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FOCUS: LO SCIOGLIMENTO DELL’ARTICO

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A cura di Dario Ruggiero (Febbraio 2013)
 
Premessa
 
L’Artico ha un profondo significato per il clima e il funzionamento degli ecosistemi nel globo. Ma la regione è particolarmente vulnerabile a rapidi cambiamenti. L’aumento della temperature dell’aria e degli oceani, il disgelo del permafrost, la perdita di giaccio marino e cambiamenti negli ecosistemi rappresentano l’evidenza di diffusi e drammatici cambiamenti in corso. Con lo scioglimento del ghiaccio Artico, stanno emergendo diverse opportunità economiche e commerciali, ma, allo stesso tempo, anche serie minacce ambientali ed economiche.
 
Grafico - Una fotografia dei cambiamenti nell’Artico negli ultimi 60 anni
Fonte: elaborazione su fonti varie
 
 
 
Intervista con Mark Serreze - (NationalSnow and Ice Data Center - NSIDC, Direttore)
Intervista con Peter Wadams - (Direttore del "Polar Ocean Physics Group", University of Cambridge)
 
“For centuries annual sea ice has protected the Arctic and its inhabitants. Now the Arctic, both on land and sea, is being transformed by significant warming. The melting of sea ice in the ArcticOcean is happening at a faster pace than we had predicted, and an ice-diminished Arctic Ocean iscreating many new opportunities. These opportunities must be pursued in ways that will ensureour precious ecosystems and Arctic communities remain healthy and resilient, now and for futuregenerations.”
(Dr. Jane Lubchenco,
NOAA Administrator and Under Secretary of Commerce for Oceans and Atmosphere)
 
 
Lo scioglimento dell’Artico: le cause e le conseguenze positive e negative
 
Questa parte è stata estratta dall’articolo: “The melting north”, di James Astill, The Economist, i6 Giugno 2012.
Si veda il seguente link: http://www.economist.com/node/21556798
 
 
Il riscaldamento globale sta generando effetti sull’Artico molto più che in altre aree della Terra. Dal 1951 l’Artico ha registrato un incremento della temperatura circa due volte superiore a quello medio della Terra. In tale periodo la temperatura in Groenlandia è aumentata di 1,5° C, mentre quella media globale di 0,7° C. Questa disparità è destinata a proseguire. Pertanto, un aumento di 2° C della temperatura media globale – che sembra essere inevitabile a causa dell’aumento delle emissioni di gas serra – starebbe a significare un aumento della temperatura nell’Artico compresa tra i 3 e i 6° C.

Le conseguenze del global warming nella regione Artica sono chiare. Quasi tutti i ghiacciai Artici stanno regredendo e l’area di terra artica coperta da neve all’inizio dell’Estate si è ridotta di circa 1/5 dal 1966. In particolare, con riferimento all’Oceano Artico, negli anni “70, 80 e 90 l’estensione minima del ghiaccio polare (ossia quella registrata a Settembre ogni anno) è calata di circa l’8% all’anno.

La causa principale del riscaldamento, nell’Artico così come altrove, è il risultato delle emissioni di gas atmosferici che intrappolano il calore solare, principalmente l’anidride carbonica rilasciata con la combustione di combustibili fossili. Tuttavia, sorge una domanda: perché l’Artico si sta riscaldando più velocemente rispetto alle altre aree terrestri?

In parte, il maggior riscaldamento dell’Artico può essere imputato all’efficiente scambio d’aria tra Nord e Sud. Ma il motivo principale di questo sovra-riscaldamento è noto come “Effetto Albedo”. Esso è il riscaldamento dovuto al rimpiazzo di aree (di terra o di mare) di colore chiaro (neve o ghiacci) con aree di colore più scuro (terra o acqua). Siccome le superfici scure assorbono più calore rispetto a quelle chiare, ciò genera un riscaldamento locale che scioglie ancora più neve e ghiaccio, liberando altre terre e acqua da superfici chiare quali ghiaccio e neve; il ciclo continua e si autoalimenta, generando un effetto più potente rispetto a quello precedentemente atteso dagli esperti.

