infrastrutture di marketing per la commercializzazione dei prodotti; i tassi di rendimento attesi per questi investimenti oscillano tra il 10 e il 40% in Europa e fino al 400% in Africa.

La corsa all’appropriazione di terreni da parte dei governi e degli investitori privati sottolinea, in conclusione, alcune chiare tendenze: 1) da un lato la fiducia dei governi nei mercati agricoli sta collassando, per cui, nel tentativo di ridurre quanto più il rischio insito negli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari, si stanno spingendo sempre più nel controllo di terre straniere per garantirsi un canale diretto all’approvvigionamento alimentare di cui hanno bisogno; 2) la terra fertile sta diventando un fattore scarso e, per questo, oggetto di investimenti e fonte di guadagno per gli investitori privati; 3) gli agricoltori locali stanno progressivamente perdendo il diritto di coltivare la propria terra per soddisfare i fabbisogni alimentari locali. In poche parole, molte popolazioni locali stanno subendo un’espropriazione di terre, perdendo così il diritto di decidere sul proprio destino e su quello delle terre in cui vivono.
 
 
2. Alcuni chiarimenti sul Land Grabbing: sviluppo economico o “antisviluppo”?
 
Il primo elemento da chiarire sul dibattito del Land Grabbing è la questione dello “Sviluppo Economico”. Con riferimento ai Paesi dell’Africa centrale e occidentale, le multinazionali agroalimentari, le loro lobby, le organizzazioni internazionali e tutti coloro che supportano il Land Grabbing, sostengono che gli investimenti esteri in questi Paesi portano sviluppo economico e occupazione. In realtà, l’evidenza dimostra tutt’altro. In particolare, secondo la “Calabar Declaration”, un accordo sottoscritto da molte organizzazioni che operano a supporto dei piccolo agricoltori, “nei posti in cui le multinazionali agricole hanno implementato monoculture su larga scala, hanno provocato e lasciato miseria e povertà.” La questione è semplice: spesso gli investimenti esteri prendono possesso di terre dove in precedenza vivevano migliaia di persone e lavoravano molti piccoli agricoltori. Successivamente, le nuove aziende usano più macchine e meno lavoratori (sono più capital intensive): l’occupazione si riduce! Inoltre, non tutte le persone che lavorano nelle nuove aziende sono persone locali: ci sono alcune posizioni in azienda che non possono essere ricoperte dalle poco qualificate persone locali; occorrono persone qualificate provenienti dai Paesi ricchi. Infine, i lavoratori locali sono spesso sottopagati e vivono in condizioni misere. Pertanto, il risultato netto di un investimento estero è spesso: “meno occupati, lavoratori sottopagati e persone non più in grado di produrre il cibo di cui hanno bisogno per soddisfare i propri bisogni di nutrimento.”

“E’ vero, quando queste multinazionali prendono il controllo di terreni agricoli nei Paesi poveri, esse portano macchinari, nuovi skill e danno occupazione a delle persone. Ma l’evidenza suggerisce che l’ammontare delle persone che viene assunta in queste imprese è molto inferiore all’ammontare delle persone che vivevano e lavoravano prima che l’investimento avesse luogo: il risultato netto è una perdita di occupazione! Inoltre, parte di questi nuovi occupati vengono dall’estero, al fine di condurre lavori che richiedono capacità che le persone del posto non possiedono. Infine, gli occupati locali spesso vengono compensati con stipendi molto bassi (ben al di sotto dei minimi salariari): noi abbiamo osservato in molti Paesi, e in modo particolare in Etiopia e in Sudan, che le persone ricevono intorno ai 60-80 centesimi al giorno (meno di 1 dollaro al giorno, che è la soglia stabilita dalla Banca Mondiale per definire la linea di povertà a livello mondiale). Riassumendo, il Land Grabbing riduce l’occupazione locale e, le persone che vengono assunte dalle multinazionali agricole si trovano in condizioni lavorative misere. Secondo la nostra opinione, questo non è sviluppo; esso è anti-sviluppo.

Henk Hobbelink, GRAIN, Fondatore,
Intervista su LTEconomy (aprile 2014, www.lteconomy.it)


Un altro elemento da chiarire riguarda la relazione che intercorre tra gli investimenti esteri e la necessità di far fronte ad alcune crisi incombenti, come la “crisi alimentare” e la “crisi energetica”. Di nuovo, le grandi imprese multinazionali e i loro supporter sostengono che questi investimenti rappresentano la chiave per far fronte al crescente fabbisogno di energia nei Paesi Sviluppati ed Emergenti e alla crescente domanda di cibo da parte di una popolazione mondiale anch’essa in crescita. Ma di nuovo tutto questo è falso. La crisi energetica è principalmente dovuta ad un sovra-consumo di energia nei Paesi occidentali e alle inefficienze nella produzione e nel consumo di energia. Per risolvere la crisi energetica, i Paesi occidentali, insieme ai Paesi emergenti, devono agire sul lato della domanda di energia piuttosto che sul lato dell’offerta energetica. Occorre ridurre il consumo di energia ed eliminare le inefficienze nel consumo di energia che avvengono nei processi industriali, nel sistema dei trasporti e all’interno delle case; non è assolutamente pensabile di poter continuare ad utilizzare la terra in Africa per produrre olio di palma destinato ad alimentare le auto che circolano nei Paesi Sviluppati! Questa è una mera assurdità. Conclusioni simili emergono con riferimento all’altra sfida impellente: la crescente domanda di cibo. E’ vero, in base alle più attendibili proiezioni, nel 2050 la popolazione globale raggiungerà i 9 miliardi di persone (2 miliardi di persone in più rispetto ad adesso); ma è anche vero che c’è una crescente evidenza che i piccoli agricoltori sono più efficienti e produttivi (se la produttività è calcolata come rapporto tra produzione in output e ammontare di terra utilizzata, piuttosto che tra produzione in output e numero di persone impiegate) rispetto alle grandi aziende agricole (Vandana Shiva, Reurgence & Ecologist, March-April 2014; UNCTAD, 2013). Il modello per nutrire un maggior numero di persone non risiede nell’agricoltura industriale; esso consiste nella c.d. “agro-ecologia”; il che significa anche un numero maggiore di piccoli agricoltori “qualificati” nel mondo. Inoltre, con una crisi alimentare alle porte non si può certo pensare di continuare ad utilizzare le terre africane per produrre bio-carburanti! La crisi alimentare va risolta anche combattendo gli sprechi: secondo la Food and Agriculture Organization (FAO), circa 1/3 del cibo prodotto viene sprecato lungo l’intero processo, dalla produzione al consumo (FAO, 2011); un ritorno alla vendita diretta locale sicuramente abbatterebbe in modo notevole tali sprechi.

