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IN EVIDENZA: I PRINCIPALI RISULTATI DEL LIVING PLANET REPORT 2012

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A cura di Dario Ruggiero (giugno 2012)
 
Premessa
 
Jim Leape, nella sua prefazione al “Living Planet Report 2012”, il Rapporto pubblicato dal WWF in collaborazione con il Global Footprint Network e ZSL Living Conservation che esamina i cambiamenti dello stato della Biodiversità sulla Terra, della domanda di risorse da parte degli esseri umani ed esplora le implicazioni che questi cambiamenti hanno sulla biodiversità e sulla società, anticipa uno dei principali risultati di questo Rapporto: “Stiamo utilizzando il 50% di risorse in più di quello che la Terra ci fornisce”.
Il Living Planet Report si compone di 4 capitoli. Il primo capitolo esamina lo stato del Pianeta attraverso tre indicatori complementari: 1) il Living Planet Index che analizza lo stato della biodiversità nel Pianeta; 2) l’Ecological Footprint che giudica lo stato della domanda di risorse da parte degli essere umani; 3) il Water Footprint che esamina lo stato della domanda di acqua. Il secondo capitolo si focalizza sull’impatto dell’attività umana su tre ecosistemi: foreste, acqua dolce, e acqua salata. Il terzo capitolo dà uno sguardo a cosa ci riserva il futuro; sono esaminati i possibili effetti del cambiamento climatico e sono presentati diversi scenari, inclusi quelli riferiti all’Ecological Footprint, evidenziando in particolare che “continuare con l’attuale stile di vita”, basato su un crescente consumo e su un eccessiva dipendenza da fonti energetiche fossili, unito ad una crescente popolazione, porterà ad ulteriori pressioni nell’ecosistema e conseguenze potenzialmente anche catastrofiche in futuro.

Il capitolo tre fornisce anche qualche soluzione a tutto questo presentando futuri scenari alternativi. Queste soluzioni sono poi espanse nel capitolo 4 dove viene presentata la “WWF One Planet Perspective” per la gestione del capitale naturale.
 
In questo articolo esamineremo le risutanze del Living Planet Index e dell’Ecological Footprint, ed in modo meno dettagliato le risultanze del terzo capitolo (cosa ci riserva il furturo) e del quarto capitolo (cosa possiamo fare).
 
Si rinvia ad una lettura del “Living Planet
Report” (http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/page/publications/) per l’esame più dettagliato degli argomenti trattati in questo articolo.

 
"We are living as if we have an extra planet at our disposal. We are
using 50 per cent more resources than the Earth can provide, and
unless we change course that number will grow very fast – by 2030,
even two planets will not be enough."
(Jim Leape - General Director di WWF International)
 
 
Il Living Planet Index

Il Living Planet Index riflette I cambiamenti nello stato della biodiversità del Pianeta, utilizzando I trend nell’ampiezza della popolazione delle specie vertebrate appartenenti a differenti regioni al fine di calcolare il cambiamento medio nel tempo. Esso include i dati di più di 9.000 popolazioni appartenenti a 2.688 mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci, monitorati attraverso differenti schemi che includono il numero degli animali, ricerche sulla nidificazione e resti di animali. (WWF 2006, 2008, 2010, 2011, 2012)
Il Living Planet Index suggerisce che le popolazioni di vertebrati nel mondo al 2008 sono in media 1/3 più piccole di quanto erano grandi nel1970. In particolare la perdita in questo periodo è stato del 28% nella popolazione mondiale di vertebrati.
 
Grafico – Il Global Living Planet Index
(1970-2008)

