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FOCUS – Ecologia profonda

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Articolo a cura di Dario Ruggiero (Dicembre 2013)

Premessa

Oggi, l’ecologia è uno dei termini maggiormente soggetto a disinformazione mediatica. Essa è spesso utilizzata dai politici (quando si parla di crescita ecologicamente sostenibile, oppure di politiche per l’ambiente) al fine di far breccia nel senso di responsabilità delle persone e aumentare il proprio bacino di voti; poco conta poi se le soluzioni proposte per il miglioramento dell’ambiente sono povere d’impatto, oppure tendono a soddisfare le esigenze di profitto delle corporation.

L’ecologia è nata come disciplina di studio alla fine del 1800 e, nel corso del 1900, è stata oggetto di forti dibattiti che poi, a partire dal 1970, hanno portato a una scissione tra ecologisti di superficie (per i quali il benessere dell’uomo assume priorità su tutte le altre specie, pur nel rispetto della natura) ed ecologisti profondi (per i quali la natura e il benessere di tutte le specie hanno priorità su quello dell’uomo).

Oggi ci sono molti problemi a cui la scienza moderna sembra non essere in grado di trovare efficaci soluzioni. L’ecologia profonda, invece, sembra aver trovato una risposta a buona parte di essi. Secondo Edward Goldsmith - uno dei più grandi ecologisti del 1900 -, quasi la totalità dei problemi ambientali e sociali sono il risultato di una visione antropocentrica del mondo che considera i beni e i servizi artificiali come l’unica fonte di ricchezza dell’uomo. Per risolvere questi problemi occorre ritornare a una visione eco-centrica che vede negli equilibri e nella ricchezza della natura la vera fonte del nostro benessere. Seppure, appare difficile, almeno per il momento, ritornare a forme di società vernacolari – tipologia sociale che Goldsmith considera come modello esemplare di una visione del mondo ecologica -, da esse c’è molto da imparare ed è fortemente auspicabile un ritorno a modelli sociali che diano maggiore enfasi sull’integrazione sociale e sull’integrazione tra uomo e ambiente. Se non si pone un freno all’esagerata e infinita tendenza verso la massimizzazione del benessere artificiale e a privilegiare l’interesse economico su quello sociale e ambientale, il degrado sociale e ambientale continueranno, fino al punto che l’uomo si ritroverà in un ambiente inadatto alla sua esistenza.

Questo articolo, dopo un excursus sul percorso evolutivo dell’ecologia dalla fine del 1800 ad oggi, descrive il concetto di “ecologia profonda”. Successivamente, si c’è un paragrafo che sintetizza la forte critica a quella che Edward Goldsmith definisce come “visione del mondo del modernismo”. Infine, si chiude con un paragrafo che propone le risposte che l’ecologia dà ai principali problemi che attualmente affliggono il mondo

 

 
 
Ringraziamenti

I migliori ringraziamenti per la realizzazione di questo articolo vanno al Dott. Oliver Tickell, Operetional Editor della rivista ambientalista “The Ecologist”, e al Dott. Douglas Tompkins, Presidente della “Foundation for Deep Ecology” e della “Tompkins Conservation”, per averci concesso un’intervista sull’argomento. (Intervista con Oliver Tickell; Intervista con Douglas Tompkins)

“Noi abusiamo della Terra perché la consideriamo un bene
che ci appartiene, ma quando consideriamo la Terra come una comunità
alla quale apparteniamo, possiamo cominciare a usarla con amore e rispetto.”
(Aldo Leopold, 1953)


“La grande visione sistemica del mondo ci aiuta a riconoscere
la nostra ‘immersione’ nella natura, supera la nostra alienazione dal resto della creazione,
e modifica il modo in cui noi possiamo fare esperienza di noi stessi
attraverso un processo di identificazione in continua espansione.”
(Arne Naess, 1989)


“In natura,…il mezzo normale che permette agli alberi di prosperare é l’associazione
in una foresta. Ogni albero può perdere qualcosa della propria crescita individuale,
ma tutti si aiutano tra loro per salvaguardare le condizioni per sopravvivere.
Il suolo è preservato e ombreggiato; e i microbi necessari alla sua fertilità non sono
né bruciati dal sole, né gelati; né dilavati via. Una foresta é
il trionfo dell’organizzazione di specie dipendenti l’una dall’altra.”
(A. N. Whitehead, 1958)


“La civiltà tecnologica sopprime, annienta ciò che esiste, per sostituirlo continuamente con qualcos'altro.
I prodotti sempre nuovi dell'invenzione umana — città, fabbriche, macchine, autostrade,
frigoriferi, gadget elettronici —, quel che chiamiamo la tecnosfera,
hanno rimpiazzato sistematicamente il mondo vivo: il mondo della stabilità, della biosfera,
il mondo che ha impiegato tre miliardi di anni per svilupparsi.”
(Edward Goldsmith, 1996)
 