Le conseguenze del riscaldamento Artico saranno drammatiche:le linee costiere dell’Artico si stanno erodendo. Gli habitat di nicchia come acqua sciolta in ghiacciai pluriennali stanno diminuendo. Alcune specie di animali altamente specializzate dell’Artico probabilmente si estingueranno. I primi segnali di questo rimescolamento biologico sono già evidenti. Alcune specie della zona alta dell’Artico, incluso l’orso polare, stanno lottando contro l’estinzione. Nel frattempo, specie nuove per la regione, come ad esempio gli sgombri ed i Merluzzi dell’Atlantico, vengono pescati nelle reti di pescherecci nelle zone Artiche. Anche il livello globale del mare è a rischio. Lo scioglimento dei ghiacci marini non influenza il livello del mare, visto che la massa sciolta è la stessa; ma lo scioglimento dei ghiacciai ha effetti notevoli; e i ghiacciai della Groenlandia stanno perdendo 200 giga-tonnellate di ghiaccio al giorno, abbastanza da rifornire di acqua un miliardo di persone.

Una paura maggiore risiede nel possibile “cambiamento circolatorio” dei flussi oceanici, ovvero lo scambio di correnti marine tropicali con quelle polari. Un’altra preoccupazione risiede nel fatto che lo scongelamento del permafrost può rilasciare enormi quantità di anidride carbonica e metano nell’atmosfera. Questo è già accaduto in passato, circa 55 milioni di anni fa, portando un aumento della temperatura di 5°C in poche migliaia di anni.

Con l’aumento della temperature, gli effetti verranno sentiti anche altrove in termini di frequenza e nell’intensità delle tempeste tropicali anche nelle zone temperate, così come una crescita delle aree desertiche nelle zone sub-tropicali.

Nonostante tutto questo, nel breve periodo, nessuna specie dell’Artico ne trarrà profitto tanto quanto ne trarrà l’Uomo. Ad esempio, con il ritirarsi della tundra verso nord, ampie zone dell’Artico diventeranno adatte per la coltivazione. Con primavere Artiche sempre più mature, la crescita delle piante aumenterà del 25%. L’Artico ha, inoltre, Petrolio e gas, probabilmente anche in grandi quantità. Negli Stati Uniti, nel Canada, nella Groenlandia, in Norvegia e in Russia sono state emesse licenze di esplorazione a tal proposito. Il 18 Aprile del 2012, Exxon-Mobil ha finalizzato I termini di un accordo con la compagnia russa Rosneft per investire 500 miliardi di dollari per lo sviluppo di riserve offshore

Ci sono potenzialità anche in termini commerciali, con l’aprirsi di nuove rotte navigabili. Risalire la costa siberiana attraverso il passaggio nord-orientale, la Northern Sea Route (NSR), taglia la distanza tra l’Europa occidentale e l’Est asiatico di circa 1/3. Il passaggio è attualmente aperto per 4 o 5 mesi all’anno e sta generando un traffico crescente. Nel 2010 solo 4 navi usarono l’NSR; lo scorso anno lo hanno fatto 34, in entrambe le direzioni, incluse autocisterne, navi merci e persino di crociera.

Tuttavia, secondo Peter Wadhams, direttore del Polar Ocean Physics Group nell’università di Cambridge, sembra che le attività commerciali nell’Artico non potranno raggiungere un’intensità tale da creare danni alla biodiversità dell’Artico.

Guardiamo adesso maggiormente in dettaglio I dati del 2012.
 
 
L’estensione dei ghiacci artici nel 2012

Secondo il National Snow and Ice Data Centre (NSIDC), la media del ghiaccio marino nell’Artico in Dicembre 2012 è stata di 12,2 milioni di kilometri quadrati, ossia 1,16 milioni di kilometri quadrati in meno rispetto alla media registrata tra il 1979 e il 2000 per il mese di Dicembre; essa rappresenta la seconda più bassa estensione dei ghiacci per il mese di Dicembre registrata dai satelliti.

In particolare, alla fine di Dicembre, l’estensione del ghiaccio nella zona Atlantica dell’artico è rimasta molto al di sotto del normale, visto che parte del mare di Kara e del mare di Barents sono rimaste libere dal ghiaccio. Il ghiaccio ha avuto una lenta formazione anche nel Mar Labrador. Nel settore del Pacifico, il ghiaccio è stato leggermente al di sopra del normale, con il limite dei ghiacci nel Mare di Bering esteso più a Sud del normale. Il mare di Bering ha registrato negli anni recenti un estensione dei ghiacci superiore alla norma ed è l’unica regione nell’Artico che sta manifestando un trend positivo nell’estensione dei ghiacci durante i mesi invernali.

A Dicembre 2012, il tasso lineare di declino dell’estensione del ghiaccio in Dicembre rispetto alla media dei decenni che vanno dal 1979 al 2000 è stata di -3,5%. Tuttavia, mentre l’estensione del ghiaccio Artico nella stagione invernale nel complesso mostra solo una modesta riduzione, trend molto più negativi sono registrati per le aree periferiche, con l’eccezione del mare di Bering.