Fonte: Living Planet Report 2012 – WWF 2012
 

Il Living Planet Index è un indice composito; esso esprime l’andamento globale della biodiversità; tuttavia, ci possono essere popolazioni di animali in crescita ed altre in decrescita, anche se l’andamento generale dell’indice spiega che il risultato complessivo della decrescita eccede quello della crescita. Nel Rapporto ad esempio viene indicato che la popolazione del Tonno dalla Pinna Blu del Nord (Oceano Atlantico Occidentale) ha subito una forte decrescita a partire dal 1970 ed, a causa della crescente pressione esercitata dalla pesca, è a rischio di estinzione. Al contrario, la Lontra europea (Danimarca) ha avuto una forte crescita nel corso del periodo esaminato. Le popolazioni, a prescindere della specie a cui appartengono, vengono classificate e localizzate in determinate aree. In tal modo il Living Planet Index può essere scomposto nel Tropical living Index e nel Temperate Living Index. Il primo mostra che le popolazioni localizzate nell’area tropicale hanno subito un declino del 61% tra il 1970 ed il 2008 mentre quelle localizzate nell’area temperata sono cresciute in media del 31% (la maggior parte della popolazione animale è localizzata comunque nell’area temperata piuttosto che in quella tropicale). Se, tuttavia, l’analisi viene estesa nel corso dei secoli, anche la popolazione di vertebrati localizzata nell’area temperata ha subito una riduzione della stessa ampiezza di quella avvenuta nell’area tropicale di recente, mentre la popolazione tropicale (nei secoli precedenti) ha avuto un tasso di decrescita inferiore a quello calcolato a partire dagli anni 70. Inoltre, alcune popolazioni di animali nelle zone temperate sono recentemente cresciute grazie agli sforzi di “conservazione” attuati da alcuni Paesi ( ad esempio gli uccelli di palude negli Stati Uniti, gli uccelli di allevamento, gli uccelli di acqua e gli uccelli invernali nel Regno Unito ed alcune popolazioni di cetacei nella zona Artica).

Oltre che nei due precedenti indici, il Living Planet Index può essere scomposto anche in Terrestrial Living Index, in Marine Living Index ed in Freshwater Living Index. Il Global Terrestrial Living Planet Index che include 3.770 popolazioni relativi a 1.432 specie di uccelli, mammiferi, anfibi e rettili localizzati in un ampia area tropicale e temperata, è calato del 25% tra il 1970 ed il 2008; l’area tropicale ha subito un calo del 45%, mentre quella temperata un aumento del 5%.

Il Marine Living Planet Index, che include 2.395 popolazioni appartenenti a 675 specie di pesci, uccelli marini, tartarughe marine e mammiferi marini da zone temperate e tropicali, ha registrato un declino del 20% tra il 1970 ed il 2008; mentre il Tropical Marine Index ha registrato una riduzione del 60%, il Temperate Marine Index è aumentato del 50% nel periodo considerato. Tuttavia, analizzato nel corso dei secoli, anche quest’ultimo mostra un sostanziale declino.

Infine, il Freshwater Living Planet Index, che include 2.849 popolazioni di 739 specie di pesci, uccelli, rettili, anfibi e mammiferi che vivono nei laghi, nei fiumi e nelle paludi localizzati nell’area temperata ed in quella tropicale, ha subito una riduzione del 37% tra il 1970 ed il 2008; il Tropical Freshwater Index si è ridotto del 70%, mentre il Temperate Freshwater Index è aumentato del 36%.
 

L’Ecological Footprint (L’Impronta Ecologica)

L’Ecological Footprint (impronta ecologica) traccia la domanda di biosfera da parte dell’Umanità confrontando il consumo dell’umanità con la capacità della Terra di rigenerarsi, o Biocapacità. Il consumo dell’umanità viene calcolato attraverso l’area richiesta per produrre le risorse consumate dall’uomo, l’area occupata dalle infrastrutture, e l’area delle foreste richiesta per sequestrare l’anidride carbonica non assorbita dall’oceano (Galli ed al., 2007; Kitzes ed al., 2009 e Wackernagel ed al., 2002).

Quindi mentre l’impronta ecologica globale (che riassume l’insieme dei National Footprint) traccia la richiesta di risorse da parte degli Esseri Umani, la biocapacità misura la capacità della natura di produrre risorse rinnovabili, fornire terreno per costruire aree e fornire servizi per assorbire rifiuti (come l’assorbimento del carbone). Esso è un benchmark ecologico con cui comparare l’impronta ecologica. Entrambi, l’impronta ecologica e la biocapacità sono espressi in un’unità comune denominata “global hectare (gh)” (ettaro globale). Nel 2008, la biocapacità totale della Terra è stata di 12 miliardi di gh, ovvero 1,8 gh per persona, mentre l’impronta ecologica dell’uomo è stata di 2,7 gh per persona. Questa differenza significa che la Terra impiegherebbe 1 anno e mezzo per rigenerare completamente le risorse utilizzate dall’uomo in un anno, ovvero occorrerebbe un Pianeta grande 1 volta e mezzo la Terra per soddisfare l’attuale consumo dell’uomo. In sostanza l’uomo sta consumando le risorse rinnovabili in modo più veloce rispetto alla loro rigenerazione, ed all’attuale tasso di consumo potrebbe comportare il completo consumo di alcune risorse ed il collasso di alcuni ecosistemi.

