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Il diritto alla condivisione dei semi: la Convenzione UPOV e le implicazioni sulla libera condivisione dei semi

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A cura di Grazia Giordano e Dario Ruggiero (Maggio 2014)

Premessa

Uno dei temi più importanti sui quali l’umanità è chiamata ad agire nell’immediato futuro riguarda la perdita della biodiversità agricola e la pericolosa semplificazione delle specie e delle varietà agricole coltivate nei campi. Questo processo di progressiva erosione genetica è iniziato nel XIX secolo e si è intensificato in maniera preoccupante nel XX secolo; determinanti a tal fine sono stati la Convenzione UPOV (Union internationale pour la Protection des Obtentions Végétales ), il TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) e il WTO (World Trade Organization), con l’estensione a tutti i Paesi facenti parte del WTO dell’obbligo di tutelare la proprietà intellettuale delle nuove varietà agricole.

La Convenzione UPOV favorisce la commerciabilità delle varietà registrate, ossia quelle che rispettano i criteri di novità, distinzione, uniformità e stabilità in essa definiti; questo significa lasciare fuori dal mercato i semi autoctoni e antichi, che, per le proprie caratteristiche, non possono rispettare i suddetti criteri. Ne deriva “una rischiosa uniformità genetica” che espone l’umanità ai pericoli derivanti dalla scomparsa delle varietà di piante portatrici dei geni necessari per l’adattamento ai cambiamenti climatici, all’aumento della popolazione, alla presenza di nuove malattie e insetti. Di fronte a questo scenario, conforta la crescente consapevolezza intorno al valore della biodiversità a delle varietà agricole antiche, testimoniata dalle numerose associazioni che supportano le attività dei piccoli agricoltori e tecniche agricole tradizionali.

L’articolo è strutturato come segue: dopo un paragrafo dedicato a delineare le principali caratteristiche dell’ Unione internazionale per la protezione delle nuove varietà vegetali (UPOV), si descrivono l’evoluzione storica di tale convenzione e i principali vantaggi che essa conferisce alle multinazionali agricole; segue un paragrafo dedicato al concetto di biodiversità e ai principali dati sulla perdita di biodiversità riscontrata nel corso dell’ultimo secolo; la biodiversità non è l’unica vittima dell’industrializzazione agricola: l’articolo dedica un paragrafo anche alle problematiche che affliggono sempre più intensamente i piccoli agricoltori in tutto il mondo; a tal proposito, l’ultimo paragrafo descrive le recenti rivolte che i piccoli agricoltori, insieme alle organizzazioni della società civile, stanno portando avanti contro l’applicazione della regolamentazione internazionale sui semi nei propri territori. Infine, v’è un’appendice dedicata ad alcune delle principali organizzazioni internazionali che operano a difesa dei piccoli coltivatori e della biodiversità nel mondo.

 

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Ringraziamenti

I migliori ringraziamenti per la realizzazione di questo articolo vanno al Prof. Pat Roy Mooney (cofondatore di ETC Group), al dott. Ramón Vera Herrera (ricercatore presso l’associazione GRAIN e direttore generale della rivista Biodiversidad) e al dott. Giuseppe Li Rosi (Imprenditore agricolo presso Terre Frumentarie, socio e presidente di Terre e Tradizioni) per averci concesso un’intervista sull’argomento. (si vedano le interviste con Pat Roy Mooney, Ramón Vera Herrera e Giuseppe Li Rosi
 
“La semplificazione dell’ambiente che abbiamo raggiunto in agricoltura
ha distrutto le complesse relazioni che tengono insieme il mondo naturale.
Riducendo la diversità della vita abbiamo diminuito le nostre scelte per il futuro
e abbiamo reso più precaria la nostra stessa esistenza. Siamo sull’orlo dell’abisso.”
(Cary Flower, Pat Roy Mooney, 1990)
 
 
“I semi sono l’inizio e la fonte di ogni vita; per milioni di anni i semi si sono evoluti in natura:
piano piano si sono affermate le piante più resistenti e più generose.
Ma i semi raccolgono dentro di sé, oltre agli anni di evoluzione naturale,
anche tutti i cambiamenti che i contadini hanno ottenuto nel corso dei millenni
grazie alla loro opera di selezione. Noi sappiamo che i semi possiedono la capacità di generare piante
con caratteristiche sempre diverse per milioni di anni ancora.In un seme ci sono, insomma, passato e futuro.”
(Vandana Shiva, 2012)
 
 
INDICE
Premessa
1. La convenzione UPOV: che cos’è?
2. La Convenzione UPOV: il suo processo evolutivo e i principali vantaggi per le multinazionali agricole
3. Le conseguenze sulla biodiversità e sulla futura sopravvivenza umana
4. Le conseguenze sui contadini: il genocidio delle comunità contadine in India
5. Le conseguenze sui contadini: le rivolte in Sud America e le reazioni nel resto del mondo
Appendice: le principali organizzazioni che supportano dei piccoli agricoltori nel mondo
Conclusioni
BIBLIOGRAFIA
 
 
1. La convenzione UPOV: che cos’è?
 
“… il punto principale è che tutte le convenzioni, le riforme costituzionali e le leggi sulla tematica dei semi in corso di promulgazione, o già esecutive, in molti Paesi, mirano a promuovere i diritti di proprietà intellettuale. Queste norme proteggono il diritto esclusivo di mantenere, usare e scambiare solo alcune determinate varietà e ciò genera, nel breve periodo, un enorme monopolio delle grandi aziende multinazionali sulla produzione dei semi. In questo modo viene tutelato il diritto di imporre l’acquisto di “pacchetti” che comprendono i semi costruiti e/o modificati in laboratorio e tutti i prodotti chimici (pesticidi, attivatori, fertilizzanti) necessari alla loro coltivazione; viene consentito, inoltre, alle grandi aziende di promuovere programmi di coltivazione intensiva; il tutto mira ad instaurare un rapporto di dipendenza dei coltivatori (di mais, riso etc..) dalle multinazionali che operano nel settore agro-chimico.….”
 
Ramòn Vera Herrera, Direttore Generale della rivista “Biodiversidad”,
Intervista su LTEconomy (aprile 2014, www.lteconomy.it)
 
 
L’UPOV, Unione internazionale per la protezione delle nuove varietà vegetali (dal francese “Union internationale pour la Protection des Obtentions Végétales »), è un'organizzazione intergovernativa con sede a Ginevra, in Svizzera. Tale organizzazione è stata istituita dalla Convenzione internazionale per la protezione delle nuove varietà vegetali (“International Convention for the Protection of New Varieties of Plants”) firmata a Parigi nel 1961, inizialmente da Germania, Paesi Bassi e Gran Bretagna. Rivista in successivi momenti nel 1972, 1978 e 1991, attualmente, 71 Paesi aderiscono alla Convenzione UPOV. L’obiettivo della convenzione consiste nel fornire e promuovere un sistema efficace di protezione delle nuove varietà vegetali, attraverso la tutela del diritto di proprietà intellettuale delle stesse (sistema di Protezione sulle Varietà delle Piante – PVP), e con lo scopo ultimo di favorirne lo sviluppo di nuove a beneficio della società. La Convenzione UPOV, la cui ultima versione è stata modificata il 19 marzo del 1991, definisce la struttura e i meccanismi di funzionamento dell’organizzazione e la disciplina di protezione delle varietà vegetali. Persegue tale finalità individuando i concetti di selezionatore e di varietà vegetale e i criteri necessari per la concessione della tutela giuridica della varietà vegetale (ossia, i criteri della novità, distinzione, omogeneità, stabilità; si veda il Box 1) e per la sua commerciabilità.

 

Box 1 - La disciplina giuridica della Convenzione UPOV

La Convenzione UPOV è così giuridicamente strutturata: dopo aver individuato le definizioni di selezionatore (art. 1, lett. 4) e di varietà vegetale (art. 1, lett. 6), prevede che, al fine di concedere il diritto di privativa al selezionatore, la varietà da proteggere deve rispondere a quattro criteri: novità, distinzione, omogeneità e stabilità (art. 5). Il criterio della novità richiede che il selezionatore non non abbia precedentemente ceduto ad altri selezionatori tale varietà vegetale (art. 6, co. 1). La varietà deve anche essere distinta (art. 7), ovvero facilmente distinguibile attraverso determinate caratteristiche da qualsiasi altra varietà nota. Il criterio dell’ uniformità (art. 8 ) richiede che le singole piante della nuova varietà siano omogenee, ovvero che, fatte salve le variazioni che si possono verificare durante la riproduzione, restino sufficientemente conformi nelle caratteristiche principali. Il criterio della stabilità (art. 9) si realizza quando i caratteri pertinenti della varietà rimangono invariati anche a seguito di successive riproduzioni.