“Secondo la nostra opinione, l’espansione dell’agricoltura industriale a cui stiamo assistendo non è il modo corretto per meglio gestire i bisogni globali alimentari ed energetici; l’industrializzazione e l’internazionalizzazione dell’agricoltura sta solo imponendo un sistema organizzato su un maggiore sfruttamento delle risorse e delle persone. Nel caso del bio-carburante, lo sviluppo delle piantagioni di palma da olio e deli altri raccolti per la produzione di bio-carburante nei Paesi poveri per alimentare le auto dei Paesi sviluppati non rappresenta di certo la soluzione alla crisi energetica; la soluzione reale al problema consiste nella riduzione del consumo di energia. Inoltre, molti studi dimostrano che la produzione di bio-carburanti sta aggravando la crisi climatica, e non la sta di certo risolvendo.”

Henk Hobbelink, GRAIN, Fondatore,
Intervista su LTEconomy (aprile 2014, www.lteconomy.it)
 

Quindi, quali sono le reali ragioni che stanno dietro gli investimenti esteri nel settore dell’agricoltura e quali sono le reali conseguenze per le popolazioni locali? Il Profitto! Questo è ciò che cercano gli investitori. Le multinazionali e le società di investimento investono in questi Paesi poveri solo per trarne profitti finanziari, senza prendere assolutamente in considerazione l’utilità che tali investimenti hanno per le comunità locali. Un chiaro esempio di quanto si sta dicendo è dato dalla multinazionale “Karaturi”. Karuturi Ltd, l’unità keniana della Karaturi Global (India) per quanto riguarda la produzione di fiori, dopo anni di sfruttamento delle risorse locali e di evasione fiscale è adesso in liquidazione e gli africani ne stanno pagando le principali conseguenze. E tali conseguenze stanno interessando non soli i lavoratori e i figli dei lavoratori keniani. Karaturi Ltd è stata utilizzata per anni da Karaturi Global al fine di aumentare i profitti e il proprio cash flow. Ma Karaturi non è un caso unico in Africa; la maggior parte degli investimenti sono orientati al profitto. Il profitto è la “condition sine qua non” di questi investimenti, che in alcuni casi vengono utilizzati per produrre cibo (in genere destinato alle esportazioni) e in altri casi per produrre raccolti di palma da olio da destinare alla produzione di biocarburanti. Questi investimenti non vengono effettuati al fine di arricchire le comunità locali! In conclusione, anche nei casi in cui gli investimenti esteri in agricoltura avvengono seguendo regole “trasparenti” (la maggior parte degli investimenti ad oggi sono stati condotti senza un’appropriata consultazione delle popolazioni locali), sussiste il problema del peggioramento delle condizioni di vita per le persone nelle comunità locali: essi perdono la loro terra, ottengono posti di lavoro sottopagati e perdono la loro fonte primaria di cibo. Tutto questo non è “sviluppo”; è “antisviluppo”.
 
 
3. Focus sul settore dei biocarburanti: Land Grabbing e biofuel
 
L’acquisizione di terre per la coltivazione di materie prime funzionali alla produzione di biocarburanti (palma da olio, canna da zucchero, jatropha e così via) sta colpendo fortemente i seguenti Paesi: Sierra Leone (canna da zucchero), Guinea (jatropha), Brasile (canna da zucchero), Indonesia (canna da zucchero e palma da olio), Colombia (palma da olio). L’intera lista dei Paesi colpiti dal Land Grabbing per la produzione di biocarburanti è disponibile sul sito web di GRAIN; in totale, l’ammontare di terra acquisita per questo scopo è pari a circa 17 miliardi di ettari.[2] Secondo recenti proiezioni, la domanda globale per biocarburanti dovrebbe crescere a 172 miliardi di litri entro il 2020, rispetto agli 81 miliardi di litri registrati nel 2008.[3]
 
Il mercato dei biocarburanti è dominato da tre principali clienti: gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il Brasile. Insieme, essi rappresentano l’80% del consumo globale di biocarburanti; questa configurazione non dovrebbe subire sostanziali cambiamenti nel breve termine. Delle tre aree, l’Unione Europea è quella che fa maggiormente affidamento sulla “importazione” di materia prima per la produzione di biocarburanti (raccolti che vengono portati in Europa per la successiva trasformazione in biocarburanti) e di cibo per rimpiazzare i raccolti europei (sostanzialmente semi oleosi) utilizzati per la produzione di biocarburanti. In base ai dati del 2008, l’Unione Europea ha importato circa il 41% del suo fabbisogno di materia prima per la produzione di biofuel. L’Europa è anche l’area dove è previsto il maggiore incremento della domanda di biocarburanti nel prossimo decennio. L’Unione Europea ha, infatti, stabilito standard più elevati per il consumo di biocarburanti: in base a tali standard, entro il 2020 il consumo di biocarburanti dovrebbe crescere a 40 milioni di tonnellate di petrolio equivalente (Mtoe).

Considerando gli attuali livelli di produzione e gli standard stabiliti per il 2020, entro tale data l’Unione Europea dovrebbe dedicare 21 milioni di ettari di terreno alla produzione di biofuel. Tale ammontare equivale al doppio dell’area utilizzata nel 2012 per la coltivazione di semi oleosi destinati alla produzione di biofuel – più dell’intera area coltivabile di Italia e Spagna messe insieme. Ne consegue, senza alcun dubbio, che l’Unione Europea dovrà fare sempre più affidamento ai raccolti realizzati in altre aree del mondo al fine di raggiungere i propri target. Vediamo in che modo.

La (economica) palma da olio è il sostituto più ovvio. Rispetto ai raccolti di semi oleosi in Europa, i quelli di palma da olio nelle zone tropicali generano una rendita dio biocarburante per ettaro di terreno utilizzato quattro volte maggiore; l’intero fabbisogno di biofuel dell’Unione Europea previsto per il 2020 potrebbe essere soddisfatto in questo caso utilizzando piantagioni per un totale di 5,5 milioni di ettari di palma da olio. Tuttavia, la palma da olio cresce esclusivamente nelle zone tropicali vicino all’equatore, per cui l’area in cui può essere coltivata è ben circoscritta. L’Indonesia continua ad essere il Paese in cui tale coltivazione si espande in modo più aggressivo, principalmente a danno della foresta pluviale (i 2/3 delle nuove piantagioni vanno per l’appunto a sostituire la foreste pluviali indonesiane). Un trend espansivo più recente di piantagioni di palma da olio sta interessando le foreste e i terreni agricoli dell’Africa centrale e occidentale, causando non poche rivolte locali.