 
Cenni sull’evoluzione del pensiero ecologico
 
L’ecologia (dal greco: οίκος, oikos, "ambiente"; λόγος, logos, “studio”) è nata come disciplina accademica verso la fine del 1800; essa è la branca delle scienze naturali che studia l'ecosfera, ossia la porzione della Terra in cui è presente la vita (in aggregati sistemici detti ecosistemi), le cui caratteristiche sono determinate dall'interazione degli organismi con l'ambiente circostante. Secondo i primi ecologi, le popolazioni biologiche sono organizzate in “comunità”, e la loro struttura non può essere compresa se analizzata per parti isolate. Victor Shelford, uno dei pionieri dell’ecologia negli Stati Uniti, definì l’ecologia come la “scienza della comunità”. Negli anni ‘’30, l’ecologo Arthur Tansley coniò il termine “ecosistema” che definì come “una comunità insieme al suo ambiente abiotico”. Eugene Odum, uno dei più eminenti ecologi degli ultimi tempi, ha definito l’ecologia come “la scienza della struttura e della funzione della natura”, o “della struttura e della funzione di Gaia”. Secondo Barrington Moore, il primo presidente dell’American Ecological Society, infine, l’ecologia era una scienza “sovrapposta alle altre scienze, essenziale per comprendere la struttura e la funzione della biosfera”. Tutti gli ecologi citati hanno una visione comune dell’ecologia: la considerano una scienza integrata che studia la natura secondo una visione “olistica”; tale visione entra in pieno contrasto con l’approccio riduzionista adottato dalla scienza moderna che studia i fenomeni dell’universo in modo separato e, almeno per il momento, non accetta un approccio alternativo, più consone a quello adottato dall’ecologia classica. Tuttavia, negli anni “40 alcuni ecologi, tra cui in modo particolare Arthur Tansley, ecologo di Oxford, si sono discostati dal pensiero originario dell’ecologia e, nel tentativo di avvicinarla al paradigma scientifico, hanno dato origine all’“ecologia riduzionista e meccanicistica” che nega il principio olistico che “il tutto è più della somma delle sue parti”; Per Tansley, la “totalità” non è altro che la sintesi delle azioni delle singole componenti delle associazioni.[1] Nel tempo si sono poi affermati diversi movimenti ecologisti che, discostandosi dal pensiero originario dell’ecologia, considerano la Natura come un’entità da salvare in quanto al servizio dell’uomo (concezione antropocentrica dell’ecologia) e non perché abbia un valore a se stante (concezione eco-centrica). Sulla base di queste tendenze, a partire dagli anni “70, con le pubblicazioni di Arne Naess, è iniziato a diffondersi il concetto di “ecologia profonda”, dove il pensiero antropocentrico viene completamente sostituito da quello eco-centrico. In particolare, per i teorici dell’ecologia profonda, in contrapposizione da quanto affermato dalla teoria darwiniana[2], i meccanismi di retroazione (ossia l’interazione tra l’evoluzione dei sistemi e il comportamento dei singoli organismi) sono la verità e l’essenza dell’evoluzione dei sistemi e della gerarchia gaiana[3] più in generale.
 
 
Ecologia profonda ed ecologia di superficie

“….Data la gravità della crisi eco-sociale in cui l'umanità è intrappolata, occorre, pertanto, in via prioritaria fare un’analisi sistemica dei “valori” su cui si basa il nostro modello di sviluppo sociale, economico, culturale ed educativo; solo in questo modo possiamo capire bene che cosa ci ha portato ad intraprendere un percorso tanto dannoso per il nostro ecosistema e che sta producendo effetti molto negativi come il “cambiamento climatico” e “la crisi di estinzione”, che io definisco “la madre di tutte le crisi”. In sintesi, Naess e altri ecologisti ipotizzano che la “condivisione del pianeta con le altre creature” è un assunto fondamentale per invertire le attuali tendenze degenerative….” 

Douglas Tompkins, Deep Ecology Foundation, Presidente
www.lteconomy.it, dicembre 2013
 
 
Arne Naess, filosofo norvegese, nel 1973 coniò il concetto di “ecologia profonda”. Secondo Naess, da un punto di vista ecologico, “ogni essere vivente ha il diritto universale alla vita”, e nessuno di essi, quindi anche l’uomo, può essere considerato a un livello superiore degli altri. L’ecologia profonda critica in modo radicale le concezioni filosofiche predominanti nell’Occidente; la natura assume un’importanza metafisica; essa ha un valore a se stante e supera definitivamente il concetto restrittivo di “ambiente dell’uomo”. L’ecologia di superficie, invece,ha per scopo la diminuzione degli inquinamenti e la salvezza degli ambienti naturali senza intaccare la visione del mondo della cultura occidentale.