Grafico  - Estensione media mensile dei ghiacci Artici, Decembre 1979-2012

Fonte: National Snow and Ice Data Center


Il minimo dell’estensione del ghiaccio Artico a Settembre 2012

In ogni anno ci sono due mesi di particolare interesse per misurare l’estensione dei ghiacci artici: Settembre, alla fine dell’estate, quando il ghiaccio raggiunge la sua estensione minima, e Marzo, alla fine dell’inverno, quando il ghiaccio raggiunge la sua massima estensione.

In base alle stime prodotte dal National Snow and Ice Data Center (NSIDC), al 16 Settembre del 2012, l’estensione della copertura del ghiaccio ha raggiunto il suo minimo dell’anno con 3,41 milioni di km2. Questo è stato il più basso livello mai registrato nel mese di Settembre, nella storia delle registrazioni satellitari, il 18% inferiore della copertura di ghiaccio avutasi nel mese di settembre del 2007 , quando fu registrato il record minimo di 4,17 milioni di km2.

Il minimo di Settembre 2012 è stato di 3,29 milioni di km2 (ossia il 49%) inferiore alla media di 6,71 milioni di km2 registrata tra il 1979 e il 2000 nel medesimo mese. Gli ultimi 6 anni, 2007-2012, hanno presentato le sei più basse estensioni minime del ghiaccio dall’inizio delle osservazioni satellitari nel 1979.

Con questa tendenza, secondo il Prof. Peter Wadhams della Cambridge University, “Il collasso finale del ghiaccio in estate già è in atto e probabilmente si completerà tra il 2015 e il 2016, quando l’Artico in estate (Tra Agosto e Settembre) sarà completamente libero da ghiaccio”.

Il Prof. Wadhams sostiene che le implicazioni saranno “terribili”. “Le conseguenze positive saranno le possibilità di trasporto attraverso l’Artico e la possibilità di accedere a riserve di gas e di petrolio. Le principali conseguenze negative, invece, saranno un’accelerazione del processo di riscaldamento globale”. “Con il ridursi del ghiaccio Artico in estate, l’oceano si mitigherà (a 7°C in 2011).

In inverno, la perdita di ghiaccio è meno pronunciata. A Marzo 2012, il ghiaccio Artico ha raggiunto il massimo livello dell’anno, per un’estensione di 15,24 km2, tuttavia, il 4% inferiore alla media tra il 1979 e il 2000. Questo ha rappresentato la massima estensione negli ultimi 9 anni, grazie soprattutto alle condizioni del Mare di Bering, dove il ghiaccio ha raggiunto livelli di record sia in inverno che in primavera; c’è da dire che comunque, nel periodo 2004-2012, sono stati registrate le estensioni massime più basse dal 1979.
 
 
Che cosa passiamo fare?

Invertire il processo dello scioglimento del ghiaccio Artico appare un’opera alquanto difficile almeno nel breve termine, e soprattutto se si prende in considerazione l’attuale stile di vita. Le soluzioni ingegneristiche, quali il riflettere i raggi solari nello spazio, la produzione di nubi in modo artificiale o aggiungere minerali negli Oceani in grado di assorbire le emissioni di Co2, potrebbero rappresentare un’alternativa, ma agire ulteriormente sull’ecosistema della Terra (a meno che non si tratti di risolvere situazioni estreme) potrebbe far “arrabbiare” ulteriormente la natura, per cui, almeno per il momento, sono soluzioni che non andrebbero prese in considerazione. E’ probabile che la Terra, essendo esso stesso un organismo autoregolante, sia in grado di riportare “la propria temperatura allo stato di normalità”. Tuttavia, non bisogna mai dimenticare che la Terra, come qualsiasi altro organismo, è particolarmente vulnerabile alle attività esterne (come quelle esercitate dall’uomo) che, a lungo andare, possono danneggiarla in modo irreversibile. Pertanto, nel lungo termine occorre pensare ad uno stile di vita più rispettoso della natura, nell’uso delle risorse e nella generazione di rifiuti.

In ogni caso, secondo le parole di Mark Serreze, almeno nel breve termine dovremmo accettare il processo di riscaldamento ed adattarci ad esso.

"Mentre noi dovremmo certamente lavorare al fine di conservare e sviluppare maggiormente le risorse rinnovabili, allo stesso tempo dobbiamo essere pragmatici – “dobbiamo adattarci ad un clima più mite”. Non ha importanza cosa noi facciamo, noi dipenderemo dalle fonti fossili ancora per un lungo periodo di tempo."

