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Il Petrolio: tutto sulle riserve di Petrolio e sul Peak-Oil

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A cura di Dario Ruggiero (giugno 2012)
 
Premessa
 
Il petrolio, la risorsa che ha soddisfatto le esigenze dell’uomo per tutta la seconda rivoluzione industriale, è ormai diventato una fonte energetica di cui l’uomo sembra non ne possa più fare a meno (secondo il BP Energy Outlook 2030, nel 1990 il petrolio costituiva circa il 39%delle fonti utilizzate per la produzione di energia, quota destinata a scendere, rimanendo pur sempre alta, nel 2030 a 27,2%); tuttavia, le evidenze scientifiche (a causa soprattutto dell’esagerato uso che si è fatto di tale risorsa) non sono favorevoli a procrastinare ulteriormente questa dipendenza, perché diventa sempre più difficile e meno conveniente estrarlo ed è una risorsa che, nel suo processo di combustione e trasformazione in energia, ha un forte impatto ambientale in termini di inquinamento atmosferico.
 
Esaminiamo qui di seguito tre aspetti essenziali che riguardano il petrolio:
 
1) la sua disponibilità (quante sono le riserve di petrolio e quante sono destinate a durare agli attuali ritmi produttivi);
2) l’economicità di estrazione e l’andamento della produzione del petrolio (definendo per bene cosa si intende per picco del petrolio);
3) le ripercussioni che le dinamiche del mercato del petrolio hanno sull’economia (andamento del prezzo del petrolio e sue correlazioni con l’economia).
 
 
 
 
La disponibilità di petrolio nel mondo: quantità e vita residua delle riserve petrolifere
 
Il petrolio è una risorsa non rinnovabile. Cosa significa esattamente questo. Significa che è una fonte energetica limitata e che, nel breve o nel lungo termine (a seconda del consumo che se ne farà), è destinata a finire. Considerando l’attuale disponibilità di riserve petrolifere nel mondo (1.383 miliardi di barili; dati al 2010), all’attuale ritmo di produzione, la vita residua media di tali riserve petrolifere è di circa 46 anni. L’Arabia Saudita è il Paese con la maggior presenza di petrolio (264,5 miliardi di barili e circa 72 anni di vita residua); segue il Venezuela (211,2 miliardi di barili ed una vita residua superiore ai 100 anni); al terzo posto c’è l’Iran, poi l’Iraq e il Kuwait.
 
Tabella – I primi 15 Paesi nel mondo per riserve di petrolio
(Miliardi di barili e vita residua in anni, dati riferiti al 2010)
Paese Miliardi di barili Rapporto tra Riserve e produzione (R/P)*

Arabia Saudita 264,5 72,4
Venezuela 211,2 > 100
Iran 137,0 88,4
Iraq 115,0 > 100
Kuwait 101,5 > 100
Emirati Arabi Uniti 97,8 94,1
Russia (Federazione) 77,4 20,6
Libia 46,4 76,7
Kazakhstan 39,8 62,1
Nigeria 37,2 42,4
Canada 32,1 26,3
Stati Uniti 30,9 11,3
Qatar 25,9 45,2
Cina 14,8 9,9
Brasile 14,2 18,3
     
Mondo 1.383,2 46,2
* R/P: stima la vita residua (in termini di anni) di tali riserve
Fonte: ns elaborazione su dati BP Statistical Review of World Energy June 2011

Ovviamente, la dinamica delle riserve disponibili dipende dalla quantità che viene annualmente estratta e dalla quantità di riserve che invece viene scoperta. Tra il 1980 ed il 2010 tali riserve sono raddoppiate, ma anche il ritmo giornaliero di produzione è aumentato nel periodo considerato ad un tasso di circa il 30%. La vita residua è progressivamente aumentata, ma va stabilizzandosi; ciò vuol dire che mentre negli scorsi anni il ritmo di crescita delle riserve petrolifere scoperte superava di gran lunga il ritmo con cui il petrolio veniva estratto e prodotto, negli ultimi anni i due tassi di crescita sono andati eguagliandosi; supponendo che non vengano scoperti altri giacimenti di petrolio, all’attuale ritmo di produzione, come detto, le riserve petrolifere mondiali si annullerebbero nel giro di circa 46 anni.
 
