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In evidenza: Migliora il tasso di mortalità infantile in Africa

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A cura di Dario Ruggiero (giugno 2012)
 
Premessa

Thomas Robert Malthus, matematico inglese, nel suo libro An essay of the principle of the population as it affects the future improvement of society, sosteneva che la crescita degli alimenti non avrebbe supportato la crescita della popolazione, con conseguente penuria alimentare ed arresto dello sviluppo economico. La corrente del malthusianesimo, da lui ispirata, sostiene il ricorso al controllo delle nascite per impedire l'impoverimento dell'umanità. In realtà, a nostro avviso non è il numero di persone il problema principale, ma l’impatto che ciascuna persona ha sull’ecosistema in cui vive (come ben descriviamo e motiviamo nelle considerazioni conclusive).
Nell’edizione 19-25 Maggio dell’Economist sono stati pubblicati due interessanti articoli: uno si focalizza sul significativo calo del tasso di mortalità infantile in Africa (The best story in development Africa is experiencing some of the biggest falls in child mortality ever seen, anywhere, May 19th 2012 ); l’altro descrive i cambiamenti sugli studi demografici (A new science of population. The digressions of people power, May 19th 2012).

Qui di seguito si presenta una sintesi ragionata dei due articoli legandoli in base al fil-rougedegli elementi positivi e negativi generati dal dibattito sulla crescita della popolazione.

 
 
 
The best story in development Africa is experiencing some of the biggest falls in child mortality ever seen, anywhere

La sopravvivenza di ogni essere vivente è strettamente legata alla sua capacità di riprodursi ed alla probabilità che la sua prole non muoia prima che raggiunga la fase di maturità. Un basso tasso di mortalità infantile (il numero di bambini sotto i 5 anni morti per ogni mille nascite) è perciò un elemento fondamentale affinché una determinata specie possa sopravvivere nel tempo. L’articolo si basa sulle indagini condotte dalla banca mondiale sulle condizioni di vita in 20 Paesi africani dal 2005 in poi; secondo quest’indagine, 16 di questi 20 Paesi hanno riportato una riduzione del tasso di mortalità infantile ed, inoltre, per 12 di essi la riduzione ha ecceduto il 4,4% all’anno che è il limite di decrescita oltre il quale viene raggiunto il target stabilito nel millennium development goal (MDG) di ridurre di 2/3 il tasso di mortalità infantile tra il 1990 ed il 2015. Tre Paesi — Senegal, Rwanda e Kenya— presentano una riduzione del tasso di mortalità infantile superiore all’8% all’anno, sufficiente a dimezzare la mortalità infantile nel corso di circa un decennio. La diminuzione del tasso di mortalità in Africa ha fortemente accelerato nel corso degli ultimi anni, in particolare se confrontato con la velocità di riduzione registrata negli anni 90 e nei primi anni del 2000. L’unico fenomeno comparabile a quello che si sta verificando in Africa lo si è avuto nel Vietnam nei periodi 1985-1990 e 1990-1995 quando ci fu una caduta nel tasso di mortalità infantile pari al 37%; ma persino questo dato è inferiore a ciò che è accaduto in Rwanda ed in Senegal dove il tasso si è quasi dimezzato negli ultimi 5 anni. La cosa più sorprendente è la diffusione con cui si è manifestata tale riduzione (Paesi grandi e piccoli e posizionati in ogni angolo del continente).

Grafico – Variazione media annuale (%) del tasso si mortalità di bambini con età inferiore ai 5 anni per i Paesi dell’Africa Sub-sahariana con indagine demografica dal 2005

Fonte: ns elaborazione su dati Banca mondiale

Ma cosa ha determinato questo progressivo miglioramento della capacità di garantire una maggior probabilità di sopravvivenza ai bambini africani di età inferiore ai 5 anni. Le statistiche non consentono di correlare il fenomeno a quella della riduzione delle nascite (alla transizione demografica che sta caratterizzando il passaggio verso un economia più sviluppata e con un numero di bambini inferiore per famiglia) che sta avvenendo in alcuni Paesi, in quanto la riduzione del tasso di mortalità infantile si è avuta sia in Paesi in cui il tasso di fertilità si è ridotto si in quelli in cui una tale riduzione non è avvenuta. Ciò che fa la grossa differenza - secondo Gabriel Demombynes (ricercatore della Banca Mondiale) – è la combinazione di due elementi: crescita economica e politiche pubbliche specifiche sulla salute, in particolare l’uso di insetticidi volti a ridurre la presenza di zanzare e quindi la diffusione di malaria.