I semi di soia rappresentano un’altra fonte di importazione per la produzione di biocarburanti nell’Unione Europea. Al fine di soddisfare i target europei stabiliti per il 2020 la maggior parte della produzione aggiuntiva di semi di soia dovrebbe provenire dall’Argentina e da altri Paesi dell’America Latina. Tuttavia le piantagioni di semi di soia non sono altrettanto produttive (in termini di biocarburante per ettaro) come lo sono quelle di palma da olio; esse producono solo 0,31 tonnellate di petrolio equivalente (toe) per ettaro. Al fine di soddisfare i target del 2020 stabiliti dall’Unione Europea, se si facesse esclusivo ricorso ai semi di soia, occorrerebbero piantagioni per un ammontare di 70 milioni di ettari nell’America Latina.
Le nuove regole della Commissione Europea sulla produzione di biocarburanti stabiliscono anche che, al fine di soddisfare gli standard stabiliti per il 2020, il 5% della materia prima deve provenire da raccolti non alimetari. Una delle più economiche opzioni per tale scopo è rappresentata dalla jatropha.

La Jatropha ha attraversato un boom di investimenti nella metà degli anni 2000. All’epoca era considerata un miracolo dell’agricoltura in termini di produttività. Tuttavia, alla fine si è dimostrato simile a qualsiasi altra commodity agricola: grande bisogno di acqua, di terreni fertili e di fertilizzanti. A dicembre 2012, c’erano più di 130 accordi di Land Grabbing per la produzione di jatropha nel mondo, relativi a più di nove milioni di ettari di terreno.[4] Molti di questi progetti non sembravano in grado di poter decollare; ma la nuova sopra citata direttiva dell’Unione Europea potrebbe cambiare le regole del gioco e rendere la produzione di jatropha molto più attrattiva.

Il dibattito sulla “sostenibilità” dei biocarburanti non dovrebbe limitarsi al fattore “inquinamento”; dovrebbe essere molto più ampio ed includere considerazioni inerenti ad altri tipi di consegienze, quali lo spossessamento di terreni appartenenti alle comunità locali, la perdita della sovranità alimentare nei Paesi colpiti, la deforestazione etc…

L’aumento del Land Grabbing non è l’unica spiacevole conseguenza generata dalla crescente domanda di biocarburanti; c’è un’altra grave conseguenza: il suo impatto sui prezzi degli alimenti. I biocarburanti consumano più di un terzo della produzione di grano negli Stati Uniti e l’80% della produzione di semi oleosi nell’Unione Europea. Al crescere della domanda di terreni e di raccolti per la produzione di biocarburanti, il prezzo degli alimenti è destinato ad aumentare, sia perché la terra a disposizione per la loro produzione si riduce, sia perché la maggior parte delle materie prime utilizzate per la produzione di biocarburanti sono comunque beni alimentari e quindi, al crescere della domanda di questi beni, cresce anche il loro prezzo.

Infine, la produzione di biocarburanti entra in pieno conflitto con l’esigenza di soddisfare i fabbisogni alimentari di una crescente popolazione globale: secondo le più autorevoli stime, la domanda di beni alimentari aumenterà del 70-100% entro il 2050, e questa maggiore domanda dovrà essere soddisfatta sotto condizioni climatiche meno favorevoli rispetto agli anni passati. Basta considerare il fatto che dal 1960 ad oggi, l’ammontare di terra coltivabile pro-capite si è ridotta da 0,41 a 0,21 ettari, e che il terreno è sempre più degradato (il 25% della terra coltivabile nel mondo è classificata come fortemente degradata). A questo si aggiunge il cambiamento climatico: l’ammontare di terra agricola affetta da siccità potrebbe crescere al 44% nel 2100 rispetto all’attuale 15,4%.[5]In uno scenario del genere, utilizzare le preziosi risorse (terra e acqua) che abbiamo a disposizione per la produzione di biocarburanti destinati ad alimentare le nostre auto è assolutamente irresponsabile.

“…In particolare, noi ci opponiamo fortemente alla deforestazione “irrazionale”, come quelle effettuate per la produzione di bio-energia: probabilmente, l’impatto ambientale della distruzione di foreste per la coltivazione di “olio di palma” per la produzione di bio-energia è centinaia di volte più elevato di quello generato dal semplice utilizzo del petrolio.”

Oliver Tickell, The Ecologist, Operetional Editor,
Intervista su LTEconomy (dicembre 2013, www.lteconomy.it)
 

Appendice – Il piano nazionale per le energie rinnovabili in Italia: quali implicazioni ha per il Land Grabbing in Africa?
[6]

Il governo italiano ha stanziato 200 miliardi di euro come incentivi per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nei prossimi 20 anni (2013-2032). Per attuare il protocollo di Kyoto del 1997, il Parlamento e il Consiglio europeo hanno approvato nel 2009 la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili. Questa direttiva ha stabilito due obiettivi vincolanti per il 2020. Il primo consiste nel raggiungere il 20% del consumo energetico dell'Unione Europea (UE) utilizzando fonti rinnovabili; nell’ambito di questo obiettivo, a ciascun Paese dell’UE è stato concesso di stabilire il proprio obiettivo specifico (17% nel caso dell’Italia). Il secondo consiste nel raggiungere il 10% del consumo energetico dei trasporti dell'UE utilizzando fonti rinnovabili (il che vuol dire biocarburanti). Nel luglio 2010, l'Italia ha notificato alla Commissione Europea il suo "Piano d'azione nazionale per le energie rinnovabili", che è stato istituito nell'ordinamento nazionale con il Decreto Legislativo n° 28 del 2011.

In questo contesto, negli ultimi anni più di 20 aziende italiane hanno puntato i propri occhi su centinaia di migliaia di ettari di terreno agricolo in tutto il mondo, soprattutto in Africa.
 