Il selezionatore può richiedere i diritti per una nuova varietà in qualsiasi Paese membro della Convenzione solo se soddisfi le condizioni previste dagli articoli 5 a 9 poco prima analizzati (art. 12). Se vengono soddisfatti tali requisiti, il Paese membro nel quale è stata proposta la domanda per il riconoscimento della nuova varietà, riconosce il diritto di priorità del selezionatore sulla nuova varietà vegetale e provvede ad assicurare la tutela di tale diritto e degli interessi del selezionatore. La tutela giuridica si applica, per quanto riguarda i diritti previsti dalla Convenzione, non solo nel Paese in cui è stato concesso il diritto ma anche negli altri Paesi membrie, ove siano state stabilite reciproche intese di protezione, anche per diritti diversi da quelli disciplinati dalla Convenzione (art. 4).

Il riconoscimento del diritto di privativa sulla nuova varietà vegetale attribuisce al selezionatore una serie di dirittirilevante in punto di conseguenze. In particolare, si riconosce al selezionatore il diritto di poter chiedere l’autorizzazione per qualsiasi uso della varietà scoperta. Il selezionatore, quindi, può vietare la commercializzazione della varietà e subordinare la propria autorizzazione a qualsiasi condizione e limitazione (art. 14). Ciò significa che il selezionatore può, ad esempio, richiedere una tassa di licenza per qualsiasi azienda interessata a riprodurre la varietà in vendita o vietare l’autoproduzione o lo scambio dei semi brevettati. Tali disposizioni trovano applicazione anche in relazione alle varietà essenzialmente derivate dalla varietà protetta, corredando in tal modo il diritto di privativa di un’efficace e penetrante tutela giuridica. Nel concetto di varietà derivata la Convenzione fa rientrare queste ipotesi: tutte le varietà la cui produzione necessita del ripetuto impiego della varietà protetta; quella che è derivata prevalentemente dalla varietà iniziale; le varietà, anche successivamente riprodotte, che continuano a conservare le proprietà e la combinazione del genotipo della varietà iniziale.

Al selezionatore viene riconosciuto anche il diritto di nominare la nuova varietà (art. 20) e la denominazione scelta vincola ogni persona che, all'interno del territorio dei Paesi che aderiscono alla Convezione, offre in vendita o commercializza la varietà protetta.

I diritti riconosciuti al selezionatore fino a questo punto analizzati incontrano delle limitazionistabilite dalla stessa Convenzione (art. 15). In particolare, tali diritti non si estendono a determinate categorie di atti, tra cui: gli atti compiuti in ambito privato e per fini non commerciali; gli atti compiuti a fini sperimentali; e, ove non trovino applicazione i presupposti di cui all’art. 14, gli atti compiuti allo scopo di creare nuove varietà anche per fini commerciali. La Convenzione disciplina anche una deroga facoltativa di ordine generale non subordinata a specifici presupposti (art. 15).

La convenzione specifica che i diritti del selezionatore devono essere concessi per almeno 20 anni dalla data di assegnazione (nel caso delle varietà di alberi o viti la durata è di 25 anni) (art. 19) e che tali diritti possono essere dichiarati nulli e, quindi, revocati ove gli stessi vengano concessi sulla base di presupposti infondati (art. 21).

La Convenzione UPOV persegue le finalità sin qui descritte di tutela del diritto di proprietà intellettuale delle nuove varietà vegetali attraverso “l’Unione” (art. 24). Questa struttura, dotata di personalità giuridica internazionale, è composta dagli Stati che aderiscono alla Convenzione (art. 23). L'Unione agisce attraverso i suoi organi permanenti rappresentanti dal Consiglio e dall'Ufficio dell'Unione(art. 25), preposti ciascuno a specifiche funzioni. Il Consiglio, composto dai rappresentanti dei membri dell'Unione, si occupa, tra l’altro, di esaminare e approvare il bilancio dell'Unione e di studiare misure adeguate per salvaguardare gli interessi e per incoraggiare lo sviluppo dell'Unione (art. 26) mentre l'Ufficio dell'Unione svolge tutte le funzioni e i compiti ad esso affidati dal Consiglio (art. 27). Viene anche prevista la figura del Segretario generale, responsabile dell'esecuzione delle decisioni del Consiglio e la cui nomina spetta al Consiglio stesso (art. art. 26). Attualmente la carica di Segretario generale è ricoperta da Francis Gurry.

Per maggiori informazioni sulla convenzione UPOV si visiti il seguente link:

http://www.upov.int/upovlex/en/conventions/1991/content.html

 

La Convenzione UPOV, inizialmente limitata ai selezionatori europei, è stata poi estesa a livello internazionale con l’approvazione dell’articolo 27, 3.1 b) “materia oggetto di brevettabilità” del Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights, cosiddetto “TRIPS” (Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale). Tale trattato è entrato in vigore il 1 gennaio 1995 al termine dei negoziati dello “Uruguay Round” e degli accordi di Marrakesh.[1] In tale contesto, il TRIPS è stato concepito e posto a completamento degli accordi del Word Trade Organization (WTO) al fine di regolare a livello internazionale gli aspetti commerciali della proprietà intellettuale.

Più specificamente, l’articolo 27, 3.1 b) del TRIPS, stabilisce che “I membri possono escludere dalla patentabilità: piante e animali diversi da microorganismi e i processi essenzialmente biologici per la produzione di piante e animali diversi dai processi non-biologici e microbiologici. Tuttavia, i membri dovranno provvedere alla protezione di varietà di piante con brevetti o sistemi di protezione sui generis o attraverso una combinazione di essi. I provvedimenti di questo sub-paragrafo saranno rivisti dopo quattro anni dall'entrata in vigore dell' Accordo”. L’articolo in commento prevede l’obbligo, per i Paesi aderenti al WTO o che vogliono aderirvi, di predisporre sistemi giuridici di brevettabilità e relative misure legali di protezione delle nuove varietà di piante e, nel far ciò, si pone come primo trattato internazionale che legalizza - ed obbliga - la “patentabilità” delle forme viventi. Nell’ambito del TRIPS e della generale attuazione di questo articolo, i Paesi aderenti hanno individuato proprio nella Convenzione UPOV il più adatto e rispondente sistema di protezione sui generis delle nuove varietà di piante brevettabili.

 

2. La Convenzione UPOV: il suo processo evolutivo e i principali vantaggi per le multinazionali agricole

“Il mercato dei semi ha registrato un intenso processo di concentrazione nel corso degli ultimi 40 anni. Nel 1970 nessuna società fatturava più dell'1% del fatturato totale nel mercato globale delle sementi commerciali e c’erano oltre 7.000 diverse fonti di semi (pubbliche e private) in tutto il mondo. Oggi, 3 aziende (Monsanto, Syngenta e DuPont) realizzano il 54% di tutte le vendite di semi a livello mondiale; solo la Monsanto possiede il 27% del mercato globale. Inoltre, le prime 6 aziende (Monsanto, Syngenta, DuPont, BASF, Bayer, Dow) non solo controllano il 60% del mercato delle sementi, ma anche il 95% del mercato dei pesticidi. Perché queste aziende hanno registrato un aumento così spropositato della loro quota di mercato? Prima di tutto esse hanno una grande influenza sulla politica e sui governi. Quindi, le leggi nazionali e internazionali (inclusi la convenzione UPOV) in materia agricola sostengono tali aziende nel loro sforzo di controllare il sistema agroalimentare globale; in particolare, il quadro normativo in materia di diritti di proprietà intellettuale sulle varietà vegetali favorisce la diffusione di tecnologie che, a causa degli elevati costi di ricerca, possono essere sviluppate solo dalle grandi aziende.”
 
Pat Roy Mooney, ETC Group, Fondatore e Direttore Generale,
Intervista su LTEconomy (aprile 2014, www.lteconomy.it)
 
 
Il processo evolutivo della Convenzione UPOV

Quando il sistema di Protezione sulle Varietà di Piante (Plant Variety Protection - PVP) fu inizialmente creato con la Convenzione UPOV negli anni 60, era molto simile al copyright; esso non era ancora molto restrittivo nei confronti dei piccoli agricoltori: il selezionatore aveva il monopolio sulla diffusione commerciale della varietà; i contadini erano liberi di utilizzare i semi all’interno della propria attività ed era permessa l’attività ulteriore di selezione usando le varietà protette (altri selezionatori potevano utilizzare la varietà protetta al fine di sviluppare delle proprie varietà). Tutto questo è cambiato in modo sostanziale con la revisione del 1991; per effetto della forte lobby esercitata dall’industria dei semi, la revisione del 1991 trasformò il PVP in qualcosa molto più simile al sistema dei brevetti utilizzati per la protezione intellettuale in campo industriale. La pratica di conservazione dei semi ora è possibile solo in casi eccezionali; sono state poste ulteriori restrizioni per quanto riguarda l’attività di selezione successiva; i diritti di monopolio sono stati estesi ai prodotti del raccolto (non solo ai semi). Questa è la versione dell’UPOV che si sta gradualmente estendendo anche nei Paesi in Via di Sviluppo per effetto del WTO e del TRIPS.