La differenza tra ecologia profonda ed ecologia di superficie sta, pertanto, nell’obiettivo di fondo dell’una e dell’altra: nel primo caso l’obiettivo è “salvare la Natura come fine a se stante”(visione eco-centrica); nel secondo caso la Natura assume un ruolo secondario e funzionale al benessere dell’uomo - che ha un ruolo privilegiato tra tutti gli esseri viventi – (visione è antropocentrica).

Il termine “profonda” indica che tale branca dell’ecologia pone grande interesse alle domande filosofiche fondamentali sul ruolo della vita umana nell'ecosfera. In questa prospettiva, il concetto di progresso, così come inteso nella cultura occidentale, viene sottoposto a una profonda accusa: esso è considerato un’invenzione dell’Occidente il cui unico scopo è distruggere le altre culture umane e restare l’unica cultura del Pianeta. Altrettanto criticato è il concetto di sviluppo, che, secondo gli ecologisti profondi, sta a indicare il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie che abitano il mondo, e il sopravvento della cultura industriale sulle altre culture. Nell’ecologia profonda assume una grande importanza e una priorità assoluta la conservazione dell’equilibrio globale, della varietà e della complessità degli esseri viventi, degli ecosistemi e delle culture. Non c’è alcun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore delle altre civiltà che abitano o hanno abitato la Terra. Allo stesso modo, non ha alcun senso parlare di specie “utili” e di specie “nocive”, in quanto qualunque cosa si trova in Natura ha la sua ragione di esistenza ed è il risultato di milioni di anni di evoluzione.

 

BOX – L’origine del concetto di ecologia profonda

E’ nella baita Tvergastein, sulla cima del monte Hallingskarvet, in Norvegia, il luogo in cui Arne Naess, completamente isolato e immerso nelle sue letture su Gandhi e nello studio del sanscrito, ha sviluppato gran parte del suo pensiero sull’ecologia profonda.

Per Naess, la scienza ecologica, da se, non può rispondere a domande etiche su come dovremmo vivere. Per questo occorre una saggezza ecologica. L'ecologia profonda cerca di sviluppare tale saggezza concentrandosi su una profonda esperienza, una profonda critica sul modello sociale esistente e un profondo impegno. Questi elementi costituiscono un sistema interconnesso che Naess definisce “ecosofia”, un’evoluzione della filosofia dell’essere, del pensare e dell’agire nel mondo, che incarna la saggezza ecologica e l'armonia.

Arne Naess sottolinea l'importanza dell’“esperienza spontanea”. Un aspetto fondamentale della profonda esperienza è la percezione della rete di relazioni: gli oggetti non sono isolati, ma sono nodi di una vasta rete di relazioni. Quando si verifica tale esperienza, si percepisce un forte senso di identificazione con tutto quello che si sta osservando. Questa identificazione comporta un elevato senso di empatia e un ampliamento della nostra preoccupazione alla vita non umana. Ci si rende conto di come il nostro benessere fisico e psicologico dipenda dal benessere della natura. Di conseguenza nasce una forte e naturale inclinazione a proteggere la vita non umana (non si tratta di un obbligo o di coercizione ma di un’inclinazione). Si acquisisce la consapevolezza che gli altri esseri, dai microbi alle forme di vita più complesse, fino agli ecosistemi e a Gaia nel suo complesso, sono impegnati nel processo di dispiegamento delle loro potenzialità innate, processo che Naess definisce col termine di auto-realizzazione. Per gli esseri umani, l'auto-realizzazione comporta lo sviluppo di un senso d’identificazione che va oltre l’ego personale, e si estende a un sistema d’interesse molto più ampio. Naess ha chiamato questo senso espanso del sé l’“ecological self”. Poiché tutti gli esseri viventi cercano a modo loro il senso di auto-realizzazione, ci si rende conto che tutti sono dotati di un valore intrinseco, indipendentemente da qualsiasi valore utilitaristico, economico o altro potrebbe essere loro attribuito per fini umani. C'è, pertanto, in linea di principio, una fondamentale uguaglianza tra vita umana e non umana. Questa prospettiva eco-centrica contrasta con la visione antropocentrica che attribuisce valore intrinseco solo agli esseri umani, valorizzando la natura solo se è utile per la nostra specie.

La piattaforma dell’ecologia profonda:

  1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
  2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori in sé.
  3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità, a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
  4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuzione.
  5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
  6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
  7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
  8. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.