In realtà il discorso riguardo a quanto durerà la supremazia del petrolio come fonte principale dei nostri fabbisogni energetici dipende da tante altre variabili tra cui lo sviluppo di risorse rinnovabili e la scoperta di nuove fonti di energia; inoltre, se pur non ci fossero fonti energetiche alternative al petrolio, ad un certo punto la sua estrazione diverrebbe tanto costosa da diventare antieconomica; secondo un articolo pubblicato dalla rivista “Science” nel 1984[1], il rapporto tra l’energia ricavata dal petrolio estratto e quella necessaria ad estrarlo si è progressivamente abbassato: da 100 nel 1940 a 23 nel 1970, fino a 8 nel 1984 e probabilmente questo rapporto è andato ulteriormente scemando negli ultimi anni visto che, dopo aver sfruttato i giacimenti più abbondanti, si vanno a sfruttare giacimenti che presentano difficoltà tecniche di estrazione sempre maggiore (Pallante M., 2011b, pag.28).

Fino a poco tempo fa l’offerta di petrolio era in grado di reggere bene ai forti aumenti di domanda (per cui il prezzo non subiva grossi aumenti); recentemente, l’estrazione di petrolio ha perso questa sua elasticità rispetto alla domanda; ne consegue una forte instabilità del prezzo del petrolio che aumenta quando aumenta la domanda e si riduce invece quando la domanda, a causa dell’elevato prezzo, si ridimensiona. (James Murray e David King, 25 January 2012).
 
Tabella – I primi 15 Paesi del mondo per consumo di petrolio ed indice di indipendenza dalla fornitura esterna di petrolio
  Consumo di petrolio (C) Riserve di petrolio (R) indice di indipendenza dalla fornitura esterna di petrolio*

  Migliaia di barili al giorno Miliardi di barili all'anno Miliardi di barili  
Stati Uniti 19.148,1 7,0 30,9 4,4
Cina 9.056,7 3,3 14,8 4,5
Giappone 4.450,7 1,6 0,0 ns
India 3.319,4 1,2 9,0 7,5
Russia 3.199,3 1,2 77,4 66,3
Arabia Saudita 2.812,3 1,0 264,5 257,7
Brasile 2.603,5 1,0 14,2 15,0
Germania 2.440,9 0,9 0,0 ns
Corea del Sud 2.383,6 0,9 0,0 ns
Canada 2.275,8 0,8 32,1 38,6
Messico 1.994,4 0,7 11,4 15,7
Iran 1.799,2 0,7 137,0 208,6
Francia 1.744,5 0,6 0,0 ns
Altri Paesi Africani 1.676,1 0,6 2,3 3,8
Altri Paesi del Medio Oriente 1.653,4 0,6 0,1 0,2
* Rapporto tra riserve e consumo di petrolio (R/C)
Fonte: ns elaborazione su dati BP Statistical Review of World Energy June 2011

 
Il picco del petrolio, l’economicità di estrazione e l’andamento della produzione del petrolio
 