 
Tabella 1 – Land Grabbing italiano per la produzione di biocarburanti nei Paesi dell’Africa
 
  Company Planned investment (US$ min) Planned land area (ha) Crop
Algeria, Cameroon, Egypt, Equatorial Guinea, Ghana, Morocco, Mozambique, Senegal, Togo Agroils   250,000 jatropha, rapeseed, sunflower
Angola ENI 350 12,000 oil palm
Benin Green Waves   250,000 sunflower
Congo Brazzaville ENI 350 70,000 oil palm
Congo Brazzaville Fri-EL Green Power   40,000 oil palm
Ethiopia Fri-El Green Power 7.2 30,000 jatropha, oil palm
Ethiopia Nuove Iniziative Industriaii   40,000 jatropha
Guinea Nuove Iniziative Industriali   710,000 jatropha
Kenya Nuove Iniziative Industriali   50,000 jatropha
Madagascar TRE-Tozzi Renewable Energy 300 100,000 jatropha
Madagascar Delta Petroli 70 30,000 jatropha
Madagascar Troiani & Ciarocchi   100,000 jatropha
Mozambique Aviathrough Aviam Ltd 16 10,000 jatropha
Mozambique Seci Api Biomasse 15 6,300 jatropha
Mozambique Bioenergy Italia SpA 20 120 jatropha
Mozambique Moncada Energy Group Srl 27 15,000 jatropha
Mozambique Moncada + Petromoc 15 10,000  
Mozambique MedEnergy Global 85 10,000 oil palm
Mozambique Società Fondiaria Industriale Romagnola 60 8,600 sugar cane
Mozambique, Sierra Leone CIR Group 4 45,000 oil palm
Nigeria Fri-EL Green Power   100,000 oil palm
Senegal Nuove Iniziative Industriali   50,000 jatropha
Total   970 1,987,020  
Fonte: GRAIN
 

4. La “Calabar Declaration”: un accordo contro l’espansione di piantagioni di palma da olio
 
I membri delle comunità danneggiate dagli investimenti esteri in piantagioni di palma da olio, compresi i movimenti contadini, insieme ad altre organizzazioni della società civile provenienti da Africa, Europa, Americhe e Asia, si sono incontrati tra il 2 e il 5 novembre del 2013 a Calabar, Cross River State, in Nigeria, per firmare la seguente dichiarazione:[7]

avendo:

  • condiviso testimonianze e analisi relative alle condizioni di vita delle comunità rurali colpite da monocolture industriali di palma da olio;
  • condiviso le esperienze sulla monocoltura di palma da olio e di altri tipi di monocolture implementati in tutti i Paesi presenti alla riunione;
  • analizzato le conseguenze della rapida e brutale espansione di monocolture promossi dalle multinazionali in diverse comunità e Paesi;
  • analizzato le strategie e i meccanismi sottostanti il Land Grabbing e l'invasione delle multinazionali in diverse comunità;

avendo rilevato che :

  • nei posti in cui le imprese multinazionali hanno implementato monocolture su larga scala, esse hanno portato e lasciato miseria e povertà;
  • i governi, in tutti i continenti, supportano queste società, e molti di essi traggono profitto dalla miseria dei loro compatrioti;
  • migliaia di ettari di foresta vengono distrutti ogni giorno a beneficio delle monocolture, tra cui la palma da olio;
  • le comunità locali sono espropriate delle loro terre a beneficio delle multinazionali o degli investitori finanziari che manipolano i governi, le forze di polizia, o l'intero sistema giudiziario dei Paesi in cui entrano;
  • centinaia di persone sono imprigionate o uccise ogni anno semplicemente perché lottano per il diritto di poter gestire la propria terra, i propri mezzi di sussistenza e per il diritto alla sopravvivenza; e che le loro terre, una volta trasformate in monocolture, sono militarizzate;
  • i contadini sono costretti a lavorare in condizioni di schiavitù sulla propria terra e a comprare il cibo che una volta producevano da se;
  • le iniziative volontarie e sistemi di certificazione come la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) e la REDD (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation) sono inadeguate a fornire soluzioni durature ai problemi che pretendono di risolvere;
  • le convenzioni e le leggi che garantiscono i diritti delle comunità sono spesso violati dai diversi Stati nel processo di svendita dei terreni delle comunità locali;

considerando che:

  • le piantagioni di monoculture non sono foreste;
  • le comunità non sono oggetti che possono esseregestite a proprio piacimento;
  • le comunità hanno il diritto alla dignità e alla possibilità di poter far sentire la propria voce;
  • la RSPO non è un meccanismo adatto a fermare la massiccia espansione di piantagioni di palma da olio e che anche la REDD non è un meccanismo adatto a risolvere l’impatto del cambiamento climatico.

Riaffermiamo:

  • il nostro supporto a tutte le comunità represse dalle politiche dei potenti e a tutti coloro che difendono i diritti alla propria terra come i popoli indigeni e le comunità contadine;
  • il nostro impegno a chiedere che i governi dei nostri Paesi ratifichino e rispettino le dichiarazioni e le leggi internazionali che tutelano i diritti delle comunità e delle popolazioni indigene;
  • la nostra opposizione al Land e Forest Grabbing a beneficio di monocolture e ad altri progetti, tra cui il REDD;
  • il nostro appello ai nostri governi per fermare e controllare l'espansione delle monocolture su larga scala, e per sostenere attività economiche basate sulle comunità locali;
  • la nostra determinazione a lottare a sostegno della sovranità alimentare e della sicurezza alimentare delle comunità;
  • il nostro impegno a costruire soluzioni alternative e adeguate, che vanno al di là di meccanismi come la RSPO e la REDD;
  • il nostro impegno a salvare l'ambiente,per non vederlo trasformato in un inferno sulla terra;
  • il nostro impegno a rappresentare “la voce dei senza voce” ovunque essi debbano essere ascoltati;
  • il nostro impegno a utilizzare meccanismi di non-violenza affinché i diritti delle comunità siano rispettati.

Organizzazioni che hanno siglato l’accordo:

African Dignity Foundation – Nigeria
Boki Rainforest Conservation & Human Development Concern – Nigeria
Climate Cool Nigeria
Community Forest Watch Nigeria
RRDC (Rainforest Resource and Development Centre) – Nigeria
ERA/Friends of the Earth – Nigeria
GREENCODE (Green Concerns for Development) – Nigeria
JVE (Jeunes Volontaires pour l'Environnement) – Côte d´Ivoire
Brainforest – Gabon
Green Scenery – Sierra Leone
SDI (Sustainable Development Institute) – Liberia
FCI (Foundation for Community Initiatives) – Liberia
GRABE – Benin
COPACO (Confédération Paysanne du Congo DRC) and La Via Campesina Africa
FERN – UK
Green Development Advocates – Cameroon
Struggle to Economize Future Environment-SEFE – Cameroon
WALHI – Indonesia
SPI – Indonesia
GRAIN
WRM

 