 

Modernismo ed ecologia

Edward Goldsmith, uno dei principali sostenitori dell’ecologia profonda, ha fortemente criticato la “visione del mondo”, ampiamente condivisa dagli accademici e dalla nostra società, da lui definita con il termine di “modernismo”. Uno dei dogmi fondamentali di questa visione e dei suoi paradigmi accademici riguarda il concetto di ricchezza: tutti i benefici, e quindi il nostro benessere e la nostra ricchezza, dipendono dal mondo costruito dall’uomo. “Per i modernisti è fondamentale che tutti i benefici siano artificiali – prodotti dal progresso scientifico, tecnologico e industriale e resi disponibili attraverso il sistema di mercato”. Così, ad esempio, la salute è considerata un bene (servizio) che viene dispensato negli ospedali, con l’aiuto degli apparecchi tecnologici e dei preparati farmaceutici (l’interesse non è avere una società senza malattie, ma una società con malattie da curare, o meglio i cui sintomi possano essere attenuati dai farmaci). L’istruzione è considerata un bene che si può acquistare solo nelle scuole e nelle università. La legge e l’ordine, invece che essere caratteristiche naturali della società umana, sono fornite dalle forze di polizia, dai tribunali e dal sistema carcerario (e sarebbe un danno economico non avere ladri e assassini). In sostanza per i “modernisti” la ricchezza è il risultato dell’acquisto di beni e servizi creati in modo artificiale.

“… Non sorprende, pertanto, che la ricchezza di una nazione sia misurata dal suo prodotto interno lordo pro capite, che fornisce una rozza misura della sua capacità di fornire ai cittadini tutti questi beni artificiali, un principio fedelmente rispecchiato nell’economia moderna”.

(Edward Goldsmith, 1996)
 

Per gli economisti educati secondo queste idee, i benefici naturali (quali la stabilità del clima, la fertilità del suolo, la preservazione delle risorse idriche, l’integrità e la coesione delle famiglie e delle comunità) non sono benefici; ne consegue che a essi non è attribuito alcun valore economico. Essere privati di tali benefici non costituisce alcun costo per la società, per cui da un punto di vista della ricchezza delle nazioni, essi possono essere distrutti impunemente. Anche gli economisti contrari a questo sistema contabile negano che la distruzione ambientale possa rappresentare un problema, semplicemente perché a loro è stato insegnato che il sistema di mercato, in combinazione con la scienza, la tecnologia e l’industria, può far fronte a qualsiasi “scarsità di risorse”.

Per la visione del mondo dell’ecologia, invece, i reali benefici, e quindi la vera ricchezza, derivino dal normale funzionamento del mondo naturale. La nostra reale ricchezza è costituita da un clima stabile e favorevole, da terreni agricoli fertili, da una natura abbondante, da fiumi e ruscelli non inquinati e dalla miriade di forme di vita che abitano i sistemi naturali. La visione distorta del mondo (il modernismo appunto) sta portando alla perdita di tali ricchezza e ha portato al degrado di terre che una volta erano ricche di risorse naturali: in Africa – un continente in cui carestia e siccità sono diventati problemi cronici – la scarsità di cibo in passato era inusuale (Richard Lee, 1969; Mungo Park, 1984). Per quanto riguarda la capacità dello sviluppo tecnologico di surrogarsi alle risorse naturali, secondo i teorici dell’ecologia profonda, questo non può accadere. Qualsiasi tentativo di sostituire un prodotto o un processo naturale che proviene da millenni di esperienza e di evoluzione è destinato a fallire; in primis sono destinati a fallire quei tentativi di risolvere il cambiamento climatico tramite soluzioni di geo-ingegneria (come l’installazione di specchi in orbita terrestre per riflettere i raggi del sole), in quanto non se ne conoscono le reali conseguenze (negative o positive che siano). L’ecosfera è dotata di meccanismi omeostatici che hanno finora regolato il clima mondiale e che non possono essere assolutamente sostituiti. Considerazioni analoghe valgono per gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) che non potranno mai essere in grado di sostituire milioni di anni di evoluzione biologica delle piante e dei frutti naturali.

Un altro dogma che trova in pieno contrasto i modernisti e gli ecologisti riguarda la concezione degli altri esseri viventi e della posizione che l’uomo ha nell’ecosfera. La cultura del modernismo considera gli animali non umani come “bestie”, privi di qualità come intenzionalità, creatività, intelligenza, coscienza e moralità, il cui comportamento è cieco è meccanico. Sotto questa visione ne è giustificata l’uccisione e lo sfruttamento. In una visione ecologica, invece, non c’è alcuna barriera fondamentale che separi l’uomo dagli altri esseri viventi.

Infine, un terzo dogma che la visione ecologica del mondo critica fortemente alla visione modernista riguarda il concetto di “mutamento”. Per i modernisti la società deve tendere al mutamento, inteso come “progresso”. Per gli ecologisti i sistemi naturali non tendono al mutamento, ma tendono a evitarlo; il mutamento avviene non perché sia desiderabile di per sé, ma perché, in certe condizioni, è giudicato necessario, per prevenire mutamenti più ampi e distruttivi; questo vale per l’evoluzione sociale come per l’evoluzione biologica. Lo sviluppo, secondo la visione del modernismo è essenziale per aumentare il “benessere” della popolazione e l’equità nella distribuzione delle ricchezze. Tuttavia, lungi dall’aver mantenuto le sue promesse di migliorare la nostra vita, lo sviluppo ha portato il nostro ambiente e il nostro modo di vivere ad allontanarsi sempre più dalle condizioni alle quali siamo stati adattati nel corso della nostra evoluzione; qualsiasi parte dell’ecosfera (organismi unicellulari, organismi complessi, comunità e sistemi) possono adattarsi solo entro un “intervallo di tolleranza”; il progresso sta creando condizioni che sono sempre più al di fuori del nostro intervallo di tolleranza, un processo che se continuerà, significherà l’estinzione della nostra specie.
 