 

Box 2 – La Convenzione UPOV: tratti evolutivi

 

Prima dell’ UPOV 1961

A parte alcune (poco significative) eccezioni, prima di 30 anni fa, non esisteva nessuna forma di Protezione Intellettuale (Intellectual Protection Rights - IPRs) a tutela delle aziende che selezionavano nuove varietà di piante. Con la nascita della Convenzione UPOV nel 1961 si è avuta una prima applicazione di un sistema di IPR anche alle piante; tuttavia, solo a partire degli anni “70 le aziende dei semi hanno iniziato realmente ad applicarlo. In effetti, prima degli anni “60 la lobby dell’industria dei semi non era abbastanza potente da creare la pressione necessaria ad assicurarsi una protezione dei diritti di proprietà intellettuale. Tuttavia, c’è chiara evidenza della presenza di attività lobbiste da parte dell’industria dei semi già a partire dagli anni “20, quando le grandi imprese riuscivano a ridurre la competizione da parte dei piccoli produttori di semi attraverso altri meccanismi.

Leggi sui semi: rendendo la certificazione dei semi obbligatoria e il commercio di semi non certificati illegali, i governi supportavano in modo indiretto i semi di tipo commerciale a danno dei semi autoctoni e dei sistemi tradizionali di condivisione dei semi.

Marchi commerciali: anche nei casi in cui i semi potevano essere liberamente riprodotti e commerciati, solo il selezionatore avevano il diritto di usare il marchio commerciale.

Le policy e gli schemi a supporto dell’agricoltura: un agricoltore che non usava varietà commerciali poteva essere estromesso dai finanziamenti a basso costo, dalle assicurazioni sui raccolti o dai finanziamenti a fondo perduto.

Varietà ibride: I semi ibridi sono diventati uno strumento al fine di obbligare i coltivatori a ricomprare i semi ogni anno. Essi, infatti, non possono essere riprodotti dai contadini, perché richiedono l’incrocio di più varietà genetiche, che sono tenute in segreto dalle multinazionali dei semi.

 

UPOV 1961

Dopo la Seconda Guerra Mondiale iniziò una seria attività di lobby da parte dell’industria dei semi per ottenere un sistema internazionale di Protezione della Propretà Intellettuale (IPR). L’industria dei semi non chiedeva un sistema di Protezione delle Varietà di Piante (PVP) specifico, ma semplicemente l’applicazione di un ordinario sistema di brevetti anche per le piante. Tuttavia, l’idea di applicare un sistema di brevetti per le piante incontrava una duplice resistenza. Molti governi europei sostenevano che un siffatto sistema potesse dare troppo potere all’industria dei semi e danneggiare gravemente i piccoli agricoltori. La seconda resistenza riguardava aspetti legali: essendo degli organismi viventi, le piante non possono essere descritte nel modo esaustivo richiesta per essere brevettati. Questo è il motivo per cui l’Associazione Internazionale dei Selezionatori di Piante (International Association of Plant Breeders - ASSINSEL) dovette ricorrere ad un sistema IPR sui generis (ossia specifico), e, insieme al governo francese, iniziò un processo di negoziazione che ha portato poi alla nascita della Convenzione UPOV nel 1961. Questa prima versione dell’ UPOV somigliava più ad un sistema di copyright che a un sistema di brevetti. La monopolizzazione nel mercato dei semi e le restrizioni sulle attività dei contadini erano limitati:

• Il proprietario del seme poteva esercitare i propri diritti sulla diffusione commerciale dei semi, ma non su altri tipi di uso. I piccoli agricoltori erano liberi di conservare i semi per l’utilizzo all’interno della propria azienda per quanto tempo volevano e di utilizzare il raccolto senza alcuna restrizione.

• Non era assicurato alcun diritto sul contenuto genetico della varietà. Altri selezionatori potevano liberamente usare le varietà protette per crearne di nuove (cosiddette varietà derivate).

Non esisteva la condizione della “novità”. Bastava che la varietà fosse “distinta, uniforme e stabile” per ottenere la protezione legale.

Non c’era la condizione di dimostrare l’esistenza di un’invenzione. Anche una semplice scoperta poteva essere protetta.

 

UPOV 1991

Qualcosa iniziò a cambiare nel 1980, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì che non c’era niente in contrario all’applicare un sistema di protezione di brevetti anche agli organismi viventi. L’Europa e altri Paesi sviluppati subito seguirono la decisione degli Stati Uniti. Dietro questa decisione c’era probabilmente la crescente lobby esercitata dalle “aziende di ingegneria genetica”. Queste aziende erano tipicamente più grandi delle aziende che producevano semi e, grazie allo possibilità di brevettare i semi, esse potevano definitivamente penetrare tale mercato. Le aziende convenzionali di semi reagirono chiedendo un rafforzamento del sistema di PVP nell’ambito UPOV, in modo da renderlo più competitivo rispetto al sistema dei brevetti. Nacque così la nuova versione dell’UPOV nel 1991.

La pratica di conservazione dei semi non è più automaticamente consentita. Essa può essere consentita solo in casi eccezionali – e pure in questi casi il selezionatore ha il diritto di richiedere il pagamento di una royalty.

Il monopolio si estende anche ai raccolti, e perfino ai prodotti creati dal raccolto. Se nessuna royalty è stata pagata sui semi, il selezionatore può chiedere il pagamento di una royalty all’utilizzatore finale del raccolto.

• Altri selezionatori possono ancora utilizzare le varietà protette nella loro attività di selezione, ma una nuova varietà che è “essenzialmente derivate” da una già esistente, non può ottenere i diritti del sistema di PVP. Questa regola fu introdotta al fine di evitare che le aziende di ingegneria genetica potessero ottenere la protezione su nuove varietà ottenute aggiungendo semplicemente un singolo gene. .

• Adesso c’è la condizione di “novità”.

• E’ consentita la doppia protezione (attraverso sia il PVP che i brevetti)

• Il periodo minimo di protezione è stato aumentato da 15-18 anni a 20-25 anni.

Tutte le specie di piante sono protette (in precedenza solo un minimo di 24 specie).

Nel corso degli anni “80 ci fu un altro ulteriore evento cha ha dato forma all’attuale quadro normativo internazionale in materia di protezione dei semi: il TRIPS ha reso obbligatorio per i singoli Paesi che hanno siglato l’accordo la creazione di un sistema di diritti per la protezione intellettuale delle varietà di piante – attraverso i brevetti o un sistema sui generis o anche entrambi. Anche se l’UPOV non era esplicitamente citato, il TRIPS ha indotto un gran numero di Paesi in Via di Sviluppo ad adottare sistemi di PVP simili a quelli dell’UPOV; infatti, la maggior parte di tali Paesi erano contrari a un sistema di brevetti e preferivano adottare un sistema già coadiuvato piuttosto che crearne uno specifico da zero. Molti di questi Paesi sono anche diventati membri dell’UPOV, spesso per effetto della pressione esercitata nei rapporti bilaterali dagli Stati Uniti, dell’Unione Europea o di altri Paesi Sviluppati.

Secondo GRAIN (Febbraio 2007), il sistema UPOV potrebbe subire ulteriori revisioni e portare alla definitiva “fine della pratica di conservazione dei semi”, nonché alla fine della possibilità di selezionare nuove varietà di piante partendo dalle varietà protette. Un sistema di deposito dei semi potrebbe essere creato: solo i semi che verrebbero ottenuti tramite una procedura formale e con un accordo di licenza potrebbero essere utilizzati per portare avanti ulteriori fasi di selezione.

Tabella 1 - La graduale evoluzione delle Convenzioni Upov

  UPOV 1961/1978 UPOV 1991 IL FUTURO UPOV
Varietà interessate Opzionale, minimo 24 varietà Tutte le varietà Tutte le varietà
Parti interessate Materiale di riproduzione Tutto il materiale vegetale, eventualmente i prodotti Tutto il materiale vegetale e i prodotti
Durata della protezione 15–18 anni 20–25 anni 25–30 anni
Utilizzo per la coltivazione Sempre permesso*  Sempre permesso, ma senza protezione delle varietà “essenzialmente derivate” Nessuna possibilità diutilizzo nei primi 10 anni,in seguito solo previa registrazione e pagamentodella tassa di licenza al proprietario
Risemina del proprioraccolto Sempre permessa Solo in casi eccezionalie per le sementi per cui sia stata pagata una licenza Proibita
Procedura di registrazione Separata da Stato a Stato Separata da Stato a Stato Registrazione internazionaleper tutti gli Stati
Doppia tutela tramitebrevetto No Si Si

* La Convenzione Upov del 1961 tutelava solo la riproduzione a fini commerciali e la vendita della varietà che risultasse distinta, uniforme ed omogenea.