In effetti, la crescita economica da sola non basta. E’ il caso della Liberia dove, nonostante la forte crescita economica, si è registrato un elevato tasso di mortalità, mentre nel Senegal, dove la crescita è bassa, si è avuta la più grossa riduzione nel tasso di mortalità infantile. Demombynes, al fine di andare più in profondità nelle cause di quest’abbassamento del tasso di mortalità infantile ha studiato in dettaglio il caso del Kenia. Il Kenia, in particolare ha ridotto più di ogni altro Paese il tasso di mortalità dei bambini con età inferiore ad un anno. Innanzitutto il Kenia ha registrato una buona crescita economica (+4,8% all’anno tra il 2005 ed il 2010) ed un efficace democrazia; ma il fattore principale è stato probabilmente una maggior diffusione della disinfestazione da zanzare (dal 3% nel 2003 al 60% delle famiglie nel 2008).

In conclusione, gli aiuti e la crescita economica non bastano a che si abbia una significativa riduzione nel tasso di mortalità infantile. Ciò che è necessario è un mix di fattori tra cui, oltre a quelli citati, ci sia anche una politica sulla salute pubblica volta ad sradicare la causa principale da cui deriva l’elevato tasso di mortalità dei bambini.

 
A new science of population. The digressions of people power

La principale preoccupazione dei demografi negli anni “70 ed “80 riguardava l’elevata fertilità ed il numero totale delle persone nel mondo. In tale periodo Paul Ehrlich pubblicò The Population Bomb, un bestseller in cui diceva che il mondo non sarebbe stato in grado di nutrire se stesso. A questo punto iniziarono a svilupparsi movimenti e programmi volti a controllare il numero totale delle popolazioni (ad esempio in Cina con la politica di restrizione ad un figlio).

Adesso così come spiega John May (ex dipendente della Banca Mondiale ed attualmente ricercatore presso la Georgetown University) nel “World Population Policies”, il focus delle scienze demografiche si sta spostando dalla dimensione alla composizione della popolazione: le diverse classi di età e le relazioni tra di esse.

A livello globale la popolazione sembra si stia stabilizzando e questo in gran parte per la riduzione che si è avuta nel tasso di fertilità (il numero medio di nascite per donne in età fertile) da 5 negli anni ”50 a 2,5 oggi. Restano comunque grosse differenze tra Paesi che sperimentano bassi tassi di fertilità (Taiwan e Shanghai) ed altri invece che hanno tassi di fertilità eccessivamente alti ( ad esempio il Niger).

La questione principale delle ricerche demografiche riguarda se il mondo sta convergendo o divergendo demograficamente. Le Nazioni Unite sostiene che il mondo stia convergendo verso il tasso di fertilità di sostituzione (2,1 per donna in età fertile), il numero magico che stabilizza la popolazione nel lungo termine. Ma se la popolazione mondiale sta stabilizzandosi, in molti Paesi si stanno verificando forti cambiamenti in termini di classi di età.