L’uomo ha iniziato a consumare oltre la biocapacità del nostro Pianeta a partire dal 1970 ed il sovra-consumo di risorse è andato col tempo aumentando fino a raggiungere il citato 50% nel 2008. La crescente popolazione, il crescente consumo di beni e servizi per persona ed, infine, l’intensità dell’impronta (l’efficienza attraverso cui le risorse sono convertite in beni e servizi) sono i fattori principali di crescita dell’impronta ecologica.

Grafico – Il trend dell’impronta ecologica e della biocapacità per persona tra il 1961 ed il 2008


Fonte: Global Footprint Network 2011
 

Uno degli elementi più importanti da evidenziare quando si esamina l’impronta ecologica consiste nel fatto che essa varia considerevolmente da Paese a Paese; ad esempio, se tutti gli uomini vivessero con un impronta ecologica pari a quella registrata in Indonesia, verrebbero utilizzata solo i 2/3 del Pianeta; se invece ciascun uomo sulla Terra vivesse in media come un argentino, si richiederebbe alla Terra un mezzo Pianeta in più per soddisfare i propri stili di vita. Infine, se si vivesse in media come uno statunitense, occorrerebbe un Pianeta 4 volte più grande della Terra. Gli Stati Uniti, infatti, hanno un impronta ecologia superiore ad 8, quindi più di 4 volte più grande della biocapacità della Terra, ed insieme alla Danimarca, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait ad il Quatar è uno dei 5 Paesi con l’impronta ecologica più elevata. L’impronta ecologica di un Paese dipende sia dallo stile di vita degli individui (scelte riguardanti l’acquisto di cibo e prodotti nonché le loro modalità di viaggio), ma anche dalle scelte fatte dal governo e dalle imprese in termini di edilizia, produzione di energia elettrica ed intensità della produzione agricola
 
Tabella - L’impronta ecologica nel mondo nel 2008
(Paesi con l’impronta ecologica più alta e più bassa)
I 10 Paesi peggiori Impronta ecologica totale Biocapacità totale I 10 Paesi migliori Impronta ecologica totale Biocapacità totale
Qatar 11,7 2,1 Nepal 0,8 0,5
Kuwait 9,7 0,4 Congo, Democratic Republic of 0,8 3,1
Emirati Arabi Uniti 8,4 0,6 Pakistan 0,8 0,4
Danimarca 8,3 4,8 Rwanda 0,7 0,5
Stati Uniti 7,2 3,9 Bangladesh 0,7 0,4
Belgio 7,1 1,3 Eritrea 0,7 1,5
Australia 6,7 14,6 Haiti 0,6 0,3
Canada 6,4 14,9 Afghanistan 0,5 0,4
Olanda 6,3 1,0 Timor-Leste* 0,5 0,9
Irlanda 6,2 3,4 Palestina (territorio occupato) 0,5 0,1
Fonte: ns elaborazione su dati Global Footprint Network
 
 
Anche la biocapacità varia nei diversi Paesi. I Paesi caratterizzati da un elevato livello di biocapacità (ad esempio Gabon, Bolivia e Canada) tendono ad avere aree forestali molto estese; l’ammontare di terre da pascolo è un altro fattore chiave per altri Paesi, come la Mongolia e l’Australia. L’elevata biocapacità pro capite di questi Paesi può essere anche attribuita alle loro relativamente piccole popolazioni. Alcune delle regioni caratterizzate da un elevato livello di biocapacità presentano un’impronta ecologica molto più bassa, per cui è come se mettessero a disposizione di altri Paesi la loro biocapacità. Il Bolivia ad esempio ha una biocapacità di 18 global hectares (gh) pro capite, mentre la sua impronta ecologica pro capite è di 2,6 gh. Altri Paesi, invece, come gli Emirati Arabi Uniti (EAE) presentano una forte impronta ecologica (8,4 gh) ed una bassa biocapacità (0,6 gh). Gli abitanti dell’ EAE dipendono quindi dalle risorse generate in altri Paesi per soddisfare i propri bisogni. Tra gli altri Paesi che si caratterizzano per un elevato livello di biocapacità pro capite troviamo il Congo, la Nuova Zelanda, la Finlandia, la Svezia, il Paraguay, l’Uruguay ed il Brasile, tutti con valori prossimi o superiori a 10.
 
