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Glifosato: effetti sull’ambiente e sulla salute

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Che cosa accade se il pesticida utilizzato per proteggere la pianta dal parassita diventa poi più pericoloso del parassita stesso per la salute dell’uomo e del patrimonio biologico del territorio. Questo è il caso del “glifosato,” un principio attivo utilizzato in molti pesticidi sin dal 1974, in modo particolare negli USA, ma che, secondo alcuni studi, potrebbe rivelarsi tossico per l’ambiente e  dannoso per la salute.

 (a cura di Sofia Tramontano)
 
Che cos’è il Glifosato e dove si trova?
  
Il glifosato è l'ingrediente attivo di base di molte formulazioni messe in commercio con l'introduzione di questo erbicida nel 1974. Esso è stato commercializzato prima dalla Monsanto con il nome commerciale Roundup. Con la scadenza del brevetto per l’utilizzo dell’erbicida della Monsanto nel 2000, altre aziende hanno potuto vendere e sviluppare erbicidi a base di glifosato sotto il proprio marchio. Da allora  esso è stato utilizzato da centinaia di aziende di pesticidi in migliaia di formulazioni, e il suo costo è diminuito in modo significativo.
 
Il glifosato è ampiamente utilizzato per la pulizia dei margini stradali, delle strutture ferroviarie e del verde pubblico. Il suo utilizzo in agricoltura, invece, è legato alle sementi geneticamente  modificate (OGM) di soia, mais e colza, il cui DNA è stato alterato per renderli resistenti all’erbicida. Soia, mais e colza OGM entrano nella catena alimentare perché ampiamente utilizzati come mangimi per animali, portando così nei nostri piatti il glifosato stesso.
L’esposizione a tale sostanza chimica avviene, dunque, sia tramite esposizione diretta durante le applicazioni in agricoltura, che attraverso l’acqua, le bevande e gli alimenti di origine vegetale (pane, pasta, cereali, legumi, nei quali viene spesso usato come disseccante prima del raccolto), la carne e i suoi trasformati, in particolare nel caso in cui gli animali siano nutriti con mangimi OGM.
 
In passato, è stato considerato come uno dei pesticidi meno tossici per gli animali, e per questo il suo utilizzo non è mai stato contestato. Ciò che non è mai stato considerato però è che alcuni  coadiuvanti e tensioattivi utilizzati in formulazioni a base di glifosato sono più tossici del glifosato considerato come sola sostanza attiva.
 
 
I suoi effetti sull’ambiente e sulla salute
 
Il glifosato, agendo in modo non selettivo, al fine di uccidere piante infestanti, è in grado di sterminare qualunque organismo vegetale sul quale viene applicato.
Diversi studi e rapporti hanno dimostrato come esso sia in grado di contaminare il suolo, l’aria e le acque superficiali e profonde. Dal rapporto ISPRA sui pesticidi emerge, infatti, che il glifosato sia uno delle sostanze più diffuse, insieme al suo metabolita AMPA, nelle acque italiane.
Stando agli studi, dunque, il glifosato si presenta come una sostanza altamente tossica per l’ambiente, incidendo sulla funzionalità degli ecosistemi e degli habitat naturali e in grado di ridurre la biodiversità, necessaria per la buona salute della biosfera, degli esseri umani e dell’agricoltura.
 
La IARC (International Agency for Research on Cancer) il 20 marzo 2015, inoltre, ha definito l’erbicida come ‘probabile cancerogeno per l’uomo’, inquadrandolo nel gruppo 2° in relazione alla pericolosità per la salute umana. Il documento, pubblicato anche su The Lancet Oncology,  rivede rigorosamente tutta la letteratura scientifica elaborata fino a quel momento. Il glifosato, oltre a compiere un’azione oncogena, sembra agire come ‘interferente endocrino’.
 
Nel novembre 2013 un documento di ricerca controverso, con implicazioni per la salute pubblica, degli animali e dell'ecosistema, era stato ritirato dalla redazione della rivista Food and Chemical Toxicology (FCT). Nel mese di giugno 2014, il documento è stato ripubblicato sulla rivista Environmental Sciences Europe (ESEU).
 