Fonte: LTEconomy, traduzione da GRAIN

Per maggiori dettagli, si veda il seguente articolo: “The end of farm-saved seed? Industry’s wish list for the next revision of UPOV”, GRAIN (Febbraio, 2007) - http://www.grain.org/article/entries/58-the-end-of-farm-saved-seed-industry-s-wish-list-for-the-next-revision-of-upov

 

I benefici per le Multinazionali

La revisione del 1991 del sistema di Protezione delle Varietà di Piante (PVP) della Convenzione UPOV e la sua progressive estensione ai Paesi in Via di Sviluppo ha generato dei notevoli benefici economici per le grandi aziende multinazionali che operano nel settore agroalimentare. Esse posseggono ormai una sostanziale posizione di monopolio nel mercato dei semi (grazie alla loro dimensione sono le aziende che meglio riescono a soddisfare i requisiti stabiliti dal sistema UPOV per l’accesso alla PVP) e il loro potere monopolistico si sta gradualmente estendendo all’intera catena agroalimentare, compresi alcuni settori di supporto, quali quello dei fertilizzanti e dei pesticidi.

Procediamo per passi. La fonte primaria dei profitti delle multinazionali proviene dalla vendita dei semi in un mercato dove la loro posizione di monopolio è in continua crescita e la tradizionale pratica di conservazione dei semi da parte dei piccoli agricoltori sta diventando sempre più difficile da attuare. Ai guadagni generati dalla vendita dei semi si aggiungono quelli generati attraverso la riscossione delle royalty. La Convenzione UPOV del 1991, infatti, da ai selezionatori il diritto di chiedere il pagamento di una royalty sull’utilizzo dei semi conservati; nel caso in cui il selezionatore non si avvalesse di tale diritto, può sempre esercitarlo sull’utilizzatore finale del raccolto.

E’ importante sottolineare che il diritto a riscuotere royalty da parte del selezionatore si estende anche nei casi in cui il terreno è contaminato (da tali semi) in modo accidentale (ossia quando il coltivatore non ha utilizzato in modo intenzionale i semi protetti). Questo significa che, in pratica, quasi tutti i coltivatori possono essere soggetti a questa forma di “prelievo finanziario”. Infatti, secondo alcuni studi, al contaminazione dei raccolti può avvenire non solo in modo artificiale (con l’introduzione volontaria di semi protetti), ma anche attraverso sistemi naturali di riproduzione e diffusione, come il vento e l’impollinazione. Alle entrate generate dalla vendita dei semi in condizioni di quasi-monopolio e dallo sfruttamento delle royalty sull’uso dei semi, si aggiungono quelle ottenute sfruttando settori collaterali a quello agro-alimentare: il settore chimico e farmaceutico. I semi ibridi prodotti dalla multinazionali necessitano di un uso notevole di fertilizzanti e di pesticidi per crescere.

Infine, le multinazionali, tramite l’utilizzo dei semi ibridi si sono “assicurate” entrate annuali sicure, obbligando indirettamente i coltivatori a comprare ogni anno i semi. Infatti, questa tipologia di semi è fatta in modo tale che non può essere riprodotta dai contadini ne artificialmente (in quanto la tecnica per la loro creazione, denominata “fusione di protoplasma”, è tenuta segreta dai selezionatori) ne in modo naturale (in quanto tali semi sono resi sterili attraverso la tecnica denominata “sterilità citoplasmica”)

In conclusione, le multinazionali agroalimentari stanno monopolizzando sia il mercato delle sementi che il settore agro-chimico. Questo modello di agricoltura industrializzata, d’altro canto, implica costi più elevati per i piccoli coltivatori (dovuti all’acquisto di semi, prodotti chimici e macchinari). Essi, mentre una volta erano economicamente autosufficienti, adesso sono spesso costretti ad indebitarsi per garantire la sopravvivenza della propria attività.

 

Box 3 - Che cos’è una multinazionale e quali sono le principali multinazionali agroalimentari nel mondo?


Una multinazionale è una società di grandi dimensioni che distribuisce le proprie attività in più Paesi del mondo. Viene spesso anche definita “transnazionale”, in quanto il proprio ciclo di lavorazione è suddiviso in diversi Paesi. Secondo la definizione data dall'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), il controllo di almeno una filiale all'estero, giustificato dal possesso di almeno il 10 per cento del suo capitale, è sufficiente a che una società possa essere identificata come multinazionale.

Le imprese multinazionali sono nate durante la seconda metà del XIX secolo negli Stati Uniti e in Europa per commercializzare alcuni prodotti agricoli e per rifornire di materie prime altri Paesi industrializzati. Con il tempo hanno consolidato la loro presenza diretta nei Paesi stranieri, tramite l’apertura di filiali commerciali, e, successivamente, installandovi impianti manifatturieri in cui delocalizzare parte della propria produzione. A partire dalla seconda metà del 1900, queste aziende hanno iniziato a delocalizzare parte delle proprie attività produttive anche nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS), attratte in modo particolare dai bassi costi di produzione.

Le principali multinazionali agroalimentari attualmente operanti nel mondo possono essere ripartite in base a tre settori: 1) Semi, 2) Pesticidi e 3) Fertilizzanti. (ETC Group, Settembre 2013)

1) Semi: solo tre società controllano oltre la metà (53%) di questo settore, mentre le prime dieci società ne controllano oltre i tre quarti (75,3%). Nel 2011 il mercato sementi commerciali ha realizzato un fatturato di 34.495 milioni di dollari.

Tabella - Le prime dieci società nel mondo operanti nel settore dei semi nel 2011

Posizione Società Fatturato sulle vendite (milioni di dollari ) Quota di mercato(%)
1 Monsanto 8.953 26,0
2 DuPont Pioneer (USA) 6.261 18,2
3 Syngenta (Svizzera) 3.185 9,2
4 Vilmorin (Francia) 1.670 4,8
5 WinField (USA) 1.346 3,9
6 KWS (Germania) 1.226 3,6
7 Bayer Cropscience (Germania) 1.140 3,3
8 Dow AgroSciences (USA) 1.074 3,1
9 Sakata (Giappone) 548 1.6 548 1,6
10 Takii & Company (Giappone 548 1,6
Totale   25.951 75,3

Fonte: LTEconomy, elaborazione su ETC Group (Settembre 2013)

http://www.etcgroup.org/sites/www.etcgroup.org/files/CartelBeforeHorse11Sep2013.pdf

2) Pesticidi: sei aziende detengono il 76% del mercato globale mentre le prime dieci società al mondo ne controllano quasi il 95%. Le prime undici società controllano quasi l’intero settore (circa 98%). Nel 2011 tali aziende hanno realizzato un fatturato sulle vendite pari a 43.041 milioni di dollari.

3) Fertilizzanti: in questo mercato le prime 10 imprese realizzano il 41% del fatturato globale. Nel 2011 tali azienda hanno generato un fatturato sulle vendite dei fertilizzanti pari a più di 65 milioni di dollari.

Tabella - Le prime undici società nel mondo operanti nel settore agrochimico nel 2011

Posizione Società Fatturato sulle vendite (milioni di dollari) Quota di mercato(%)
1 Syngenta (Svizzera) 10.162 23,1
2 Bayer CropScience (Germania) 7.522 17,1
3 BASF (Germania) 5.393 12,3
4 Dow AgroSciences (USA) 4.241 9,6
5 Monsanto (USA) 3.240 7,4
6 DuPont (USA) 2.900 6,6
7 Makhteshim-Agan Industries (Israele)* 2.691 6,1
8 Nufarm (Australia) 2.185 5,0
9 Sumitomo Chemical (Giappone) 1.738 3,9
10 Arysta LifeScience (Giappone) 1.504 3,4
11 FMC Corporation (USA) 1.465 3,3

 

Totale (prime dieci società)

41.576

94,5

 

Totale (prime undici società)

43.041

97,8

* acquistato da China National Agrochemical Company

Fonte: LTEconomy, elaborazione su ETC Group (Settembre 2013)

Tabella - Le prime dieci società nel mondo operanti nel settore dei fertilizzanti nel 2011

Posizione Società Fatturato sulle vendite (milioni di dollari ) Quota di mercato(%)
1 Yara (Norvegia) 10.277 6,4
2 Agrium Inc. (Canada) 10.113 6,3
3 The Mosaic Company (USA) 9.938 6,2
4 PotashCorp (Canada) 8.715 5,4
5 CF Industries (USA) 6.098 3,8
6 Sinofert Holdings Ltd. (Cina) 5.760 3,6
7 K+S Group (Germania) 4.349 2,7
8 Israel Chemicals Ltd. (Israele) 3.836 2,4
9 Uralkali (Russia) 3.496 2,2
10 Bunge Ltd. (USA) 3.147 2,0
Totale   65.710 41

Fonte: LTEconomy, elaborazione su ETC Group (Settembre 2013) 

 

3. Le conseguenze sulla biodiversità e sulla futura sopravvivenza umana

“Gli episodi storici, crescenti evidenze e sempre più numerosi studi suggeriscono che l'umanità non può sopravvivere ai grandi cambiamenti globali (global warming, nuove malattie delle piante, erosione del terreno etc…), se non si ha la possibilità di accedere a una grande diversità (sia in termini di specie che di varietà) di bestiame e di piante. In tal senso, il dato più terrificante che vorrei proporre è il seguente: il 45% di tutta la ricerca privata nel mondo dell’agricoltura è focalizzata sulle monocolture di granturco; questo significa minore accesso alla diversità!”
 