L’impronta ecologica di una popolazione e quindi del Paese in cui essa risiede dipende fortemente dal suo livello medio di reddito. I Paesi ad alto reddito hanno mostrato storicamente il più rapido aumento nell’impronta ecologica pro capite; questo è da attribuirsi in modo particolare alla crescita della componente di anidride carbonica – cresciuta di circa 1,6 volte tra il 1961 ed il 1970. Al contrario, i Paesi a medio-basso reddito hanno richiesto meno della biocapacità pro capite media globale prima del 2006, anno a partire da cui i Paesi a redditività media hanno ecceduto questo valore; questi ultimi includono alcuni tra i principali Paesi emergenti, quali i BRICS ad esempio. Nonostante in alcuni Paesi la crescita della popolazione si sta appiattendo, ulteriori aumenti della popolazione nei Paesi emergenti, uniti ad un aumento delle classi di popolazione a media redditività, possono potenzialmente aumentare in modo drammatico l’impronta ecologica globale nel futuro.
 
Altro fattore da prendere in considerazione nell’analizzare il trend dell’impronta ecologica è la progressiva urbanizzazione della popolazione, visto che il processo di urbanizzazione è legato ad un aumento dei redditi pro capite e questi ad un aumento dell’impronta ecologica, in special modo alla componente relativa alle emissioni di anidride carbonica. Attualmente il 50% della popolazione mondiale vive in aree urbane, e tale percentuale è destinata ad aumentare ulteriormente nel prossimo futuro grazie soprattutto al contributo delle popolazioni Africane ed Asiatiche (UNFPA, 2007). La corretta pianificazione e gestione delle infrastrutture (con particolare riferimento a quelle di trasporto) rappresentano un elemento essenziale a che il progressivo processo di urbanizzazione non incida in modo drammatico sull’impronta ecologica globale. Anche se tale interazione è poco percepibile da chi vive in ambienti urbani, lo è più direttamente per chi vive in ambienti rurali che ogni giorno si confrontano con la natura per garantirsi la loro sopravvivenza.
 

Perché agire?

Il link tra la biodiversità, la fornitura di servizi da parte dell’ecosistema e le persone
 
Tutti gli organismi viventi (piante, animali e microorganismi) interagiscono formando reti complesse di ecosistemi ed habitat, che, a loro volta, forniscono una miriade di servizi eco sistemici da cui dipende tutta la vita del Pianeta; la tecnologia può supplire ad alcuni, ma non a tutti questi servizi forniti dagli ecosistemi. Tutte le attività umane fanno uso di tali servizi ed allo stesso tempo fanno pressione sulla biodiversità. Capire il link che c’è tra biodiversità, ecosistemi ed uomini è essenziale al fine di voler agire e preservare la biodiversità evitando gli scenari degradanti derivante da una crescente impronta ecologica globale.
 
Le foreste, l’immagazzinamento dell’anidride carbonica ed il cambiamento climatico
 
L’immagazzinamento dell’anidride carbonica da parte delle foreste è vitale per la stabilità climatica. La quantità di anidride carbonica assorbita varia a seconda delle regioni; le foreste tropicali immagazzinano la maggior parte dell’anidride carbonica (Chavez et al., 2008; UNEP, 2010). La deforestazione, pertanto, impatta negativamente sul cambiamento climatico, e questo, a sua volta, può danneggiare le foreste e quindi i servizi da esse forniti. C’è un circolo vizioso da evitare. Le azioni volte a preservare le foreste per l’immagazzinamento dell’anidride carbonica includono: evitare la fragmentazione delle foreste; prevenire la conversione delle foreste naturali e semi-naturali di vecchia crescita in industrie agricole ed aziende arboricole da legno; incoraggiare un utilizzo sostenibile ed una gestione responsabile delle foreste; conservare le foreste all’interno di aree protette; migliorare la connettività delle foreste; gestire regimi naturali di disturbo come gli incendi; prevenire e, quando necessario, controllare le specie invasive; rallentare il cambiamento climatico.
 