In sintesi, nella dichiarazione di Calabar, le organizzazioni firmatarie confermano che il "Land Grabbing" e la diffusione delle monocolture a scapito delle comunità locali sono molto dannose e portano miseria e povertà; tale fenomeno è sostenuto dai governi e spesso implica la distruzione di migliaia di ettari di foreste. In particolare, le comunità locali sono spesso espropriate della loro terra, senza un processo trasparente, a beneficio delle grandi multinazionali, e le persone che lottano per il diritto alla propria terra vengono spesso mandati in prigione. Inoltre, nei posti in cui si manifestano fenomeni di Land Grabbing, i contadini sono costretti a lavorare come schiavi nella propria terra e a comprare il cibo che una volta loro stessi producevano; iniziative come la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) e la REDD (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation) sono inadeguate a fornire soluzioni durature ai problemi che pretendono di risolvere; infine, le convenzioni e le leggi che garantiscono i diritti delle comunità sono spesso violate. Detto questo, le organizzazioni firmatarie della dichiarazione di Calabar riaffermano: il loro sostegno alle comunità locali nella lotta per il diritto alla terra, il loro impegno nella richiesta ai governi di ratificare le dichiarazioni e le leggi internazionali che tutelano i diritti delle comunità e delle popolazioni indigene, la loro opposizione all’accaparramento di terre e foreste che beneficiano le monocolture, il loro appello ai governi per fermare e controllare l'espansione delle monocolture su larga scala, il loro impegno a costruire soluzioni alternative, che superano meccanismi come la RSPO e la REDD, a salvare l'ambiente e a utilizzare tutti gli strumenti di non-violenza necessari a far rispettare tutti i diritti delle comunità locali.
 
 
5. Che cos’è la “Sovranità Alimentare”? Come il Land Grabbing incide sulla “Sovranità Alimetare” nell’Africa centrale e occidentale?[8]
 
Che cos’è la “Sovranità Alimentare” e perché il Land Grabbing la viola
 
Il concetto di “Sovranità Alimentare” è stato sviluppato da "Via Campesina" (un'organizzazione internazionale di agricoltori) nel 1996 come alternativa alle politiche neoliberiste e al modello di produzione di agricoltura industriale. Sovranità Alimentare significa innanzitutto diritto dei popoli, delle nazioni, e di gruppi di nazioni di poter definire le proprie politiche agricole e alimentari, senza interferenze esterne.
 

“La Sovranità Alimentare include:

  • dare priorità alla produzione agricola locale per il nutrimento alle popolazioni locali, e all'accesso alla terra, all’acqua, ai semi e ai finanziamenti da parte dei contadini e delle persone che non possiedono terreni. Da qui la necessità di portare avanti riforme agrarie, per la lotta contro gli OGM (organismi geneticamente modificati), per il libero accesso alle sementi, e per la salvaguardia dell'acqua come bene pubblico da distribuire in modo sostenibile;
  • il diritto degli agricoltori (e) dei contadini a produrre cibo e il diritto dei consumatori a poter decidere il cibo che vogliono consumare, il modo in cui è prodotto e da chi viene prodotto;
  • prezzi agricoli legati ai costi di produzione: ciò è possibile se i Paesi o le unioni di Paesi possono imporre tasse sulle importazioni eccessivamente economiche, se si impegnano a supportare una produzione agricola sostenibile, e se controllano la produzione nel mercato interno in modo da evitare eccedenze strutturali;
  • popolazioni che prendono parte alle scelte sulle politiche agricole;
  • il riconoscimento dei diritti delle donne che conducono imprese agricole, che svolgono un ruolo importante nella produzione agricola e di cibo."

La Via Campesina, Porto-Alegre, 2003

 

La possibilità di raggiungere gli obiettivi di cui sopra è minacciata dal Land Grabbing, dal momento che il terreno oggetto di accordo è quasi sempre utilizzato attraverso modelli di agricoltura industriale. Nel box che segue ci sono alcuni esempi di Land Grabbing nell’Africa centrale e occidentale.
 

Alcuni esempi di Land Grabbing nell’Africa centrale e occidentale

  • In Cameroon, nel 2006, una filiale della Shaanxi Land Reclamation General Corporation (a.k.a Shaanxi State Farm), la IKO, ha sottoscritto un accordo di 120 milioni di dollari con il governo del Cameroon, acquistando in questo modo l’azienda agricola che produce riso, nel Nanga-Eboko e ottenendo 10.000 ettari di terra in leasing per 99 anni, inclusi 2.000 ettari in Nanga-Eboko (vicino alla’azienda di riso), e 4.000 ettari nel vicino distretto di Ndjoré.
  • In Guinea, la multinazionale americana "Farm Lands of Guinea Inc (FLGI)” controlla oltre 100.000 ettari utilizzati per la produzione di mais e soia per l'esportazione o la produzione di biocarburanti. Inoltre, alla FLGI sono stati affidati dal governo ulteriori 1,5 milioni di ettari da dare in locazione ad altri investitori - un contratto su cui ci guadagna una commissione del 15%.
  • In Costa d'Avorio, la SIFCA ha 47.000 ettari di piantagioni di palma da olio e di canna da zucchero. Nel 2007, Wilmar e Olam (multinazionali agro-alimentari con sede a Singapore) hanno creato una joint venture, Nauvu, per acquisire una partecipazione del 27% nella SIFCA, il più grande produttore di olio di palma e di canna da zucchero del Paese.
  • In Sierra Leone nel 2010, l'azienda svizzera Addax ha preso il controllo di 10.000 ettari per la coltivazione di canna da zucchero destinata alla produzione di etanolo a partire dal 2013. Nel 2011, SOCFIN, una controllata del gruppo francese Bolloré, ha preso in affitto 12.500 ettari per la produzione di palma da olio. Infine, delle imprese vietnamite stanno preparando grandi progetti per la coltivazione di riso e gomma.
  • In Senegal, l'Arabia Saudita sta coltivando riso per soddisfare i fabbisogni alimentari dei propri cittadini, mentre un’azienda italiana sta producendo biocarburante che esporta in Europa. La Società di investimento internazionale, Foras, è coinvolta in un grande progetto di produzione di riso e sta anche allestendo un impianto di produzione di pollame verticalmente integrata nei pressi di Dakar, con una capacità prevista di 4,8 milioni di volatili all'anno.
  • In Mali, la Libia e l’Arabia Saudita coltivano riso da esportazione, semi di girasole e jatropha per la produzione di biocarburanti. Gli accordi con la Libia includono uno firmato nel maggio 2008 con Gheddafi e la concessione di un contratto di locazione rinnovabile di 50 anni su 100.000 ettari di terreno alla Malibya, una filiale della Libya Africa Investment Portfolio. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, la Foras ha completato uno studio pilota su 5.000 ettari ottenuti in locazione nel settore disciplinato dalla Office du Niger. La Foras vuole espandere l’accordo a 50.000-100.000 ettari, come prima fase di un progetto ancora più ampio che mira a produrre riso su 700.000 ettari in vari Paesi africani.
  • In Congo, alcuni gruppi sudafricani stanno coltivando riso, mais e soia; alcuni di questi raccolti sono destinati all’alimentazione di pollame. ''Congo Agricolture'' è una società istituita da imprenditori sudafricani nel settore agroalimentare per creare grandi aziende agricole in Congo. La società ha ottenuto 80.000 ettari dal governo nel quadro di un contratto di locazione di 30 anni, di cui 48.000 ettari riguardano il distretto di Malolo. Nel dicembre 2010, l’Agence France Presse ha riferito che il governo del Congo-Brazzaville aveva firmato un accordo con Atama Plantation, una società malese, per la concessioni di un totale di 470.000 ettari nella regione settentrionale di La Cuvette e nella regione nord-occidentale del Sangha. Atama ha annunciato l'intenzione di coltivare palma da olio su 180.000 ettari in queste concessioni.
  • Nella Repubblica Democratica del Congo, viene coltivata palma da olio per la produzione di biocarburante.
  • In Gabon, gli investitori stranieri coltivano riso per l'esportazione verso i Paesi del Golfo Persico, mentre la palma da olio per la produzione di biodiesel viene coltivata per conto del Singapore.
  • In Benin, le imprese cinesi coltivano verdure, mais e canna da zucchero da esportare verso il Paese d'origine. China National Complete Import and Export Corporation Group (COMPLANT) opera in Benin dal 1993 come ufficio per gli aiuti da parte della Cina; oggi, è quotata nella Borsa di Shenzhen e il suo principale azionista è la State Development & Investment Corporation, la più grande società statale della Cina. Nel 2010, una controllata della COMPLANT, Hua Lien International, ha annunciato l'intenzione di costituire una joint venture di 5 miliardi di dollari con COMPLANT e il Fondo di sviluppo Cina-Africa per implementare la produzione di etanolo in diversi Paesi africani.