 
Grafico 1 – Modernismo ed Ecologia: visioni a confronto


Fonte: nostra elaborazione
 
 
Le conseguenze del modernismo 
 
La principale conseguenza di una visone del mondo basata sul modernismo è sicuramente la crescente pressione sugli equilibri dell’ecosfera. Un sistema in equilibrio è innanzitutto stabile: esso è in grado di resistere agli shock esterni senza generare grossi cambiamenti al proprio interno. La crisi ecologica che stiamo vivendo (inquinamento, cambiamento climatico. Arctic melting, esaurimento delle risorse etc…) è la principale conseguenza di questa visione che fa del progresso e dello sviluppo economico il suo obiettivo primario. Tuttavia, oltre a questa, stanno scaturendo altre conseguenze che interessano in modo più diretto l’uomo: il disadattamento biologico e il degrado sociale
 
Disadattamento biologico. Man mano che l’ambiente si discosta dal suo stato ottimale, il disadattamento biologico aumenta, e con esso aumentano le malattie. Oggi mangiamo i prodotti di un’agricoltura intensiva che utilizza una grande abbondanza di sostanze chimiche (ormoni, antibiotici, conservanti etc…); l’acqua che beviamo è ricca di nitrati e pesticidi e l’aria che respiriamo è inquinata. Tutto ciò genera l’insorgere e il diffondersi di malattie estranee alle società vernacolari.[1] Per di più la globalizzazione favorisce lo spostamento di specie di insetti, portatori di malattie (quali malaria e schistosomiasi) in parti del mondo dove prima essi erano estranei. Il progressivo assottigliamento dello strato di ozono sta determinando un aumento delle radiazioni ultraviolette che favorisce lo sviluppo di cancro alla pelle e abbassa le nostre difese immunitarie. Il problema di tutti questi cambiamenti riguarda la loro “velocità di accadimento”. L’uomo e gli altri esseri viventi non hanno avuto il tempo di adattarsi; più precisamente, si tratta di modifiche ambientali che hanno ecceduto il nostro livello di tolleranza di adattabilità; la conseguenza finale è un aumento del nostro disadattamento biologico (si stanno riducendo drasticamente le nostre capacità di sopravvivenza e di procreazione). 
 
Degrado sociale. Man mano che l’ambiente si discosta dal suo stato ottimale, il disadattamento sociale aumenta: l’uomo si è evoluto nella famiglia estesa, nelle comunità; con lo sviluppo della’industria moderna, la stessa famiglia estesa si è disintegrata, arrivando a una società atomizzata, in cui tutto ciò che rimane della struttura sociale originaria è la famiglia nucleare, o addirittura la famiglia monoparentale, fino alla disintegrazione totale nei suoi singoli membri. Il progresso sta contribuendo non solo all’alienazione spaziale dalla famiglia estesa, ma anche a quella temporale (alienandoci sempre più dal passato - dai nostri antenati - e dal futuro, dalle generazioni che seguiranno), rendendo l’uomo sempre più egoista è avido nel consumare e degradare le risorse della Terra. La privazione di un ambiente familiare soddisfacente influisce profondamente sul comportamento e sullo sviluppo psicologico dei bambini, specie se questo accade nella prima fase dell’infanzia (Hebb D. O., 1949); i bambini definiti “emotivamente disturbati”, sono una delle conseguenze di tale privazione affettiva; essi trovano difficile adattarsi al loro ambiente sociale, tendono ad aborrire da ogni vincolo sociale e nel futuro saranno maggiormente inclini a comportamenti sociali aberranti, quali delinquenza, alcolismo e tossicomania. Ad aggravare maggiormente il generale stato di alienazione sociale si aggiunge il “vuoto morale e culturale” in cui vivono i giovani di oggi. Ne conseguono distorsioni psicologiche, quali un debole senso morale, una confusione dell’identità sessuale, un forte orientamento al presente e una forte predisposizione a psicopatologie (Oscar Lewis, 1966). Pertanto, la criminalità, la fuga dalla realtà (tramite l’uso di alcol o di droghe), i suicidi, non sono altro che modi diversi di reagire a una stesso problema che è l’aumentata alienazione sociale. Spesso le suddette aberrazioni sociali sono attribuite alla povertà economica e materiale (ignorando il fatto che l’incidenza di tali aberrazioni è particolarmente bassa nelle aree più povere del Terzo Mondo); in particolare, si considerano la disoccupazione e il declino dello stato assistenziale come le cause di tali aberrazioni; se pur essi sono importanti, nella società moderna, in realtà non lo sarebbero in un mondo in cui l’aspetto sociale è in grado di compensare ampiamente i problemi economici. Il vero problema è che il mondo attuale procede sempre più verso la de-valorizzazione dell’aspetto relazionale e sociale, e la valorizzazione, invece, di quello materiale, determinando comportamenti che contribuiscono sempre più al degrado personale e sociale.  
 