 
Considerazioni conclusive

I due articoli appena analizzati danno interessanti spunti di riflessione sulla relazione che c’è tra crescita della popolazione, uguaglianza e libertà di vita nelle popolazioni e la preservazione della Terra nel lungo periodo. Il lettore si chiederà perché si è inserito il secondo elemento in questa triplice relazione. Il primo articolo si focalizza sui progressi che stanno avvenendo nella capacità di garantire la sopravvivenza ai bambini africani di età inferiore a 5 anni. Bene, tutte le popolazioni del mondo devono avere il diritto di vedere i propri figli crescere e prosperare; e non bisogna avere paura che queste popolazioni crescano, quindi che cresca la popolazione mondiale e soprattutto che aumenti la possibilità che i Paesi ricchi non possano più garantirsi standard di vita così elevati. Il Global Footprint Network ogni due anni pubblica un rapporto – il Living Planet Report – che misura lo stato della biodiversità nel mondo dando particolare enfasi alla domanda delle risorse naturali terrestri da parte dell’uomo. A tal fine, Mathis Wackernagel e William Rees, fondatori del citato network, nel 1996 elaborarono il concetto di impronta ecologica (The Ecological Footprint)[1]. Secondo il Living Planet Report del 2012, nel 2008 la capacità rigenerativa della Terra ammontava a 12 milioni di ettari, ovvero 1,8 ettari pro capite (ogni persona ha a disposizione 1,8 ettari), mentre l’impronta ecologica è stata di 18,2 milioni di ettari, 2,7 ettari pro capite. In sostanza in media ogni essere umano ha ecceduto di 0,9 ettari la capacità riproduttiva della Terra; in altri termini, l’attuale stile di vita richiederebbe una terra grande 1 volta e mezzo quella attuale per assorbire il proprio impatto. In questo modo l’uomo sta consumando una quantità di risorse superiore a quella che la Terra è in grado di rigenerare e sta intaccando il capitale naturale, riducendo la quantità di risorse disponibili in futuro. L’impronta ecologica pro capite, pari a 2,7 ettari a livello mondiale, è il risultato di diversi stili di vita che impattano in modo differenziato sulla Terra. Ad esempio l’impronta ecologica nel 2008 è stata per l’Africa in media di 1,4 (inferiore alla capacità rigenerativa della Terra – 1,8); per il Nord America l’impronta ecologica è stata di 6,2 (7,2 negli Stati Uniti); il Paese con la più elevata impronta ecologica è il Qatar (11,7). E’ ovvio a questo punto che la questione della capacità della Terra di garantire risorse sufficienti alla sopravvivenza dell’essere umano non va vista in termini di contenimento della popolazione, ma in termini dell’impatto che l’uomo ha sulla Terra; per rendere tutto più chiaro, ad esempio se l’uomo avesse un impronta ecologica pari a “0” (ipotesi in ogni caso irrealizzabile anche per che la sola presenza dell’uomo genera un impatto ecologico) la popolazione potrebbe crescere all’infinito. Ormai non si può più non capire che, affinché la Terra possa garantire la sopravvivenza dell’uomo nel lungo periodo, il tema principale da affrontare è quello di come ridurre l’impatto dell’uomo sul capitale naturale, ovvero di come ridurre la sua “impronta ecologica”.

 
BIBLIOGRAFIA

Commissione Europea, (2011), Una tabella di marcia verso un'economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050 - comunicazione della commissione al parlamento europeo, al consiglio, al comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni

Gabriel Demombynes, Ritva Reinikka, (May 2012),Africa's success story: Infant mortality down”, The World Bank - http://blogs.worldbank.org/africacan/africas-success-story-infant-mortality-down

Gurría Angel, (7 Febbraio 2012), “Green Growth: Making it Happen”, Article published in Europe's World

Global Footprint Network, Living Planet Report 2012-http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/page/living_planet_report1/

Jack Goldstone, Eric Kaufmann and Monica Duffy Toft, (2012), Political Demography: How Population Changes Are Reshaping International Security and National Politics, Oxford University Press USA
International Energy Agency (IEA), World Energy Outlook 2011

John May, (2012), World Population Policies: Their Origin, Evolution, and Impact, Springer

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Lorenza Paoloni (a cura di), (2009), Politiche di forestazione ed emissioni climalteranti, Edizioni Tellus, Roma

Jeremy Rifkin , (2002), Economia all'idrogeno, Mondadori

The Economist, (May 19th 2012), “The best story in development Africa is experiencing some of the biggest falls in child mortality ever seen, anywhere” - http://www.economist.com/node/21555571

The
Economist, (May 19th 2012), “A new science of population. The digressions of people power” - http://www.economist.com/node/21555533

Wolfgang Sachs e Marco Morosini (a cura di), (8-3-2011), Futuro sostenibile – Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa, Wuppertal Institute, Bruxelles

 
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