Le foreste: fornitrici di energia da legno
 
Oltre ad essere funzionali alla regolazione del clima, le foreste forniscono anche altri servizi essenziali per miliardi di persone, in termini di energia, carta, cibo e medicine. In particolare l’Asia e l’Africa sono le regioni che dipendono in modo maggiore dall’energia ricavata dal legno (in quanto utilizzano il 75% dell’ammontare globale). Il carbone rappresenta per le popolazioni urbane una crescente fonte di energia ricavata dal legno; tuttavia, gran parte della produzione di carbone è insostenibile in quanto comporta deforestazione, un deterioramento delle foreste, un aumento dell’emissione di anidride carbonica ed una significativa perdita di biodiversità (Ahrends et al., 2010).

I fiumi: l’impatto delle infrastrutture
 
Gli ecosistemi di acqua dolce rappresentano circa l’1% delle superficie terrestre globale, anche se in essi vivono il 10% di tutte le specie animali conosciute (Abramovitz, 1996; McAllister et al., 1997). I fiumi connettono gli ecosistemi terrestri con quelli della costa marina e forniscono servizi vitali per la salute e la stabilità di molte comunità, come pesci, acqua per l’agricoltura e l’uso domestico, navigazione e commercio, controllo dell’inquinamento e servizi di detossificazione. Tuttavia, numerosi fattori di pressione, tra cui i cambiamenti nell’uso della terra, l’uso dell’acqua, lo sviluppo di infrastrutture, l’inquinamento ed il cambiamento climatico, stanno influenzando negativamente la salute dei fiumi e dei laghi nel mondo. Lo sviluppo di infrastrutture di gestione dei fiumi (come dighe, argini e canali) hanno ridotto notevolmente il numero di fiumi caratterizzati da un libero fluire (free-flowing rivers). Si calcola che, approssimativamente, dei 177 fiumi caratterizzati da una lunghezza superiore a 1.000 km, solo 1/3 restano “free-flowing”. Se pure queste infrastrutture forniscono dei benefici (energia idroelettrica e irrigazione), dall’altro canto, c’è un costo nascosto in termini di danni all’ecosistema ed all’ampiezza dei servizi da esso forniti. Al fine di sostenere la ricchezza naturale degli ecosistemi di acqua dolce è indispensabile attribuire la dovuta importanza ai fiumi che si caratterizzano per un libero fluire.

Gli Oceani: fonte di cibo, energia e materiali
 
Gli Oceani forniscono risorse critiche per miliardi di persone, ma sono minacciati dal sovra sfruttamento, dall’emissione di gas serra e dall’inquinamento. Gli Oceani sono fonti di pesce ed altro cibo che rappresentano la fonte primaria di proteine per numerose popolazioni; forniscono materiale marino utili alla costruzione di cibo, elementi chimici, energia e materiali. Inoltre, gli habitat marini come le mangrovie, le paludi costiere, e le scogliere proteggono da tempeste e tsunami ed immagazzinano significative quantità di anidride carbonica. Il vento, le correnti e le onde del mare forniscono un importante fonte di energia. Tuttavia, negli ultimi 100 anni l’eccessivo sfruttamento degli Oceani, l’attività di pesca non sostenibile e l’inquinamento stanno danneggiando significativamente questa importante risorsa del Pianeta. A partire dalla rivoluzione industriale, l’acidità degli oceani è aumentata del 30%.

La lotta per i terreni: competizione e pressione commerciale
 
Le decisioni sull’utilizzo dei terreni è estremamente complessa, visto che riguarda molti stakeholder con differenti priorità. I terreni produttivi possono essere simultaneamente richiesti dalle comunità locali, dalle industrie per la produzione di cibo, dalle organizzazioni per la conservazione della biodiversità, per lo sviluppo urbano o per la funzione di immagazzinamento di anidride carbonica. La situazione è ulteriormente complicata per l’interdipendenza tra la produzione ed il consumo di risorse chiavi come cibo, fibre, energia ed acqua, per cui la decisione riguardante lo sfruttamento di un terreno può influire sulla fornitura di diversi servizi. In aggiunta a questo, le persone più povere e vulnerabili sono maggiormente affette dalle scelte riguardanti l’utilizzo di terreni ed, allo stesso tempo, sono quelli che meno possono influenzare tali decisioni. La frequenza e la complessità della competizione sull’utilizzo dei terreni è destinata a crescere con il crescere della domanda di terreni da parte dell’Uomo. Gli investitori dei Paesi sviluppati, stanno cercando di accaparrarsi i terreni presenti nei Paesi in Via di Sviluppo per la produzione di cibo nel futuro. A partire dalla metà degli anni 2000 è stato stimato che un Area grande quanto circa l’Europa Occidentale è stata trasferita nei contratti di allocazione dei terreni; i fattori di lungo termini che guidano questo processo includono la crescita della popolazione, l’aumento del consumo da parte di una minoranza, la domanda di mercato del cibo, della bioenergia, delle materie prime e del legname (Anseeuw et al., 2012). Ricerche recenti stimano che i contratti approvati o in negoziazione riguardano circa 203 milioni di ettari, di cui 134 localizzati in Africa, 43 In Asia, e 19 nell’America Latina. I poveri che abitano in zone rurali sono frequentemente di spossessati dei loro terreni. L’accaparramento dei terreni sta comportando altresì l’estensiva conversione di ecosistemi naturali con la conseguente perdita di biodiversità e di servizi (Anseeuw et al., 2012).
 