 
Pillole di ecologia 
 
Diversi problemi stanno emergendo a livello planetario, a cui la scienza finora ha trovato poche o non soddisfacenti soluzioni. L’ecologia dà una risposta a molte di queste problematiche, interpretando in modo semplice e diretto le vere cause da cui esse originano. L’agricoltura, l’educazione, l’impronta ecologica sono alcuni dei problemi a cui l’ecologia riesce a dare risposte convincenti.  
 
1. L’uomo moderno viola una delle principali leggi della "economia naturale”: conservare l’integrità e la stabilità del sistema entro il quale le risorse sono distribuite
 
Un esempio pratico di questa legge è il costante riciclo delle risorse da parte della natura. Poiché le risorse del nostro pianeta sono finite e la biosfera è un sistema chiuso (almeno per quanto riguarda la materia, mentre è aperto con riferimento all’energia), il riciclaggio del materiale è necessario e i rifiuti prodotti da un determinato processo dovranno servire come risorse di altri processi. Così ad esempio, durante la fotosintesi, il carbonio è estratto dall’anidride carbonica presente nell’atmosfera e viene liberato ossigeno; l’ossigeno, pertanto, è un prodotto di scarto del processo di fotosintesi, ma serve ad alimentare un altro processo che è quello della respirazione degli animali. Un altro esempio (che qui non si approfondisce) di riciclo è la “catena alimentare”. Pertanto, l’uomo moderno viola questo principio basilare della natura. Invece di essere restituiti al suolo, come è nella pratica degli agricoltori tradizionali, i rifiuti umani, vengono scaricati nel corso d’acqua più vicino o in discariche, privando il suolo della sua fertilità e inquinando invece i corsi d’acqua e altri terreni. Inoltre, i prodotti agricoli, invece di essere consumati localmente vengono in gran parte esportati e non potranno restituire alla terra di origine i loro scarti. In questo modo la terra viene spogliata dalle sue sostanze organiche e minerali essenziali.  
 
2. Un sistema agricolo con una base genetica troppo ristretta è vulnerabile a epidemie distruttive
 
L’agricoltura industriale moderna si basa principalmente sull’utilizzo di tecniche di monocoltura piuttosto che di policoltura. Questo, nonostante sempre più Report sottolineano la vulnerabilità e l’inefficacia di tali modelli (UNCTAD, “2013 Trade and Environment Report”). Storicamente, l’esempio più noto di vulnerabilità è dato dalla sorte toccata all’economia irlandese nel XIX secolo. La maggior parte della popolazione irlandese si nutriva prevalentemente di patate, mentre la produzione cerealicola era esportata in Inghilterra. Essendo le patate di un’unica varietà, ben presto vennero colpite da un’epidemia; due milioni di persone morirono e diversi milioni furono costretti ad emigrare nel Nord America. Nel 1970 gli Stati Uniti persero il 15% della produzione di mais a causa di un fungo; la popolazione non fu colpita gravemente da questa perdita, in quanto aveva un’alimentazione piuttosto diversificata; ma se un’epidemia del genere dovesse colpire il Terzo Mondo le conseguenze sarebbero disastrose. Gli ecologi distinguono tra ridondanza diversificata (che è una strategia insita nei sistemi naturali al fine di far fronte a una gamma molto ampia di sfide) e ridondanza uniforme (fenomeno generalmente creato dall’uomo in agricoltura e che altamente vulnerabile – si pensi di nuovo ai gradi campi coltivati a monocoltura). L’agricoltura tribale si caratterizza per un’incredibile diversità delle piante coltivate (Jurion F., 1969). Le società contadine tradizionali si pongono l’obiettivo di ridurre la vulnerabilità, piuttosto che di massimizzare le rese (Scott J., 1978). Coltivare un gran numero di piante fa aumentare non solo la diversità (fattore che ne riduce la vulnerabilità), ma anche la complessità dell’ecosistema agricolo. In un sistema di agricoltura intercalare ben pianificato, le piante stabilitesi per prima tendono a ridurre la temperatura del suolo e a produrre il microclima appropriato per le altre piante. Le piante, inoltre, si integrano a vicenda per quanto riguarda il ciclo delle sostanze nutritive; le piante con le radici più lunghe fungono da pompe di sostanze nutritive portando su minerali che altrimenti resterebbero nelle profondità del suolo. Così, ad esempio, i cereali traggono vantaggio dall’essere coltivati insieme ai legumi, che hanno radici più profonde, che permettono un migliore utilizzo delle sostane nutritive e i cui noduli radicali ospitano batteri specializzati nella fissazione dell’azoto.
 