Mark Serreze (Direttore del NSIDC)
Febbraio 2013
 
 
Conclusioni

Le raccomandazioni finali dell’ Interagency Ocean Policy Task Force (Luglio 2010) hanno identificato “il cambiamento delle condizioni dell’Artico” come un’area di enfasi speciale, chiedendo alla National Ocean Policy di “fronteggiare le necessità di gestione ambientale nell’Oceano Artico e delle coste adiacenti nella lotta dei cambiamenti climatici e ambientali indotti”. Il Report richiama a “modi migliori di conservare, proteggere e gestire in modo sostenibile le risorse delle coste e dell’Oceano Artico … nuove collaborazioni e partnership per migliorare il monitoraggio e il giudizio delle condizioni ambientali … un miglioramento delle conoscenze scientifiche del sistema Artico e di come esso stia cambiando in risposta al cambiamento climatico e ad altri cambiamenti”.

Gli effetti del riscaldamento globale sono evidenti e la regione che sta soffrendo di più di questo fenomeno indotto dall’Uomo è proprio l’Artico. Non è la scomparsa del ghiaccio che deve impaurire l’uomo, ma le sue conseguenze di lungo periodo. Lo scioglimento dei ghiacci causerà un’accelerazione del riscaldamento globale con un intensificazione dei suoi effetti altrove (un maggior numero di zone sarà affetto da tempeste tropicali e altre zone dal processo di desertificazione). Gli shock ambientali ed economici saranno molto più frequenti, così come catastrofi non previste colpiranno alcune zone. Inoltre, specie animali sono a rischio di estinzione, con implicazioni in tutto l’ecosistema marino e terrestre. Quindi “l’effetto Albedo”, che deriva dal fatto che superfici chiare (ossia coperte dal ghiaccio) vengono sostituite da superfici più scure (che intrappolano maggior calore), deve essere affrontato il prima possibile a livello locale e generale.

Molti considerano lo scioglimento dei ghiacci artici come una fortuna in termini di esplorazioni petrolifere e di rotte commerciali. Ma questi sono solo vantaggi economici di breve termine. In realtà, ci sono due importanti domande a cui dare risposta: 1) Questi vantaggi economici nel breve termine saranno capaci di superare le più negative conseguenze di un accelerato e irrefrenabile riscaldamento globale (desertificazioni, tempeste tropicali atc…)? 2) Noi possiamo fare qualcosa per fermare il processo di scioglimento dei ghiacci?

Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta è ovvia. In una prospettiva di lungo periodo, l’incremento di aree desertiche e di tempeste tropicali produrranno gravi conseguenze sul sistema agricolo e, considerando la crescita della popolazione che nel 2050 toccherà i nove miliardi di persone, fenomeni di carestia e crisi alimentari saranno molto più frequenti e diffuse. Inoltre, l’effetto globale sul clima e sulla biodiversità di uno scioglimento totale dei ghiacci nell’Artico sono del tutto non prevedibili, così come non sono prevedibili le conseguenze sulla vita dell’Uomo.

Con riferimento al secondo problema, noi possiamo sicuramente fare qualcosa per arrestare il processo del riscaldamento globale. Ma il nostro stile di vita deve essere cambiato e un trattato internazionale globale deve essere raggiunto al fine di ridurre le emissioni di anidride carbonica e, più in generale, l’Impronta Ecologica” dell’uomo. Diversi movimenti (Transition towns, Movimenti della decrescita e così via) stanno emergendo, ma non sono sufficienti, e le policy globali devono cambiare al fine di ridurre i rifiuti industriali e di rendere i business e il consumo più efficienti e rispettosi dell’ambiente. Ci sono tecnologie pronte per consentire che tutto questo diventi realtà, ma alcune lobby devono essere superate al fine di rendere il modello energetico più efficiente e meno inquinante. Solo dopo un azione di queste proporzioni, volta a ridurre le emissioni globali di Co2, potremmo dire che abbiamo fatto tutto il possibile per salvare l’Artico, per ridurre il fenomeno del riscaldamento globale e per conservare l’attuale stato (invidiabile dall’intero Universo) del nostro pianeta.
 
 
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LINK
 
 
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Intergovernmental Panel on Climate Change - http://www.ipcc.ch/
 
National Snow and Ice Data Center - http://nsidc.org/
 
National Oceanic and Atmospheric Administration (NOOA) - http://www.noaa.gov/
 
 
 


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