Riassumendo, in generale, questi investimenti sono poco trasparenti o addirittura segreti, dal momento che il soggetto è politicamente e socialmente sensibile. Dei 416 casi di Land Grabbing individuati al momento in cui l'articolo è stato realizzato,[9] 228 riguardano l’Africa. Alcune istituzioni sostengono che questi sono accordi "win-win", in quanto sono progettati sia per generare flussi di cassa che proteggere il modello agricolo che essi perpetuano. Per altre organizzazioni, il Land Grabbing va chiaramente contro gli interessi delle popolazioni locali. Pertanto, esse mobilitano operazioni di resistenza contro di esso, in nome della sovranità alimentare che rappresenta la vera soluzione alla crisi alimentare.

 
 
6. Linee di policy che contrastano il Land Grabbing: gli effetti reali del “Land Ceiling”
 
Negli ultimi anni, i governi, i legislatori e le élite politiche in diversi Paesi hanno cercato di attenuare il dibattito sul Land Grabbing fissando dei limiti sugli Investimenti Diretti Esteri (IDE) in campo agricolo. Questi limiti assumono varie forme:[10]
  • In alcuni Paesi, i governi stanno imponendo dei tetti (ceiling) alla quantità di terreno agricolo che un soggetto straniero può acquisire. L’Argentina e il Brasile stanno adottando questa linea di intervento.
  • In altri Paesi, i leader politici stanno introducendo il divieto all’acquisto di terreni agricoli da parte di soggetti stranieri. Il presidente dell’Ungheria ha recentemente spinto il parlamento ad emanare un decreto in cui si afferma che, a partire dal 2014, non sarà permesso agli stranieri di acquistare terreni.
  • Altrove, sono in fase di realizzazione altri tipi di restrizioni. In Algeria, dove lo Stato possiede gran parte dei terreni, è stata recentemente adottata una nuova legge per favorire la privatizzazione dei terreni agricoli. Gli stranieri, tuttavia, non potranno acquistare terreni agricoli se non come azionisti di minoranza, in partnership con imprese nazionali. Questo stesso tipo di limitazione è stato adottato dalla Repubblica Democratica del Congo nel 2012.

Perché queste restrizioni sono inefficaci?

Tutte queste restrizioni saranno effettivamente in grado di fare la differenza per i piccoli agricoltori che lottano per sfamare le loro famiglie e le loro comunità? Questo appare alquanto improbabile, per una serie di motivi:
  • Proprietà vs affitto: In molti casi, le suddette limitazioni valgono solo nel caso di acquisto di terreni. Gli investitori possono facilmente eludere tali limitazioni utilizzando altri tipi di accordi, come i contratti di locazione e le concessioni. Un contratto di locazione a lungo termine può estendersi su diverse generazioni e avere lo stesso impatto di un trasferimento permanente di proprietà. I politici giocano con le parole, dicendo che stanno affrontando il problema (limitando la proprietà), quando invece non lo stanno affrontando affatto (consentendo l’adozione di contratti di leasing a lungo termine).
  • Gli investitori stranieri possono nascondersi dietro le aziende locali: nel caso di operazioni di grande dimensione, le imprese straniere possono aprire delle filiali, delle società di comodo, o creare una joint venture con una o più aziende locali; in questo modo esse appaiono come un’entità nazionale, eludendo le limitazioni di cui sopra. Tali pratiche sono diffuse: dalla Tailandia al Brasile. Queste pratiche non sono necessariamente illegali, ma dimostrano che le leggi che tendono a limitare gli investimenti "stranieri" in genere non hanno un’efficacia significativa.
  • Le restrizioni sugli investimenti possono dirottare il dibattito: in molti casi in cui le élite politiche introducono dei limiti agli investimenti stranieri riescono effettivamente a ridurre il dibattito sul Land Grabbing a livello nazionale semplicemente all’equazione "straniero=cattivo"; tuttavia, in questo modo essi riescono ad eludere la ben più importante questione della Sovranità Alimentare, di quale strategia adottare in termini di modello agricolo, sicurezza alimentare e mezzi di sostentamento.

Limitare gli Investimenti Diretti Esteri nei terreni agricoli non è di per se una decisione negativa. Tuttavia, l’obiettivo della Sovranità Alimentare può essere raggiunto solo ricorrendo ad un approccio olistico consistente in una più ampia revisione delle strategie di sviluppo agricolo e rurale e nell’adozione di programmi di riforma agraria orientati verso la sovranità alimentare. Diversamente, isolati provvedimenti volti a limitare gli investimenti stranieri in terra propria possono non avere gli effetti sperati dai cittadini e, allo stesso tempo, possono affievolire il dibattito sul Land Grabbing.
 