Al di la dei ritmi di produzione e delle riserve disponibili, al fine di misurare il grado di indipendenza (o resilienza) di un Paese dall’importazione di petrolio, è interessante analizzare il livello di consumo petrolifero e rapportarlo alle proprie riserve. E’ ovvio che un Paese che consuma grandi quantità di questo minerale ma le cui riserve scarseggiano è in una condizione di forte dipendenza dai Paesi che lo possiedono. Consideriamo ad esempio gli Stati Uniti, primo Paese al mondo per consumo di petrolio (circa 19 milioni di barili al giorno nel 2010); le sue riserve di petrolio ammontano a circa 31 miliardi di barili e se utilizzassero solo le proprie riserve per soddisfare le sue esigenze di consumo, queste scomparirebbero nel giro di poco più di 4 anni. L’indicatore di resilienza è quindi molto basso e gli Stati Uniti hanno una forte dipendenza dall’esterno. Consideriamo dall’altro lato l’Arabia Saudita; è al sesto posto per consumo di petrolio (2,8 milioni di barili al giorno), ma, grazie alle sue riserve, l’indice di indipendenza da fonti esterne di petrolio è il più alto tra i 15 Paesi a consumo più elevato di petrolio. Cina e India sono altri due Paesi la cui dipendenza esterna dal petrolio è molto elevata; lo stesso dicasi per la Germania che addirittura non ha alcuna riserva (tuttavia il consumo è molto inferiore – di circa 8 volte – a quello registrato negli Stati Uniti). E’ interessante infine notare che ci sono Paesi che, a livello pro capite, consumano una quantità di petrolio più di dieci volte superiore alla media mondiale; negli Stati Uniti in particolare ogni persona nel 2010 ha consumato in media 22,5 barili di petrolio all’anno, più di 5 volte la media mondiale; Se Paesi con una grande dimensione demografica (Cina, India etc…) aumentassero la quantità pro capite consumata di petrolio ai livelli degli Stati Uniti, l’offerta di petrolio non sarebbe in grado di reggere a un tale incremento di domanda e gli effetti sul prezzo del petrolio prima e sull’economia poi sarebbero disastrosi.

Marion King Hubbert, geofisico statunitense nei laboratori di ricerca di Shell Oil Company in Houston, definì una legge per seguire l'evoluzione temporale della produzione di un qualsiasi giacimento di fonte fossile, in base all'assunto che inizialmente ogni giacimento viene sfruttato solo superficialmente e raggiunge il massimo della produzione quando arriva a circa metà della sua capacità produttiva, avendo in seguito un decremento mano a mano che sono richieste tecnologie più costose per sfruttarne la parte restante. Hubbert basò la sua teoria sull'osservazione dei dati storici della produzione di carbone in Pennsylvania, aggiungendo in seguito una trattazione matematica generalizzata (curva di Hubbert). Estrapolando la sua teoria al futuro della produzione di petrolio degli stati continentali americani, Hubbert fece la previsione (nel 1956) che agli inizi degli anni settanta, gli USA avrebbero raggiunto il loro 'picco di produzione' petrolifera che in seguito si è rivelata essere valida. (Hubbert M.K., 1956).

Grafico – La produzione giornaliera di petrolio negli Stati Uniti dal 1900 al 2011
(Migliaia di barili)

Fonte: ns elaborazione su Energy Information Administration - United States Department of Energy

Da qui è nata l’esigenza di conoscere quanto sarebbe avvenuto il picco del petrolio mondiale, ovvero il momento a partire dal quale la produzione mondiale di petrolio avrebbe iniziato a decrescere.

Per effettuare tale stima occorre innanzitutto distinguere le diverse forme in cui il petrolio è disponibile: in primo luogo esiste il petrolio cosiddetto convenzionale, ovvero quello che si estrae in forma di liquido poco viscoso dai pozzi. In aggiunta, abbiamo il petrolio cosiddetto non convenzionale che include diversi tipi come il greggio da acque profonde e l’ olio pesante. Un ulteriore aggiunta è quella dei gas condensabili. Alcuni includono anche il petrolio che si può estrarre dalle sabbie bituminose. (da ASPO Italia)

Jean Laherrere, geologo francese, stimò che il picco del petrolio convenzionale sarebbe avvenuto nel 2005, quello del non convenzionale nel 2070 ed il picco totale (somma delle due curve) nel 2010; secondo molti geologi il petrolio convenzionale ha già raggiunto o sta per aggiungere il suo picco; secondo James Murray e David King la produzione di petrolio convenzionale ha già toccato “il punto di non ritorno”. (James Murray e David King, 25 January 2012).

I dati a partire dal 1965 enfatizzano come il tasso di crescita della produzione giornaliera mondiale di petrolio si stia effettivamente riducendo e si sia quasi annullato nel 2010. La curva della produzione giornaliera mondiale del petrolio mostra un andamento logaritmico con un intensa crescita negli anni antecedenti il 1970 ed un progressivo sempre più incisivo rallentamento. A partire dal 2004 la produzione mondiale di petrolio si è attestata intorno agli 80 milioni di barili al giorno.