Pat Roy Mooney, ETC Group, Fondatore e Direttore Generale,
Intervista su LTEconomy (aprile 2014, www.lteconomy.it)
 
 
Il rafforzamento dei sistemi di Protezione delle Varietà di Piante (PVP) nei Paesi sviluppati e la loro estensione a livello internazionale ha messo in serio pericolo la tutela della biodiversità. Ma che cos’è la biodiversità agricola? Perché è tanto importante per il nostro destino su questo pianeta? Iniziamo con il dare alcune informazioni sul processo evolutivo dell’agricoltura e dei presupposti che ne stanno alla base.

La pratica dell’agricoltura è un’invenzione essenzialmente recente nella storia dell’umanità. L’ Homo sapiens vive da circa 250mila anni sulla Terra e per la maggior parte della sua esistenza è stato un popolo cacciatore-raccoglitore. In particolare, per gran parte della nostra esistenza l’attività di raccolta ha coperto il 70% dell’ alimentazione (è stato stimato che, nel corso della storia, solo il 6% degli uomini ha vissuto di agricoltura, solo il 4% ha vissuto in una società industriale, mentre il 90% è stato raccoglitore e cacciatore). Le popolazioni primitive, prima dell’inizio dell’agricoltura, potevano contare su un’enorme varietà di potenziali fonti alimentari, costituita almeno da duecentomila specie di piante di cui nutrirsi.

“L’agricoltura incominciò circa dieci-quindicimila anni fa attraverso gli sforzi di centinaia di persone in diversi continenti, in situazioni ecologiche e sociali differenti” (Cary Fowler, Patt Mooney, 1990). Inizialmente, l’agricoltura si sviluppò in armonia con i cicli della caccia e della raccolta a scopo essenzialmente integrativo; poi è diventata la fonte principale per la nostra nutrizione. L’agricoltura si basa sulla domesticazione delle piante, cioè sull’attività di selezione; i contadini neolitici, tra i duecentocinquanta mila tipi di piante utilizzate e conosciute dai raccoglitori, ne domesticarono circa 200 – 250 specie, preferendo sviluppare le varietà all’interno della stessa spese. La domesticazione fu un processo che durò per migliaia di anni durante i quali la maggior parte delle colture è stata adattata dai contadini a quasi ogni condizione immaginabile e possibile, situazione che favorì l’intenso sviluppo di tantissime e differenti varietà all’interno della stessa specie vegetale. La domesticazione delle piante rappresenta il più grande esperimento di selezione varietale mai compiuto nella storia dell’umanità perché, “nella fusione millenaria delle varietà così create, si realizzò uno scambio genetico tra varietà e specie di portata mai possibile prima o fino ad allora, un’esplosione dell’evoluzione” (Cary Fowler, Patt Mooney, 1990).

La diversità venutasi a creare consentì alle piante di adattarsi ai minimi cambiamenti dell’ambiente, registrando nel proprio codice genetico non solo le condizioni dell’ambiente (suolo, piovosità, lunghezza delle giornate), ma anche la resistenza agli insetti e alle malattie. Oggi, ad esempio, le albicocche, un frutto dei climi caldi, vengono coltivate sull’Himalaya dove le temperature scendono sempre al di sotto dello zero.

 

Box 3 – I centri di diversità

Grazie agli studi di Nikolai Ivanovich Valivov (1926), uno tra i più celebri biologi, genetisti ed esploratori del ventesimo secolo, e a quelli di J. R. Harlan (1970) che perfezionò le teorie di Valivov, attualmente abbiamo la possibilità di scoprire i territori nei quali i primi agricoltori domesticarono le colture alimentari. I centri di origine sono anche noti come centri di diversità: ossia le aree geografiche in cui una determinata pianta mostra la maggiore varietà in termini genetici e di popolazione. Valivov individuò che questa diversità si concentra in una striscia compresa tra i 20° e i 45° in otto centri ben definiti: 1) Cina (grano saraceno, soia, pesca, ciliegia, cipolla); 2) India/Indocina (riso, ceci, cetrioli, mango, arancia); 3) Asia centrale (frumento tenero, piselli, lenticchie); 4) Vicino Oriente (segale, erba medica, fieno greco, lenticchie); 5) La costa del Mar Mediterraneo (grano duro, cavolo, lattuga, sedano); 6) Etiopia (orzo, miglio perlato, lino, caffè, sesamo); 7) Messico Meridionale/America Centrale (mais, fagioli, cotone, patata dolce, pepe); 8) Sud America (fragola, patata, pomodoro, zucca, peperone).

La teoria di Valivov resta di importanza fondamentale, dal punto di vista scientifico ma anche pratico. Questa teoria, infatti, ci suggerisce che ove l’umanità avesse un giorno bisogno di una pianta resistente ad una malattia o ad un particolare insetto, la stessa sarà da ricercare nei centri di origine “perché è lì che le piante e gli insetti si sono co-evoluti” (Cary Fowler, Patt Mooney, 1990). In conclusione, il nostro futuro alimentare e la qualità della nostra vita dipende in gran parte dal benessere delle suddette aree.

 

L’estensione alla maggior parte dei Paesi aderenti al WTO di sistemi di Protezione delle Varietà di Piante simili a quello adottato in ambito UPOV sta minacciando il tradizionale processo di domesticazione delle piante essenzialmente per le seguenti ragioni:

1) L’uniformità delle piante e rigide regole per la commerciabilità dei semi stanno erodendo la biodiversità, e quindi l’accesso ad una maggiore diversità varietale;

2) I semi tradizionali e locali difficilmente possono soddisfare i criteri dell’UPOV e quindi sono automaticamente esclusi dal mercato;

3) Il divieto di commerciare e conservare i semi registrati sta distruggendo la pratica della condivisione dei semi, grazie a cui i piccoli coltivatori hanno generato la maggior parte delle varietà di piante più preziose al mondo; questa pratica assume valore non solo in termini di miglioramento agricolo, ma anche in termini di solidarietà culturale e sociale: “la libera condivisione dei semi va oltre il semplice baratto: comporta un reciproco scambio di idee e di conoscenze, di cultura e di eredità, un intero patrimonio di tradizioni e competenze” (Vandana Shiva, 2007).

I seguenti eventi storici dimostrano quanto pericolosa, e in alcuni casi catastrofica, può essere il ricorso a raccolti geneticamente uniformi.

Nel 1999 un ciclone si abbatté sull’Orissa, uno stato dell’India orientale, causando effetti devastanti: la morte di 30.000 persone, la distruzione delle coltivazioni e la seria compromissione della produzione futura a causa dell’acqua salata di cui furono impregnati i campi agricoli. I contadini riuscirono a risollevarsi da questo disastro solo grazie alla distribuzione dei semi autoctoni resistenti all’acqua salata conservati nelle banche del seme dall’associazione Navdanja[2]. Nel 1904 un’epidemia di ruggine del gambo distrusse i raccolti di frumento degli Stati Uniti; nel 1870 la ruggine del caffè, malattia data dal fungo Hemileia vastatrix, distrusse quasi l’intera industria del caffè in India, in Asia Orientale e in parte dell’Africa. In tutte queste situazioni è stato necessario trovare semi con una varietà genetica tale da offrire una resistenza e ogni volta è stata reperita nei centri di diversità (Cary Fowler, Patt Mooney, 1990) .

Negli Stati Uniti, nel 1970, il fungo Helmintho sporium maydis distrusse il 15% del raccolto di mais. Il raccolto era cresciuto da semi ibridi. Il problema fu risolto con la selezione di varietà resistenti provenienti dall’America Latina e dall’Africa.

Tuttavia, il più chiaro esempio del valore della conservazione della diversità geneticaderiva dalla carestia avvenuta in Irlanda tra il 1845 e il 1849, la quale causò circa due milioni di morti e una forte emigrazione verso l’America. La carestia fu causata dal carbonchio della patata Phytophtora infestans che fece marcire tutti i raccolti di patata in Irlanda in quanto avevano una base genetica molto limitata. L’Irlanda riuscì a risollevarsi dalla carestia solo attraverso il ricorso ad alcune varietà di patata delle Ande e del Messico resistenti al bacillo.