 
7. Alcune news recenti sul fenomeno del Land Grabbing
 
Karuturi, l’icona del Land Grabbing, sta fallendo

Karuturi Ltd
, l’unità produttiva Keniana (con sede a Naivasha) dell’azienda di fiori Karuturi Global, è in crisi finanziaria ed è stata posta in amministrazione controllata. Questo è uno dei casi che meglio spiega gli elementi negativi che stanno dietro il “Land Grabbing”.
Karuturi Ltd, non paga i suoi lavoratori e fornitori da molti mesi. Quindi l’11 febbraio del 2014 è stata posta in amministrazione controllata sotto la gestione della CfC Stanbic Bank; i nuovi manager hanno il compito di valutare la situazione finanziaria e la posizione debitoria dell’impresa (che, secondo alcune stime, dovrebbe eccedere i 5 milioni di dollari). Fino ad oggi, Karuturi Ltd è stata la principale fonte di profitti per il gruppo, contribuendo per circa i tre-quarti dei profitti annuali della conglomerata Karaturi.

Karuturi Global Ltd
, con sede a Bangalore, è una delle più grandi conglomerate in Africa. Nel 2007, Karuturi Global ha iniziato la sua espansione in Kenya e in Etiopia per avvantaggiarsi delle esenzioni fiscali e della disponibilità di terra, acqua e lavoro a basso costo. In pochi anni è diventata la più grande azienda esportatrice di rose al mondo. Adesso, questo esempio di “investimento diretto” nel settore agricolo in Africa è sul punto del collasso e la popolazione africana ne sta pagando le maggiori conseguenze. Tuttavia, la Karaturi Ltd non ha danneggiato solo i coltivatori locali, i lavoratori e i loro figli, ma l’intera popolazione Keniana: l’azienda ha evaso tasse per milioni di dollari attraverso il mezzo del transfer pricing.
La Karaturi ha portato i suoi effetti negativi anche in altri Paesi dell’Africa: in Etiopia, la comunità locale di Anywaa e le altre comunità locali sono state scacciate dalle proprie terre per consentire le attività di Karaturi senza essere appropriatamente consultate e compensate; in tal modo essi hanno perso il proprio mezzo di sostegno alimentare.

In conclusione, gli investimenti diretti esteri non andrebbero supportati in assoluto in nome dello sviluppo; essi possono comportare gravi conseguenze alle popolazioni locali; nel caso di Kanturi, in effetti, coloro che hanno tratto i maggiori benefici dall’investimento sono stati gli azionisti della multinazionale, mentre la popolazione locale direttamente o indirettamente stanno soffrendo per un uso ingiusto e insano della propria terra.

In Sierra Leone i piccoli agricoltori rigettano gli investimenti in piantagioni di palma da olio

Il Pujehun District, nel sud-est del Sierra Leone, è stato duramente colpito dalla guerra civile conclusasi nel 2002. Oggi, il distretto è una delle aree del Paese in cui il governo sta cercando di attirare investimenti esteri per creare piantagioni di palma da olio. Ma le comunità locali si stanno opponendo all’idea di consegnare grandi appezzamenti di terreno in mano alle imprese straniere.

Due società - Socfin, la filiale locale di una società lussemburghese controllata dal gruppo Bolloré, e la Siva Group/Biopalm Star Oil con sede in India - hanno insieme acquisito i diritti su una superficie di quasi 90.000 ettari nel distretto.

Gli abitanti del villaggio sostengono che l’acquisizione è avvenuta senza un’appropriata consultazione dei membri della comunità, e molti si rifiutano di abbandonare le loro terre.
 
Palma da olio in Nigeria: la lotta tra il Villaggio di Ekong Anaku e Wilmar International

C’è una lotta in corso tra il villaggio di Ekong Anaku, nel sud-est della Nigeria, e Wilmar international su un terreno di 10.000 ettari.
Il villaggio di Ekong Anaku si trova in una delle poche foreste pluviali tropicali rimaste in Nigeria. I gruppi ambientalisti e il governo federale volevano destinare tale area a riserva naturale. Tuttavia, se da un lato gli abitanti del villaggio erano propensi a tutelare l’area contro il disboscamento illegale, dall’altra, erano preoccupati di perdere le possibilità di accedere alla fauna, agli alimenti e alle medicine che potevano procurarsi dalla foresta. Così nel 1992 hanno siglato un accordo con il governo, in base al quale 10.000 ettari di foresta dovevano essere convertiti in riserva. In cambio, il governo ha promesso programmi di sviluppo agroforestale e rurale e il supporto finanziario alle piccole imprese agricole.

Dieci anni dopo, il governatore dello Stato di Cross River ha regalato le stesse terre a una società allora posseduta dal presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo, che ha deciso di convertire i 10.000 ettari di foresta in una piantagione di palma da olio. Tuttavia, non possedendo gli skill adeguati per raggiungere l’intento, nel 2011 Olusegun Obasanjo ha venduto le terre acquisite (gratuitamente) a Wilmar International, la società che controlla il 45 per cento della produzione mondiale di palma da olio. Sin da allora, con il sostegno del Rainforest Resource Development Centre (RRDC), gli abitanti del villaggio di Ekong Anaku hanno combattuto per farsi restituire le loro terre. Wilmar, tuttavia, ha già messo in piedi un grande vivaio di palma da olio.

Gli abitanti del villaggio sono propensi allo sviluppo di un’eventuale forma di collaborazione con Wilmar. Secondo Linus Orok, uno dei residenti intervistati, gli abitanti del villaggio hanno tre esigenze fondamentali: la piantagione esistente deve essere gestita in partenariato; non ci può essere alcuna ulteriore espansione al di là delle aree che sono già state cancellate per la semina; il governo deve individuare e fornire al villaggio una superficie alternativa di terreno di pari dimensioni dove gli abitanti locali possono coltivare.

Anche se la comunità dovesse ottenere una forma di collaborazione da Wilmar, non c’è alcuna garanzia che essi potranno trarne dei benefici (si veda il film documentario sulle operazioni di Wilmar in Uganda).
 
La pubblicazione del ProSAVANA Master Plan conferma le iniziali paure

Il ProSAVANA è un programma sviluppato dal Giappone, dal Brasile e dal Mozambico per sostenere lo sviluppo agricolo nel nord del Mozambico. Secondo la copia del Master Plan distribuita alla società civile nel mese di aprile 2013, il programma riguarda una superficie di oltre 10 milioni di ettari di terreno in 19 distretti in 3 province settentrionali del Mozambico - Nampula, Niassa e Zambezia. Oltre 4 milioni di persone vivono e coltivano in quest’area, che è stata soprannominata con il nome di Corridoio Nacala.

L'intero processo di sviluppo del programma ProSAVANA e il suo Master Plan sono stati caratterizzati da una totale mancanza di trasparenza, consultazione e partecipazione pubblica. Mentre le multinazionali agroalimentari hanno preso parte alle delegazioni governative per indagare sulle opportunità di business nel Corridoio Nacala, i 4 milioni di agricoltori che vivono nella zona interessata non hanno ricevuto alcuna informazione sulle intenzioni mostrate nel Master Plan.