Cosa ci riserva il futuro?

Il crescente impatto delle emissioni di gas serra
 
La temperatura globale della superficie terrestre nella prima decade del 21° secolo è stat 0,8°C superiore a quella registrata nella prima decade del 2°° secolo ed il riscaldamento maggiore si è avuto negli ultimi 30 anni. Secondo il National Research Council (NRC) Dell’ US National Academies, le ultime decadi sono state le più calde da almeno 400 anni e probabilmente negli ultimi 1.000 anni o più. Il principale imputato del crescente riscaldamento globale è rappresentato dall’incremento della concentrazione dei gas serra (in modo particolare dell’anidride carbonica) nell’atmosfera dovuta all’utilizzo di fonti di energia fossili. Nel 2010 le emissioni di Co2 dovute alle fonti fossili sono state le più elevate nella storia (9,1 miliardi di tonnellate di anidride carbonica) (Oak Ridge National Laboratory, 2011) e la concentrazione di Co2 nell’atmosfera ha toccato 388,5 parti per milione (ppm), mentre nel 1950 era cresciuta già a 300 ed in epoca pre-industriale di 284.
 
I livelli di concentrazione di Co2 potrebbero essere stati ancora maggiori se ¼ dell’anidride carbonica emessa non venisse assorbita dalle foreste e dalle praterie ed un altro quarto non venisse assorbito dagli Oceani. Tuttavia, questo ha comportato anche un incremento del 30% dell’acidità oceanica rispetto ad i livelli pre-industriali. Inoltre, gli Oceani hanno assorbito l’80-90% del calore generato dalla crescente concentrazione di gas serra nell’atmosfera nel corso dell’ultimo mezzo secolo, comportando un aumento della temperatura degli Oceani (National Research Council, 2010). La temperatura della superficie marina influenza numerose variabili climatiche, incluso la temperatura dell’aria, l’umidità, le precipitazioni, la circolazione atmosferica e le caratteristiche dei temporali. Il riscaldamento degli Oceani ha generato anche un espansione degli stessi esprimendo il 50-60% dell’aumento avutosi a partire dalla metà del 1800 (National Research Council, 2010). Nel 20° secolo, il tasso di crescita del livello del mare – 2,1 mm per anno – è stato il più elevato di qualsiasi secolo negli ultimi 2.000 anni (Kemp et al., 2011). Entrambi l’aumento della temperatura atmosferica e quella degli Oceani stanno influenzando fortemente il clima sulla Terra. In particolare, le temperature fredde vengono gradualmente sostituite da temperature più miti; le ondate di caldo si stanno facendo più frequenti ed intense, così come più frequenti ed intense stanno diventando le precipitazioni atmosferiche; i fenomeni di siccità, allo stesso tempo, sono più frequenti e severi; le tempeste tropicali stanno facendo visita con maggiore frequenza le zone più temperate, in modo particolare l’Oceano Nord Atlantico.
Nel 2007, l’ Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) concluse, con un livello di confidenza molto elevato, che il riscaldamento dell’atmosfera sta influenzando fortemente il sistema biologico terrestre; i cambiamenti osservati negli ecosistemi marini ed in quelli di acqua dolce sono in gran parte associabili alla crescente temperatura delle acque, così come ai relativi cambiamenti nella copertura glaciale, nel livello di salinità, dell’ossigeno e alla circolazione (IPCC, 2007a).
 