Tutti questi esempi rendono evidente la fondamentale importanza della biodiversità agricola; la sopravvivenza agricola di ogni Paese dipende dalla diversità genetica delle colture di tutto il mondo.

 

Solo nel ventesimo secolo, per molte delle colture principali,

più del 90% delle varietà disponibili all’inizio del secolo è andato perduto.

 

Eppure, nonostante tutti questi avvertimenti, si fa ancora veramente poco per proteggere la biodiversità agricola. Più del 90% delle varietà disponibili all’inizio del ventesimo secolo è andato perduto. Inoltre, delle circa diecimila specie utilizzate in passato per l’alimentazione umana e l’agricoltura, attualmente non più di 120 specie forniscono il 90% del cibo umano di origine vegetale; dodici specie vegetali e cinque specie animali da sole forniscono oltre il 70% di tutto il cibo umano; di queste, solamente quattro specie vegetali (patate, riso, mais e grano) e tre specie animali (bovini, suini e polli) forniscono oltre la metà di tutto il cibo umano.

Sembra che sia arrivato il momento di invertire la tendenza, e questo tramite accordi internazionali che mettano al centro della politica agricola mondiale la necessità di migliorare le condizioni economiche dei contadini e portino allo sviluppo dei mercati locali; occorre limitare l’agricoltura industriale solo ai casi strettamente necessari.


Tabella 1 - Varietà ortofrutticole perdute, periodo 1903 – 1983

Ortaggi   Varietà totali nel 1903 Varietà USA nel 1903 collezione NSSL Varietà perdute (%)
Anguria Citrullus lanatus 223 20 91,0
Arachide Arachis hypogaea 31 2 93,5
Asparago Asparagus officinalis 46 1 97,8
Barbabietole Beta Vulgaris 288 17 94,1
Carciofo Cynara scolymus 34 2 94,1
Carota Daucus carota 287 21 92,7
Cavolo Brassica oleracea var, capitata 544 28 94,9 
Cipolla Allium cepa 357 21 94,1
Fagiolo Paseolus vulgaris 578 32 94,5
Girasoli Helianthus annuus 14 1 92,9
Lattuga Lactuca sativa 497 36 92,8
Melanzana Solanum melongea 97 9 90,7
Melone Cucumis melo 338 27 92,0
Pisello Pisum sativum 408 25 93,9
Pomodoro Lycopersicon esculentum 408 79 80,6
Prezzemolo Petroselinum crispum 82 12 85,4
Rapa Brassica rapa 237 24 89,9
Rucola Eruca sativa 1 0 100,0
Sedano Apium graveolens var, dolce 164 3 98,2
Spinaci Spinacia oleracea 109 7 93,6

Fonte: LTEconomy, elaborazione su C. Fowler, P. Mooney (1990)

 

Box 3 - Che cos’è la Biodiversità?

La Biodiversità, in parole povere, esprime il concetto di “abbondanza” in natura. Maggiore è il numero e la diversità delle specie in natura, maggiore è la probabilità che almeno qualche specie sopravviva ad un evento catastrofico.

L’espressione “diversità biologica” fu utilizzata per la prima volta nel 1968 dallo scienziato e ambientalista Raymond F. Dasmann nel suo libro “A Different Kind of Country”, mentre il termine contratto “Biodiversità” è stato coniato nel 1980 da T. Lovejoy. E.O. Wilson definisce per primo la parola “biodiversità” al National Forum on Biodiversity, tenutosi a Washington nel 1986, come “la varietà degli organismi a tutti i livelli: le varianti genetiche appartenenti alla stessa specie, le specie all’interno delle comunità, le comunità all’interno dell’ambiente e gli ambienti all’interno degli ecosistemi e della biosfera.” Durante la conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e sullo sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, la diversità biologica fu definita come "la variabilità degli organismi viventi da tutte le fonti, inclusi gli ecosistemi terrestri e acquatici e i complessi ecologici di cui essi fanno parte; ciò include la diversità biologica intraspecifica, interspecifica e degli ecosistemi". (https://www.cbd.int/doc/legal/cbd-en.pdf)

La biodiversità intraspecifica (o genetica) si riferisce alla variabilità del patrimonio genetico nell’ambito di una singola specie e, quindi, al grado di differenza tra i genomi dei diversi individui (ad es., le variazioni di colore nei petali dell’iris).

La biodiversità interspecifica (o tassonomica) rappresenta il complesso di specie che, per varietà e abbondanza, abita in una data regione, ecosistema o più in generale nell’intera Biosfera.

La biodiversità degli ecosistemi (o eco-sistemica) comprende tutte quelle comunità biologiche che interagiscono tra loro e con l’ambiente fisico circostante creando reciproche interferenze (ad es. laghi, fiumi, prati, boschi, etc.). Infatti, i fattori fisici e chimici di un ecosistema, come ad esempio la temperatura, l’umidità, il tipo di substrato, la ventosità, la latitudine, la salinità, influenzano la composizione della comunità biologica determinando il tipo di specie che possono vivere in quell’area (Lucio Pesce, 2008).

Secondo una stima annunciata dal Census of Marine Life e pubblicata nel 2011 nella rivista specializzata Plos Biology, ammonterebbe a 8.742.900 il numero delle specie viventi che popolano tutte le nicchie ecologiche della Terra (con un margine di incertezza di 1,3 milioni di specie in più o in meno). Ma le specie conosciute, studiate e classificate sono solo una piccola frazione di quelle esistenti. Camilo Mora e Boris Worm, gli autori dello studio della Dalhousie University di Halifax (Canada), affermano che l'86% delle specie terrestri e ben il 91% di quelle marine sono del tutto sconosciute. Delle 8,7 milioni di specie stimante, 6,5 milioni sono organismi che vivono sulla terra, e 2,2 milioni nei mari (± 180 mila). Dato l'alto tasso di estinzione che i biologi stanno osservando - secondo molti scienziati è in corso la sesta grande estinzione della storia della Terra, la prima però per cause interamente umane - il rischio è che molte specie spariscano prima di poter essere non solo studiate, ma nemmeno scoperte.

- animali: 7,77 milioni (di cui 953.434 descritti e catalogati)

- vegetali: circa 298 mila (di cui 215.644 descritti e catalogati)

- funghi: circa 611 mila (di cui 43.271 descritti e catalogati)

- protozoi: circa 36.400 (di cui 8.118 descritti e catalogati)

- cromisti (alghe brune, diatomee, oomiceti): circa 27.500 (di cui 13.033 descritti e catalogati)

(http://www.plosbiology.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pbio.1001127) 

 

4. Le conseguenze sui contadini: il genocidio delle comunità contadine in India

Oltre alla biodiversità e alle tradizioni agricole, gli stessi contadini e le loro piccole imprese agricole sono messe in pericolo dal sistema di protezione intellettuale che origina dalla convenzione UPOV. I semi tradizionali e antichi sono sostanzialmente esclusi dalla commerciabilità nei mercati e la pratica di condivisione dei semi diventa sempre più difficile da attuare. Inoltre, spesso i piccoli coltivatori ritengono considerano i “semi da laboratorio” del tutto innaturali e non possono sopravvivere in un’ottica di lungo termine: le piante si sviluppano e cambiano continuamente quando vivono accanto a piante diverse.

Tuttavia, nell’ambito dell’attuale quadro normativo, i contadini hanno poche alternative a loro disposizione:

1) rimanere piccoli ed usare i semi venduti dalle multinazionali. Questa opzione comporta un aumento dei costi di produzione (oneri per i diritti di brevetto, acquisto dei fertilizzanti e pesticidi). E’ un’alternativa che riduce i margini economici per le piccole aziende agricole ed è spesso economicamente poco sostenibile;

2) crescere di dimensione. Questa ipotesi comporterebbe la possibilità di ammortizzare i costi indicati nell’ipotesi precedente su una scala produttiva maggiore; tuttavia, non è sempre attuabile e, inoltre, renderebbe i contadini ancora più dipendenti dall’industria agrochimica;

3) vendita dei terreni e abbandono del proprio luogo d’origine. Quando l’attività diventa economicamente insostenibile (per effetto dei maggiori costi di produzione e della competizione di prodotti a basso costo provenienti dall’estero e/o da industrie di maggiori dimensioni), i contadini sono costretti a vendere la proprie terre; di conseguenza aumentano la disoccupazione e la povertà;

4) coltivazione dei semi autoctoni. Questa ipotesi è difficilmente conciliabile con l’attuale normativa, in quanto comporta l’impossibilità di iscrivere le varietà locali nei registri e di accedere, in tal modo, ai canali commerciali ufficiali.