 “…La degradazione del suolo, il cambiamento climatico, il sovra utilizzo e la contaminazione dell’acqua, il cibo poco salutare, l’eccessivo uso di energia per produrre e distribuire il cibo sono alcuni dei principali problemi che questo sistema comporta. E’ evidente che occorre un nuovo modello agricolo, richiesto e appoggiato dai governi; tale modello dovrebbe basarsi su un sistema integrato di agricoltura che rispetta e rigenera il suolo, riduce lo spreco di energia nella fase di produzione e distribuzione dei cibi e che produce cibi salutari…” 
 
Douglas Tompkins, Foundation for Deep Ecology,
Presidentewww.lteconomy.it, dicembre 2013  
 
 
3. L’esportazione di derrate alimentare è una delle principali cause della denutrizione e delle carestie nel Terzo Mondo
 
Gran parte delle terre arabili in questi Paesi - in alcuni casi fino al 70% - è usata per colture destinate all’esportazione; le principali colture alimentari dalle quali la popolazione locale dipende per la propria sussistenza vengono marginalizzate. Ciò di cui tali popolazioni necessitano è una maggiore, se non completa, autosufficienza, soddisfacendo i bisogni locali attraverso i mercati locali; In tal modo, oltre a garantire una maggiore e più distribuita disponibilità di cibo alle comunità locali, l’attività economica torna a essere subordinata agli imperativi ecologici (rispetto del territorio con un’agricoltura tradizionale, diversificata e rispettosa delle risorse), sociali (in un economia locale l’aspetto sociale assume una grande rilevanza) e morali (i principi e i valori su cui si basano le comunità locali tornano a far parte del proprio essere).  
 
4. Maggiore è l’impronta ecologica di una società, maggiore sarà la sua probabilità di declino
 
Intorno al 1500 a.c., la grande civiltà della valle dell’Indo giunse alla sua fine. La sua principale città, Mohenjo Daro, era costituita con mattoni cotti. La quantità di legna necessaria a cuocere i mattoni per soddisfare i fabbisogni edili di questa città era talmente elevata che la zona non fu più in grado di sostentarne lo sviluppo e la persistenza. L’impatto delle nostre moderne città industriali è molto più elevato e distruttivo (Wheeler R.E.M., 1959). Da un punto di vista ecologico, più piccoli sono gli insediamenti, più sostenibili essi soni; l’impatto ambientale è molto basso; i vantaggi si percepiscono anche da un punto di vista sanitario, dati i bassi livelli di inquinamento; ma non mancano i vantaggi sociali e quelli dovuti a un maggior contatto con la natura. 
 
“…La civilizzazione, ossia la tendenza delle società umane a vivere in paesi sempre più grandi, in città e aree urbane giganti, con un'economia tecno-industriale e una struttura sociale fondata su un ottimismo mega-tecnologico, ha portato l’umanità a distaccarsi dal mondo naturale. Quest’allontanamento ha collocato l'umanità in una sorta di microcosmo del proprio processo decisionale; in questo modo si è perso il senso che la natura - l'essenza stessa che rende il mondo vivo e funzionante e da cui l'umanità dipende ineluttabilmente - sia di grande importanza per la nostra sopravvivenza e che, pertanto, debba essere assolutamente preservata...” 
 
Douglas Tompkins, Foundation for Deep Ecology,
Presidente, 
www.lteconomy.it, dicembre 2013  
 
5. Nel mondo moderno abbiamo perso di vista il vero ruolo dell’educazione
 
I bambini vengono educati fin dalla loro infanzia in istituzioni specializzate, in perfetto isolamento dal processo sociale. In questo modo il giovane è tagliato fuori dalla società ed è costretto a orientarsi esclusivamente verso il “suo gruppo di età”. Si creano piccole “società di adolescenti”, in cui si realizzano la maggior parte delle interazioni e poche restano le interazioni con la società adulta. In questo contesto gli obiettivi degli adolescenti si possono discostare fortemente da quelli che sono i più generali obiettivi della società in cui vivono, generando comportamenti spesso molto dannosi per la società nel suo complesso. Tali comportamenti non si verificano nelle società tribali e vernacolari, dove l’educazione ha innanzitutto un ruolo di integrazione nell’intero complesso sociale. I bambini vengono educati nelle famiglie e nelle comunità e interagiscono con gli adulti. Le società moderne dovrebbero trovare una soluzione all’alienazione sociale a cui sono sottoposti i bambini e gli adolescenti. Uno dei problemi principali, oltre a quello dell’isolamento e della clusterizzazione sociale, degli attuali sistemi educativi è che, con sempre maggiore frequenza, i bambini perdono le relazioni affettive delle mamme a un’età inferiore a 1 anno.  
 