Il ProSAVANA viene presentato come un programma di sviluppo e di aiuto; in realtà, dal Master Plan emerge con chiarezza che si tratta semplicemente di un business plan per l’acquisizione delle imprese agricole del Mozambico da parte di investitori stranieri. Questo si deduce dalle due direttrici principali del piano:
 
  1. Spingere gli agricoltori fuori dalle pratiche tradizionali di coltivazione e di gestione del territorio a beneficio della coltivazione intensiva basata sull’utilizzo di semi commerciali, di fertilizzanti e pesticidi chimici e sulla proprietà privata. L’obiettivo reale di questa direttrice consiste nel promuovere modelli di agricoltura intensiva e nel privatizzare i terreni in modo che possano essere meglio accessibili agli investitori esteri. Essa consente agli investitori di bypassare i negoziati con le comunità per accedere alle terre. Il piano, infatti, intende "creare un ambiente di cooperazione e integrazione tra la piccola azienda agricola del Mozambico e gli investitori esteri."
  1. Spingere gli agricoltori a siglare contratti con le aziende agroalimentari: il Master Plan divide il corridoio Nacala in zone, e definisce quali colture possono essere coltivate in queste zone, dove e come devono essere coltivate, e da chi possono essere coltivate (piccoli contadini, aziende medie o multinazionali). All'interno di queste zone, il piano delinea diversi progetti per la produzione di materie prime, alcuni dei quali nelle mani esclusive delle grandi multinazionali agricole, altri basati sulla collaborazione tra grandi e medie imprese e altri ancora sulla concessione di contratti di produzione ai piccoli agricoltori. Alcuni dei progetti all'interno del piano destinano ampie aree di terra agli investitori. Le corporation possono beneficiare di diverse Zone Economiche Speciali (ZES); in queste zone, esse sono libere dal pagamento di tasse e dazi doganali.
A partire dal 2009 (anno in cui è iniziata la pianificazione del programma), molti investitori stranieri e i loro partner locali hanno acquisito grandi appezzamenti di terreno, causando numerosi conflitti sulla terra con le comunità locali.

In conclusione, il Master Plan, nella sua forma attuale, distrugge l'agricoltura contadina basata sulla condivisione dei semi, sulle conoscenze locali, sulle colture alimentari locali e su sistemi tradizionali di gestione del territorio. Il piano toglie ai contadini le loro terre o li costringe a produrre sotto contratto per le multinazionali agricole e a indebitarsi per pagare i semi, i fertilizzanti e i pesticidi necessari alla produzione. Solo uno dei sette distretti inclusi nel Master Plan è diretto ai piccoli agricoltori e alla produzione alimentare di tipo familiare. Le grandi imprese sono i reali beneficiari di questo Master Plan. Esse hanno il controllo sulla terra e sulla produzione; controllano il commercio degli alimenti prodotti. La vendita di semi, pesticidi e fertilizzanti provenienti da aziende estere avrà anche essa indubbi benefici da questa massiccia espansione dell'agricoltura industriale in Africa.
 
 
Conclusioni
 
L’acquisizione e la locazione di grandi appezzamenti di terreni in Africa e nei Paesi più poveri del mondo stanno alimentando il risentimento delle comunità locali, favorendo l’emergere di proteste e conflitti. Molte popolazioni indigene desiderano riavere la loro terra indietro. Qualsiasi aiuto o investimento estero deve rispettare il benessere locale e non deve assolutamente danneggiare o addirittura distruggere le tradizioni e la cultura locale. Allo stato attuale, gli investimenti esteri in campo agricoli si stanno dimostrando distruttivi e non hanno portato alcuna forma di sviluppo in loco. Questo significa Land Grabbing! Il “Land Grabbing“ non farà altro che alimentare la gravità delle attuali crisi climatica, ecologica e migratoria. Grazie molto a GRAIN per il suo importante lavoro su questo argomento!
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
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LINK
 
Stop Africa Land Grab - http://www.stopafricalandgrab.com/
International Land Coalition - http://www.landcoalition.org/
La Via Campesina - http://viacampesina.org/en/
Farmland Grab - http://farmlandgrab.org/
 
 
 
 
 


ENDNOTE

[1] La stima pubblicata nella newsletter di giugno 2013 è inferiore a stime precedenti effettuati dagli stessi ricercatori di Land Matrix in quanto fa esclusivo riferimento ai territori appartenenti ai Paesi a medio e basso reddito.

[2] Si veda l’intero articolo sul sito web di GRAIN: http://www.grain.org/article/entries/4653-land-grabbing-for-biofuels-must-stop

[3] Secondo la United Nations Environment Programme (UNEP), 35,7 milioni di ettrai venivano utilizzati per la produzione di biocarburanti con dati al 2008. Sempre la UNEP stima che tale misura è destinata a crescere a 80 milioni di ettari entro il 2020, con un aumento di 44,3 milioni di ettari rispetto al 2008; altri studi stimano un incremento a 116 milioni di ettari entro il 2020, e addirittura 1.668 milioni di ettari entro il 2050. Si veda la pubblicazione dell’UNEP, "Towards sustainable production and use of resources: assessing biofuels," 2009 (pdf)

[4] Sul sito di GRAIN è disponibile la lista del Land Grabbing relative agli accordi di Jatropha - http://www.grain.org/article/entries/4653-land-grabbing-for-biofuels-must-stop

[5] Potsdam Institute for Climate Impact Research and Climate Analytics, "Turn Down the Heat: Why a 4°C Warmer World Must be Avoided", a report for the World Bank, novembre 2012.

[6] Per maggiori dettagli su questo topic si consulti il seguente articolo di GRAIN: “Who is behind Senhuile-Senethanol?” http://www.grain.org/article/entries/4815-who-is-behind-senhuile-senethanol

[7] Si consulti l’intero articolo sul sito web di GRAIN: http://www.grain.org/article/entries/4831-the-calabar-declaration

[8] Per maggiori dettagli su questo topic si consultino I seguenti articoli pubblicati da GRAIN: “Land grabbing and food sovereignty in West and Central Africa”, 19 September 2012, http://www.grain.org/article/entries/4575-land-grabbing-and-food-sovereignty-in-west-and-central-africa

[9] 19 September 2012

[10] To find out more on this topic see GRAIN’s article: “Land ceilings: reining in land grabbers or dumbing down the debate?” at http://www.grain.org/article/entries/4655-land-ceilings-reining-in-land-grabbers-or-dumbing-down-the-debate

 

 



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