In particolare il rallentamento maggiore della produzione petrolifera si è avuto nei Paesi Non-OPEC¸ con una produzione giornaliera che, a partire dalla fine degli anni “90 si è attestata intorno ai 35 milioni di barili di petrolio al giorno. Con riferimento ai Paesi dell’OPEC, dopo la crisi avutasi tra il 1979 ed il 1985, la produzione giornaliera di petrolio ha ripreso a crescere, ma anche in questo caso in modo decrescente e con valori che sembrano attestarsi intorno ai 35 milioni di barili al giorno a partire dal 2005. Tra i principali Paesi (per produzione di petrolio nel 2010), negli Stati Uniti si è raggiunto chiaramente il picco della produzione giornaliera di petrolio nel 1970; la Russia sembra anch’essa aver raggiunto i valori massimi di produzione; lo stesso dicasi per l’Iran, l’Arabia Saudita e la Cina, le cui curve di produzione, pur se in modo meno chiaro, hanno una conformazione logaritmica con tassi di crescita in rallentamento.

 
Le dinamiche del mercato del petrolio e l’economia

In precedenza si è visto che, a partire dal 2004 la produzione mondiale di petrolio si è attestata intorno agli 80 milioni di barili al giorno; a partire dal 2005 la produzione di greggio convenzionale ha raggiunto i 72 milioni di barili al giorno e da allora non ha più superato il tetto di 75 milioni. Secondo James Murray e David King - due studiosi che hanno recentemente pubblicato un articolo su Nature (evidenziando l’ormai superato picco del petrolio convenzionale e le nefaste conseguenze sull’economia mondiale) - “il mercato del petrolio è passato a un nuovo e diverso stato, in una di quelle che in fisica si chiamano transizioni di fase: oggi la produzione è «anelastica», incapace cioè di seguire la crescita della domanda, e questo spinge i prezzi a oscillare in modo selvaggio.” Continuano i due autori: “I ripidi picchi dei prezzi dei combustibili che derivano da questa situazione possono provocare crisi economiche, e hanno contribuito a quella da cui il mondo si sta risollevando. È ben poco probabile che l’economia del futuro sia in grado di sopportare quel che ci riservano i prezzi del petrolio. Solo allontanandoci dai combustibili fossili possiamo, al tempo stesso, assicurare più solide prospettive economiche e affrontare le sfide del cambiamento climatico.”

Ma cerchiamo di chiarire bene la relazione che c’è tra prezzo del petrolio e crescita economica. Un aumento del prezzo del petrolio è in grado di influire in modo negativo sull’economia sia attraverso il versante della domanda che attraverso il versante dell’offerta.

Dal lato della domanda
: un aumento del prezzo del petrolio genera un aumento di spese in gran parte non discrezionali per i consumatori (spese per la benzina, per il trasporto, per l’energia per la casa). Ciò vuol dire una riduzione del reddito che i consumatori hanno a disposizione per le altre spese. Il consumo si riduce e con esso il Prodotto Interno Lordo.

Dal lato dell’offerta
: Le aziende manifatturiere per produrre consumano energia; il comparto logistico per trasportare la merce consuma energia; il comparto turistico per trasportare i passeggeri ha bisogno di energia. La produzione di petrolio, come detto, ha raggiunto ormai il suo tetto; ne consegue che, a meno di ulteriori aumenti di produttività (cosa che comunque richiede molto tempo), anche l’economia non può crescere ulteriormente.

Al di la di tali effetti, un’economia in cui i prezzi dei propri beni sono fortemente connessi all’andamento del prezzo del petrolio – dato che questo ha perso ormai la sua stabilità – diventa un’economia in cui domina l’incertezza, in un clima dove imprenditori e consumatori trovano difficoltà nel pianificare i propri investimenti; questo è un altro motivo per cui l’economia stagna.