Le piccole aziende agricole non sono di base economicamente inefficienti. In realtà, esse sono mediamente più produttive ed efficienti della grandi tenute (se la produttività viene misurata in termini di output per quantità di terra piuttosto che di output per unità lavorative). In base a uno studio dell’ETC Group (2013b), è stato stimato che l’industria agroalimentare usa il 70-80% dei terreni coltivabili del mondo, l’80% dei combustibili fossili e il 70% di acqua per soddisfare solamente il 30-40% della domanda globale di cibo. L’impatto ambientale è elevato: contribuisce per il 44-57% delle emissioni annuali di gas serra e genera la deforestazione di 13 milioni di ettari di terreni all’anno. I contadini e le piccole aziende agricole, invece, usano solo il 30% delle risorse della terra, il 20% del combustibile fossile e il 30% di acqua per soddisfare il 70% della domanda globale di cibo). I problemi economici delle piccole aziende non derivano dalle loro dimensioni ma piuttosto dalle regole inique di un’agricoltura globale controllata dalle multinazionali.


“…Nell’ambiente accademico, gli scienziati sono arrivati ad un risultato noto come "il paradosso della produttività": essi hanno osservato che le piccole aziende agricole sono molto più produttive delle grandi aziende industriali (nel senso che, a parità di terra a disposizione riescono a produrre di più). La ragione è semplice. E 'chiaro che una famiglia che ha poca terra a disposizione, la utilizzerà nel modo più efficiente possibile e senza lasciare spazio inutilizzato; i piccoli coltivatori producono una varietà maggiore di cibo (il loro intento non è fare monocolture per il mercato) e, allo stesso tempo, preservano il paesaggio, la fertilità e la produttività del terreno. Al contrario, le grandi aziende sono interessati solo al ritorno sul loro investimento e, al fine di raggiungere tale obiettivo, cercano di minimizzare il costo della produzione (spesso sottopagando i lavoratori) ed esportare la quasi totalità del cibo che producono…”
 
Henk Hobbelink,GRAIN, co-fondatore e coordinatore,i
ntervista con LTEconomy, (Maggio 2014, www.lteconomy.it)
 
 
“La Comunità Europea attraverso una legge sementiera ha legato i fondi comunitari destinati all’aziende agricole all’utilizzo esclusivo di sementi iscritte alle liste varietali nazionali. Queste sementi non appartengono alla biodiversità ma a multinazionali, a ditte sementiere private o università. Il prezzo d’acquisto comprende anche il pagamento di royalty per finanziare i centri di ricerca. Questo, dal punto di vista commerciale, sarebbe potuto anche andare bene se non fosse stato posto il divieto per l’utilizzo delle varietà locali. Usare sementi locali significava perdere i fondi europei. La conseguenza fu la scomparsa totale delle varietà che non erano iscritte in questo registro nazionale e l’azione millenaria della condivisione delle sementi tra aziende agricole diventa “illegale”. Le uniche sementi che possono essere commercializzate sono, quindi, quelle provenienti da “miglioramenti genetici” spinti che costituiscono varietà che hanno bisogno di essere “pompate” con concimi chimici e difesi dalle “malerbe” (leggasi natura) con i fitosanitari (leggasi veleni).”
 
Giuseppe Li Rosi, imprenditore agricolo in Sicilia,proprietario di Terre Frumentarie,
intervista con LTEconomy (maggio 2014, www.lteconomy.it)

 

Uno dei Paesi in cui la classe contadina ha subito in modo maggiore (e con effetti alquanto drammatici) le conseguenze negative del processo di globalizzazione e industrializzazione dell’ agricoltura è l’India. In questo Paese ben due terzi della popolazione (quindi circa 700 milioni di persone) si sostenta con il lavoro della terra. L’agricoltura indiana è stata storicamente basata su un’armoniosa coesistenza tra biodiversità e sapienti pratiche agricole; con l’ingresso delle multinazionali si è avuto un progressivo collasso della classe contadina. Secondo Vandana Shiva (2005), il passaggio dalla conservazione individuale delle sementi ad una produzione controllata dal monopolio delle multinazionali è stato un passaggio alquanto obbligato: “i contadini sono stati costretti ad usare i semi industriali” perché imposto loro dalle leggi adottate dall’India in attuazione degli accordi WTO e TRIPS. Il modello propinato dalle multinazionali attraverso i semi ibridi risulta economicamente insostenibile (maggiori costi di produzione), comporta rischi maggiori di perdita di raccolti (a causa della maggiore uniformità degli stessi) e spesso si basa su varietà che vengono lanciate sul mercato in fretta e “senza una debita sperimentazione”. La classe contadina indiano non ha reagito molto bene a questo processo di spossessamento dei propri diritti e a partire dal 1997, nell’arco di un decennio circa 30mila contadini si sono suicidati. (Vandana Shiva, 2007).

 
 
5. Le conseguenze sui contadini: le rivolte in Sud America e le reazioni nel resto del mondo

La progressiva estensione della Convenzione UPOV ai Paesi in Via di Sviluppo per effetto delle regole della WTO e del TRIPS è stata all’origine di accese proteste da parte della classe contadina nell’America Latina. Tale generalizzata resistenza ha condotto a importanti successi e contrastato l’avanzata dell’UPOV.[3]

In Cile, a seguito del passaggio in prima lettura al Parlamento della Convenzione UPOV avvenuto nel 2010, le organizzazioni della società civile hanno continuato a sensibilizzare l'opinione pubblica (attraverso campagne di informazione basate sull’utilizzo di internet, programmi radiofonici, interviste televisive e sessioni informative nelle comunità rurali e nelle università) sugli aspetti pericolosi dell'atto sulle comunità locali. Il Governo, di fronte alla mobilitazione generale di tutto il Paese, ha ritirato il disegno di legge, ma con l'intenzione di rinviare il voto a dopo le elezioni del novembre 2013.

In Argentina, nel 2012, il ministro dell'Agricoltura, Norberto Yahuar, ha annunciato il progetto di una modifica alla legge dei semi al fine di allinearle a quanto stabilito dalla Convenzione UPOV. Questo è il risultato della crescente attività di lobby esercitata da Monsanto a partire dal 2003. Le associazioni e la società civile argentine, tra cui GRAIN e Amici della Terra, hanno iniziato una campagna di petizione ottenendo il ritiro del disegno di legge per il 2013.

In Colombia, il Congresso colombiano nel 2012 ha adottato la Convenzione UPOV, ma la società civile colombiana è insorta, sottoponendo la legge al giudizio della Corte Costituzionale; la legge è stata dichiarata inapplicabile per mancanza di consultazione dei cittadini (su una materia che li riguardava direttamente) da parte del governo colombiano. La decisione ha causato una reazione legale da parte degli Stati Uniti, per i quali la nuova legge sui semi era ritenuta necessarie per il rispetto dell’accordo commerciale dei due Paesi, il Free Trade Act (FTA). E’ stato realizzato un interessante documentario sulle rivolte contadine in Colombia: “9.70: la historia de la semilla privatizada,” diretto da Victoria Solano.

In Venezuela, è in atto un progetto di modifica della Legge dei Semi; esso sta causando grande preoccupazione tra le organizzazioni della società civile. La situazione è complessa perché l'iniziativa inaugura un regime di proprietà intellettuale, nonostante preveda il divieto degli OGM.

Il Messico, pur non avendo firmato la Convenzione UPOV, ha tuttavia approvato nel 2007 una Legge del Seme che criminalizza i semi autoctoni e il loro libero scambio. Le associazioni e i cittadini sono, tuttavia, riusciti a bloccare gli emendamenti alla legge “Varietà Vegetali del 1996” che avrebbe dovuto allineare il Messico alla Convenzione UPOV.

Nel resto dell'America Latina e dei Caraibi, la situazione varia a seconda che il singolo Paese abbia o meno stabilito un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti (come nel caso del Costa Rica, della Repubblica Dominicana e del Peru). In generale, anche se non ci sono azioni attive a spingere verso l’applicazione di norme allineate all’UPOV, l’influenza delle grandi multinazionali sulle decisioni dei singoli governi continua ad aumentare.

L'Africa è forse il continente meno colpito dalle leggi sui semi, ma i nuovi sistemi regionali potrebbero rendere molto più difficile la vita ai piccoli agricoltori.

In Europa orientale molti Paesi stanno adottando il sistema normativo sui semi dell’Unione Europea in nome di un’armonizzazione ed eventuale integrazione nell'area; tale integrazione sta avvenendo tra forti proteste per la reale messa in pericolo delle colture tradizionali.