Infine, secondo il National Research Council, se entro il 2020 non vengono applicati programmi di riduzione dell’emissione di Co2 che consentano di arrivare all’80% in meno nel 2050 rispetto al 1990, il riscaldamento probabilmente eccederà i 2°C nel lungo periodo.
 
“the world is entering a new geologic epoch, sometimes called the anthropocene, in which human activities will largely control the evolution of earth’s environment. carbon emissions during this century will essentially determine the magnitude of eventual impacts and whether the anthropocene is a short-term, relatively minor change from the current climate or an extreme deviation that lasts thousands of years.”
  
(National Research Council, 2011).
 

La proiezione dell’impronta ecologica nel 2050
 
Secondo la Food and Agriculture Organization (FAO), la domanda di cibo, pasti e fibre potrebbe crescere del 70% entro il 2050 (FAO, 2009). Ciò presenta considerevoli implicazioni in termini di impronta ecologica. Partendo dai dati di base dell’impronta ecologica (dal 1965 al 2008) e prendendo in considerazione altri modelli di scenario che fanno riferimento alla crescita della popolazione, all’utilizzo della terra, alla produttività dei terreni, all’uso dell’energia, alle diete ed al cambiamento climatico, sono stati costruiti i corrispondenti trend per l’impronta ecologica. Prendendo in considerazione lo scenario “business as usual” (ossia quello in cui “tutto resta come prima”), se ad oggi occorre 1 Terra e mezza per soddisfare i nostri bisogni, entro il 2050 ne occorreranno 2,9.

Il Living Forest model
 
Questo modello, sviluppato dal WWF insieme all’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA), proiettano la perdita di foreste in termini di milioni di ettari persi in differenti scenari (WWF, 2011). Partendo dal Do Nothing Scenario (lo scenario di inazione, in cui non si attuano provvedimenti per prevenire ed evitare la riduzione di foreste), in base al quale entro il 2050 ben 232 milioni di ettari di foreste andrebbero persi, è stato definito e sviluppato il Target Scenario (che prevede l’obiettivo di arrivare ad una perdita netta di foreste e ad un degrado di foreste pari a zero – ZNDD - entro il 2020 e mantenuta tale indefinitamente), in cui la perdita di foreste stimata è di 55,5 milioni di ettari. A livello intermedio ci sono il Target delayed Scenario (l’obiettivo ZNDD si sposta al 2030), in cui la perdita netta di foreste crescerebbe a 124,7 milioni di ettari ed, infine, l’Half Measures Scenario (la perdita lorda di foreste si riduce del 50% entro il 2020 e mantenuta tale indefinitamente), in cui la perdita netta di foreste entro il 2050 sarebbe pari a 139 milioni di ettari.
 
 
Cosa possiamo fare?

Le Nazioni Unite (composte da 193 Stati) si sono proposte, attraverso diversi accordi internazionali, di porre fine alla povertà, assicurare acqua potabile, proteggere la biodiversità del Pianeta ed, infine, ridurre l’emissione di gas serra. Tuttavia, se si continua con il corrente stile di vita (business as usual), tali proposte difficilmente potranno essere soddisfatte. Al fine di invertire il declino del Living Planet Index e di riportare l’impronta ecologica dell’uomo nei limiti della biocapacità del Pianeta, occorre capire innanzitutto una realtà fondamentale: “il capitale naturale della Terra (biodiversità, ecosistemi e servizi degli ecosistemi) è una risorsa limitata. Il WWF nella sua “One Planet Perspective”evidenzia come le nostre scelte sono fortemente interdipendenti. La preservazione del capitale naturale, per esempio, influenza decisioni ed i possibili risultati relativi ai modi in cui produciamo e consumiamo. Nel Living Planet Report 2012 sono state definite 16 azioni prioritarie necessarie (raggruppate in 5 sezioni) per vivere entro i confini ed i limiti di “1” Pianeta.