I Paesi emergenti (BRICS in particolare) continuano a crescere in quanto posseggono vantaggi elevati nei costi di produzione, e si caratterizzano per investimenti, esportazioni e fiducia in espansione. Aumenta la porzione di petrolio a loro destinata, mentre si riduce quella destinata ai Paesi Avanzati che devono meglio gestire il loro mix di risorse energetiche se vogliono mantenere o accrescere il loro Prodotto Interno Lordo.

In realtà il discorso è un po’ più complesso ed una produzione del petrolio che ha ormai raggiunto il suo picco inizialmente porta più ad una forte instabilità economica che ad una sua recessione. L’aumento del prezzo del petrolio generato da un eccesso di domanda su offerta di petrolio genera una recessione nei Paesi in cui il consumo energetico è già abbondante e sono costretti a ridurre la loro domanda; il calo della domanda determina un ribasso nel prezzo del petrolio ed una conseguente nuova ripresa; ad un certo punto la domanda eccederà di nuovo l’offerta di petrolio e l’economia andrà di nuovo in recessione; il processo, se la produzione di petrolio rimanesse costante per sempre, convergerebbe verso un’economia stabile; ma ciò non può accadere visto che, in base alle teorie di Hubbert, la produzione di petrolio andrà riducendosi progressivamente e non sarà più in grado di alimentare l’attuale livello economico.
 

Considerazioni conclusive

Fin quando il mondo occidentale con il suo miliardo di abitanti (poco più di 800 milioni tra Stati Uniti ed Unione Europea) era l’unico grosso consumatore di petrolio l’economia (a parte la crisi post 79) non si è imbattuta in grossi problemi. L’emergere di nuovi Paesi con circa 3 miliardi di abitanti (poco più di 2,8 miliardi è il dato riferito ai BRIC) sempre più affamati di energia e sempre più vogliosi di raggiungere la qualità di vita dei Paesi occidentali le cose sono cambiate. Così, oggi miliardi e miliardi di persone sono chiamate a concorrere per accaparrarsi una fonte energetica scarsa. Abbiamo creato un sistema economico e sociale che ha fatto troppo affidamento sul petrolio e questo può avere gravi ripercussioni nel momento in cui ci sarà un serio calo dell’offerta petrolifera, o quantomeno l’offerta non sarà più in grado di soddisfare la crescente domanda. La soluzione ai problemi economici (e ambientali) sta nel trovare il nuovo mix di fonti energetiche pronto ad alimentare una rinascita economica più rispettosa dell’ambiente.

 
BIBLIOGRAFIA
 
BP, BP Energy Outlook 2030, (January 2012), London

Commissione Europea, (2011), Una tabella di marcia verso un'economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050 - comunicazione della commissione al parlamento europeo, al consiglio, al comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni

Cutler J. Cleveland, Robert Costanza, Charles A.S. Hall e Robert Kaufmann, (31 agosto 1984), “Energy and the U.-S. Economy: A Biophisical Perspective, Science, vol. 225, n. 4665, , pp. 890-897

Gurría Angel, (7 Febbraio 2012), “Green Growth: Making it Happen”, Article published in Europe's World

Global Footprint Network, Living Planet Report 2012 - http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/page/living_planet_report1/

James Murray and David King, (25 January 2012), “Climate policy: Oil's tipping point has passed”, Nature 481, p. 433–435

Hubbert M.K., (1956), Nuclear energy and the fossil fuels, American Petroleum Institute Drilling & Production Practice, Proceedings Spring Meeting San Antonio Texas

International Energy Agency (IEA), World Energy Outlook 2011

OECD, (marzo 2012), Oecd Environmental Outlook To 2050: The Consequences of Inaction

Maurizio Pallante, (2011), La decrescita felice, GEI Gruppo editoriale italiano s.r.l., Roma

Maurizio Pallante, (2011b), Meno e Meglio, Bruno Mondadori, Milano

Jeremy Rifkin , (2002), Economia all'idrogeno, Mondadori, Milano

Wolfgang Sachs e Marco Morosini (a cura di), (8-3-2011), Futuro sostenibile – Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa, Wuppertal Institute, Bruxelles

 

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