Lo studio, famoso come ‘Studio Séralini’, sostiene che il mais Ogm NK603 della Monsanto, usato negli Stati Uniti fin dal 2000 anche per l’alimentazione umana, sembra provocare tumori nei ratti
 
 

Box – Lo Studio Séralini

 
L’NK603 contiene un gene batterico che lo rende immune all’effetto di un erbicida, il glifosato, in uso fin dagli anni Settanta e ancora fra i più venduti al mondo, chiamato Roundup nella versione commercializzata dalla Monsanto. Grazie al gene aggiunto, il mais NK603 può essere seminato insieme al diserbante e non richiede i 4-5 interventi con altri diserbanti necessari ai mais non Ogm. I test fatti dalla Monsanto, e approvati da enti pubblici americani ed europei, avevano concluso che le varietà Ogm resistenti al Roundup (non solo mais, ma anche soia, barbabietola e colza) sono sicure per la salute umana. Secondo quanto riportato dallo studioso francese Séralini, invece, fino ai 14 mesi di vita (il ratto ne vive in media 24), nessun animale del gruppo di controllo mostrava segni di tumore, mentre questi erano già presenti nel 30 per cento delle femmine esposte all’NK603 e al diserbante. Ai due anni di vita, il 30 per cento dei ratti femmina di controllo aveva sviluppato tumori, ma la cifra saliva al 50 per cento in quelle che avevano mangiato NK603 e fino all’80 per cento in quelle esposte al Roundup. Fra i maschi, invece, la crescita dei tumori è stata molto più contenuta, ma sono state rilevate alterazioni ormonali e danni a fegato e reni.
 
Secondo Séralini la differenza di risultati fra il suo studio e quello della Monsanto sull’ NK603, si spiega con una parola: tempo. La sua ricerca è durata 2 anni, quella Monsanto, come è regola per i test tossicologici, solo 90 giorni; troppo poco, dice il ricercatore, per valutare l’insorgenza del cancro. Inoltre, il suddetto studio prende in considerazione l’utilizzo del glifosato nella sua formulazione complessa, e non soltanto nella sua sostanza attiva base, come era stato fatto in precedenza.
 
 
Conclusioni
 
Le ricerche scientifiche citate dimostrano come la cancerogenicità non dipende  soltanto dall’esposizione alla sostanza stessa, ma è il frutto della valutazione dell’esposizione storica (quindi a lungo termine) alla sostanza e delle sue formulazioni complesse costituite da altri materiali.Se è vero che i numeri non mentono, l'interpretazione può svolgere un ruolo determinante. Pertanto, è comprensibile che le diverse agenzie di regolamentazione o scientifiche classifichino i pesticidi (in questo caso il Glifosato) in modo diverso, dal momento che non utilizzano gli stessi standard di ricerca. In particolare, circa il dibattito scientifico sul Glifosato si deve tener conto che la maggior parte delle ricerche fatte considerano il Glifosato soltanto come principio attivo. Esse non contemplano la maggior parte delle formulazioni contenenti ingredienti che funzionano come tensioattivi e adiuvanti che aiutano nella penetrazione dell'erbicida. E' necessario, dunque, aggiornare il sistema di valutazione del rischio includendo la valutazione di tossicità cronica di colture geneticamente modificate e pesticidi formulati, e richiedendo di valutare i materiali, non come isolati principi attivi, ma nelle loro formulazioni complesse e combinazioni che vengono utilizzate nella pratica.
 
Nel frattempo, diverse campagne contrarie all’utilizzo del glifosato, si stanno adoperando per vietarne l’utilizzo e per fornire delle valide alternative ad esso, promuovendo l’adozione di metodi di coltivazione biologici e biodinamici.   
 
Da sapere... 
 
Da un punto di vista chimico il glifosato è un aminofosforico della glicina (N-(fosfonometil) glicina, C3H8NO5P). La molecola del glifosato è un inibitore dell’enzima (una proteina) 3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi (EPSPS). Un enzima virtualmente prodotto da tutte le piante, trasportato nei cloroplasti, dove avviene la fotosintesi clorofilliana. È quindi un enzima essenziale per il metabolismo della pianta e per la biosintesi (cioè creazione) di metaboliti aromatici, tra cui aminoacidi essenziali (fenilalanina, triptofano, tirosina), promotori di crescita (acido indolacetico: IAA) e prodotti che difendono le piante (fitoalexine). Tutte molecole necessarie per la vita della pianta. Molecole che la pianta non sarà in grado di produrre se l’enzima EPSPS sarà inibito dalla molecola del glifosato. Per queste sue caratteristiche, il glifosato è un diserbante totale, sistemico non selettivo (tossico per tutte le piante), che viene distribuito in post emergenza (cioè sulle piante da distruggere). L’assorbimento del glifosato avviene in 5-6 ore e il disseccamento della vegetazione è visibile in genere dopo 10-12 giorni. Il glifosato è un forte chelante (legante), il che significa che immobilizza i micronutrienti critici, rendendoli indisponibili per la pianta. Ne deriva che l’efficienza nutrizionale delle piante trattate ne viene profondamente compromessa.”
 
 
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 Fonte: Long Term Economy  

Sofia Tramontano,
LTEconomy, 30 Aprile 2017
  
 
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