Preservare il Capitale naturale
 
Il capitale naturale – biodiversità, ecosistemi e servizi forniti dagli ecosistemi – deve essere conservato e risanato, nonché riconsiderato come la fondamenta delle società umane. Occorre in particolare focalizzarsi sulla protezione ed il risanamento dei processi ecologici chiave necessari alla fornitura di cibo, acqua ed energia, così come all’indipendenza del cambiamento climatico. Questa prima sezione di intervento comprende tre azioni prioritarie.
  1. Espandere in modo significativo la rete di aree protette nel mondo:
  2. Fermare la perdita di habitat prioritari
  3. Ristabilire gli ecosistemi danneggiati ed i servizi degli ecosistemi
Produrre meglio
 
Un sistema di produzione efficiente sarebbe da aiuto all’abbassamento dell’impronta ecologica verso i limiti ecologici grazie alla significativa riduzione della domanda di acqua, terra, energia ed altre risorse naturali. Ciò è particolarmente urgente alla luce della crescente popolazione mondiale ed alla necessità di soddisfare i bisogni delle popolazioni più povere.
  1. Ridurre in modo significativo gli input ed I rifiuti del sistema produttivo
  2. Gestire la sostenibilità delle risorse
  3. Aumentare la produzione di energia rinnovabile
Consumare in modo più saggio
 
Il focus immediato è quello di ridurre in modo drastico l’impronta ecologica dei Paesi caratterizzati da elevati livelli di reddito pro capite, in modo particolare la parte dovuta alle emissioni di Co2.
  1. Cambiare i modelli di consumo energetico
Inoltre, un cambio mante nella quantità e nella tipologia di cibo consumato dalle popolazioni ad alto reddito rappresenta un altro elemento essenziale per ridurre l’impronta ecologica e migliorare l’equità nella distribuzione di cibo, acqua ed energia nel mondo. In particolare, la riduzione del consumo di carne rossa, unito alla riduzione dello spreco di cibo lungo tutta la catena di produzione e consumo di cibo, rappresentano soluzioni essenziali a tal fine.
  1. Promuovere modelli di consumo più salutari
  2. Raggiungere uno stile di vita caratterizzato da una bassa impronta ecologica
Reindirizzare i flussi finanziari
 
In molti casi il sovra-sfruttamento delle risorse ed il danneggiamento o la distruzione degli ecosistemi sono altamente profittevoli per un bel po’ di stakeholder nel breve termine; mentre i benefici di lungo termine generati dalla protezione, la conservazione e l’investimento nel capitale naturale sono valutati in modo inadeguato o non valutati da un punto di vista economico. Il risultato è che l’importanza della biodiversità e degli ecosistemi e sottovalutata nelle decisioni politiche ed economiche. Quindi reindirizzare i flussi finanziari per supportare la conservazione e la gestione sostenibile degli ecosistemi rappresenta una condizione essenziale per garantire la conservazione del capotale naturale e per effettuare migliori decisioni in termini di produzione e di consumo.
  1. Valorizzare la natura
  2. Responsabilità per i costi sociali ed ambientali
  3. Supportare e premiare la conservazione e la gestione sostenibile di risorse e l’innovazione
Un governo equo delle risorse
 
Un governo equo delle risorse è la seconda condizione necessaria al fine di consentire stili di vita più consoni alla capacità rigenerativa del Pianeta. In aggiunta alla riduzione dell’impronta ecologica nei Paesi ad elevata redditività, occorre migliorare gli standard di salute e di educazione e creare piani di sviluppo fattibili. Questi devono esistere nell’ambito di una struttura legale volta a garantire un accesso equo al cibo, all’acqua ed all’energia e devono essere supportati da processi inclusivi di gestione sostenibile della terra.
  1. Condividere le risorse disponibili
  2. Fare scelte giuste ed ecologicamente informate
  3. Misurare il successo “oltre il PIL”
  4. Popolazione sostenibile

Conclusioni

Il Living Planet Report 2011 pubblicato dal Global Footprint Network fa emergere due risultati essenziali: 1) lo stile di vita ed il modello produttivo corrente nel lungo periodo distruggeranno il Pianeta; 2) se non si interviene presto, la combinazione dei diversi fattori che influenzano la presenza di energia, gli ecosistemi ed il clima sul nostro Pianeta, ne potrebbero accelerare i cambiamenti, facendoli diventare ingestibili dall’uomo. Prima che uno Shock, energetico, climatico o eco-sistemico avvengano occorre intervenire al fine di ridurre le emissioni di Co2, gestire meglio le terre ed inquinare meno gli Oceani. Gran parte delle azioni espresse in questo rapporto possono garantire un inversione di tendenza degli attuali scenari. Forse siamo ancora in tempo, ma mi sembra che si stia facendo ancora troppo poco a tal fine ed il “business as usual” continua a primeggiare nelle decisioni dei Paesi avanzati e non avanzati.
 
 
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This article by Dario Ruggiero
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