In Europa occidentale ci sono due forme di pensiero: coloro che supportano l’industria biotech (e con essa la diffusione degli OMG ed il rafforzamento dei diritti in materia di proprietà intellettuale); coloro che supportano la creazione di uno spazio legale che difenda le varietà locali e tradizionali. Per molti aspetti, l'Europa è stato il continente più colpito dalle restrizioni sui semi in tutti questi anni; tuttavia, una nuova consapevolezza sta emergendo nella popolazione e sempre più numerosi movimenti stanno emergendo per difendere le varietà locali e la biodiversità dei propri territori.

In Indonesia l’attività agricola è regolata dalla “Plant Cultivation System Law, adottata nel 1992. Tra il 2005 e il 2010, più di una dozzina di agricoltori del Kediri e del Nganjuk in Indonesia sono stati accusati di aver rubato i semi dalle grandi imprese produttrici di sementi. Quando questo caso è arrivato alla Corte Costituzionale indonesiana, la stessa ha definito incostituzionali diversi articoli sulla base dei quali i coltivatori erano stati ingiustamente puniti. Questa pronuncia è stata considerata una grande vittoria per tutti i contadini indonesiani.
 
 
Appendice: le principali organizzazioni che supportano dei piccoli agricoltori nel mondo

Molte sono le organizzazioni che nel mondo si occupano di difendere e promuovere le istanze dei contadini contro le lobby agroalimentari. Esse ritengono che la tutela dei contadini rappresenti uno degli elementi fondamentali nella lotta per la protezione della biodiversità agricola. Tra le comuni finalità di tali organizzazioni troviamo: 1) addivenire ad una chiara dichiarazione del seme come bene comune appartenente a tutta l’umanità; 2) il pieno riconoscimento del diritto dei contadini di selezionare, produrre e scambiare liberamente i propri semi. Tra le principali organizzazioni che operano a supporto dei contadini e della biodiversità agricola, vi sono:

Navdanya. Navdanya è un progetto di ricerca condivisa creato in India nel 1987 dalla scienziata, ecologista e filosofa Vandana Shiva. Esso mira a stabilire un nuovo paradigma nella pratica dell’agricoltura ecologica, incentrato sulla sostenibilità ambientale, sulla biodiversità, sulla tutela delle comunità contadine e sulla saggia integrazione tra sapere scientifico e tradizionale. Tali finalità sono perseguite attraverso la formazione e lo sviluppo di un complesso di diverse “banche di semi” autoctoni ed antichi in grado di garantire un sempre più vasto patrimonio genetico agricolo. Il progetto Navdanya coinvolge attualmente circa 30.000 agricoltori, mentre nell'azione di formazione e fornitura gratuita delle sementi interessa circa 500.000 persone. Navdanya possiede una propria banca del seme in una fattoria biologica estesa su un area di 45 ettari in Uttrakhand, nell’India del nord, e ha finora conservato con successo più di 5000 varietà di colture, tra cui 3.000 di riso, 150 di grano, 150 di fagioli, 15 di miglio e diverse varietà di legumi, ortaggi e piante medicinali. Ha contribuito a stabilire 111 banche di semi comunitari in 17 Stati in tutta l'India. In Italia, a Firenze, ha sede l’associazione senza fine di lucro Navdanya International presieduta da Vandana Shiva. Navdanya International si occupa di portare avanti, in Italia e in Europa, la missione della casa madre indiana.

ETC Group. ETC Group è un’organizzazione internazionale fondata nel 1970 da Pat Mooney, Hope Shand, e Cary Fowler, impegnata ad affrontare le questioni socio-economiche ed ecologiche relative agli effetti che le nuove tecnologie potrebbero esercitare sulle popolazioni più povere e vulnerabili. ETC Group studia e monitora l’erosione ecologica (compresa l'erosione delle culture e dei diritti umani) e le questioni di governance globali, come la concentrazione delle imprese in determinati settori economici e produttivi. L’organizzazione opera a livello politico ma lavora anche a stretto contatto con la società civile e i movimenti sociali, soprattutto in Africa, Asia e America Latina.

GRAIN: GRAIN è un’organizzazione non-profit internazionale che lavora a sostegno dei piccoli agricoltori e dei movimenti sociali nelle loro lotte a supporto di un sistema agro-alimentare basato sulla biodiversità agricola e sulle piccole comunità locali. La storia di GRAIN inizia negli anni ‘80, quando un importante numero di attivisti iniziarono a portare di fronte all’attenzione pubblica la pericolosa perdita nella biodiversità agricola che stava avvenendo in quegli anni. Henk Hobbelink, insieme ad altri ricercatori, iniziò a condurre un lavoro di analisi e di lobbying sul tema, che poi ha portato nel 1990 alla fondazione di GRAIN (Genetic Resources Action International), con sede a Barcellona in Spagna. GRAIN conduce ricerche indipendenti e coordina attività di networking a livello locale, nazionale e internazionale a sostegno dei piccoli agricoltori e della conservazione della biodiversità agricola. La maggior parte del lavoro e delle missioni di GRAIN riguardano l’Africa, l’Asia e l’America Latina. Famosi sono i lavori di GRAIN sulla tematica del Land Grabbing (accaparramento dei terreni fertili in Paesi poveri da parte delle multinazionali che hanno sede nei Paesi ricchi ed emergenti).
 
 
Conclusioni

Biodiversità agricola” è un’espressione utilizzata per indicare la ricchezza del patrimonio agricolo in termini di specie e di varietà (all’interno delle specie) vegetali esistenti. Oggi, più che mai, la biodiversità agricola rappresenta un elemento fondamentale nel garantire il cibo necessario a sfamare la crescente popolazione mondiale; infatti, l’evidenza storica e scientifica dimostrano che una maggiore diversità genetica in agricoltura riesce meglio ad affrontare i problemi connessi al cambiamento climatico e all’emergere di nuove infezioni e parassiti vegetali.

Tuttavia, nel corso del XX secolo si è verificata una progressiva e pericolosa erosione della biodiversità agricola; l’affermarsi di tecniche agricole industriali che privilegiano l’adozione di raccolti geneticamente uniformi e l’adozione della Convenzione UPOV (e la sua successiva estensione ai Paesi in Via di Sviluppo per effetto delle regole commerciali stabilite nell’ambito della WTO del TRIPS) hanno avuto un ruolo determinante nella genesi e l’affermarsi di questo processo. Le regole internazionali sulla commerciabilità dei semi stabilite in ambito UPOV tendono infatti ad estromettere dal mercato le varietà vegetali autoctone e antiche e a limitare in modo significativo la possibilità dei contadini di ricorrere alle tradizionali pratiche di conservazione e condivisione dei semi. Il rischio di un ulteriore “appiattimento genetico” nelle varietà coltivate è reale e di portata notevole.

Perché la Convenzione UPOV e il sistema di Protezione delle Varietà di Piante sono stati rafforzati nel corso del tempo? Chi ha supportato questo processo? La risposta risiede nelle multinazionali agricole; in questo modo esse hanno progressivamente monopolizzato il mercato dei semi e quelli ad esso connessi (fertilizzanti e pesticidi). Il progressivo incremento del potere di tali multinazionali è ben dimostrato dai numerosi rapporti pubblicati da ETC Group.

Se da un lato le grandi multinazionali agricole hanno aumentato il loro potere di mercato, dall’altro i piccoli contadini hanno subito in modo sostanzialmente negativo l’instaurarsi del modello agricolo industriale: nella maggior parte dei Paesi, essi sono ormai sostanzialmente costretti a rifornirsi dei semi ibridi prodotti dalle multinazionali, con un notevole aggravio sui costi di produzione. Le reazioni sono state varie: dal genocidio indiano alle rivolte in America Latina.

Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni sono nate diverse organizzazioni che hanno assunto il lodevole compito di proteggere questa importante classe sociale: esempi concreti sono Navdanya in India, ETC Group in Canada, e GRAIN in Spagna. La lotta per la conservazione della biodiversità richiede però il contributo di tutti i cittadini e di tutte le popolazioni (ricche e povere); le priorità sono: dare preferenza ai prodotti locali e richiedere ad alta voce di dare la possibilità ai contadini di conservare e condividere i propri semi, così come si è sempre fatto nella tradizione agricola.

Il seme è un bene pubblico e non può diventare oggetto di monopolio e strumento di lucro!
 
 
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This article by Grazia Giordano e Dario Ruggiero
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ENDNOTE


[1] Tali accordi hanno istituito oltre al GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, Accordo generale sulle tariffe doganali ed il commercio) e al CATS (General Agreement on Trade in Services, Accordo generale sul commercio dei servizi), il WTO (World Trade Organization, Organizzazione mondiale del commercio) e il TRIPS.

[2] Per un approfondimento sull’associazione Navdanya si veda l’appendice all’articolo.

[3] Per un approfondimento sulle rivolte contadine in America Latina si veda GRAIN:

http://www.grain.org/article/entries/4808-seed-laws-in-latin-america-the-offensive-continues-so-does-popular-resistance

 

 

 
 



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