6. Nelle società moderne l’attività economica non è più soggetta al controllo sociale e a quello ecologico. 
 
Nelle società tribali e vernacolari l’attività economica ha innanzitutto un ruolo sociale. Essa è subordinata alla stabilità sociale e a quella ecologica (Karl Polanyi, 1957); la produzione e lo scambio di un bene diventano un’occasione per aumentare la ricchezza sociale e il dono e lo scambio assumono un ruolo preponderante rispetto alla vendita. La posizione sociale di un individuo all’interno di una società vernacolare dipende dalla sua generosità e dal contributo che dà al benessere della società; su questo presupposto si riducono al minimo i fenomeni di parassitismo e di furto sociale (come ampiamente accade invece in molte società moderne). Nelle società moderne quasi tutti i beni e servizi perdono la loro connotazione sociale e diventano oggetto di mercato.  
 
7. Il denaro serve a facilitare il commercio di beni e servizi, indipendentemente dal fatto che tale commercio sia desiderabile da un punto di vista ecologico, sociale e morale
 
Nelle società vernacolari antiche, la funzione sociale del denaro era essenziale. Le forme di moneta erano piuttosto rozze, ma, in realtà, nascondevano profondi valori sociali e culturali. Oggi, invece, il denaro è ridotto a puro elemento facilitatore di scambi.  
 
8. La nostra incapacità di controllare le intrusioni tecnologiche nel funzionamento dell’ecosfera costituisce una crescente minaccia per la sopravvivenza umana via via che la scala degli interventi aumenta
 
La tecnologia ha perso il proprio ruolo di contribuire alla stabilità del contesto ecologico e sociale in cui viene introdotta. Essa non è più soggetta ad alcun controllo ecologico e sociale e la sua introduzione non tiene conto degli effetti che produce nell’ambiente e nella società. Il carattere più distruttivo si manifesta quando una nuova tecnologia viene introdotta in una società tribale; in questi casi l’uso di oggetti tradizionali è un fattore di grande coesione sociale e di conservazione di valori, per cui la loro sostituzione genera disgregazioni sociali (Sharp R.L., 1971). Ma la minaccia maggiore al pianeta arriva dallo sviluppo dell’ingegneria genetica, perché si tratta di forme tecnologiche controllate da minoranze eccessivamente piccole e le cui conseguenze sono tremendamente irreversibili. (Culliton B.J, 1979).  
 
9. Attualmente, nessuna importante decisione politica viene adottata perché desiderabile da un punto di vista umano, sociale o ecologico, ma piuttosto perché serve allo scopo di potenti associazioni a scopo specifico
 
Sono queste le politiche che stanno rapidamente rendendo inabitabile il nostro pianeta. In generale, i governi non prenderanno alcuna misura che vada contro gli interessi di un’industria importante, quantunque distruttive siano le sue attività, a meno che non siano costretti a farlo dall’opinione pubblica. La ragione principale risiede nel fatto che i governi hanno un insaziabile appetito di denaro: nelle democrazie moderne, è il denaro che permetterà loro di essere rieletti, attraverso elaborate e costose campagne elettorali; nelle dittature, esso permetterà di acquistare le armi e pagare l’esercito necessario a conservare la dittatura. Le corporation hanno il monopolio del denaro, e, grazie a esso, riescono a influenzare ampiamente le decisioni politiche sia nelle dittature che nelle democrazie. 
 
“le grandi corporation hanno guadagnato potere nel processo politico. Questa è una sfida seria per il movimento ambientalista, perché esso è fondamentalmente un movimento democratico e oggi il processo democratico è in gran parte nelle mani delle corporation.” 
 
Oliver Tickell – The Ecologist, Operetional Editor;
www.lteconomt.it, dicembre 2013  
 
 
10. Alla luce della visione modernista del mondo, “lo Stato” è l’unico strumento di governo possibile ed è desiderabile che le persone agiscano in modo individuale, competitivo, aggressivo e disorganizzato. 
 
L’idea che una società possa autogovernarsi è estranea ai sociologi e ai politici moderni. Margaret Thatcher, quando era primo ministro, affermò che “una società umana non è altro che la somma degli individui e delle famiglie che vi vivono”, dichiarando in questo modo la non auto-governabilità delle società. Secondo la visione modernista, l’assenza di uno Stato nella società non può che determinare una guerra tra gli individui. In realtà, le società vernacolari antiche e quelle che tuttora vivono, rimanendo fuori dal commercio internazionale, hanno dimostrato il contrario, riuscendo ad autogovernarsi in assenza di istituzioni governative. Se pure appare difficile, almeno nell’immediato, tornare a forme di società auto-governate come quelle vernacolari, appare desiderabile ridurre l’incentivo che le moderne istituzioni danno alle persone nel comportarsi in modo eccessivamente individualistico e competitivo. La nostra società ha bisogno, specie in un momento come questo in cui c’è un crollo dei valori, il ritorno a società maggiormente collaborative e in cui le relazioni sociali e il rispetto per l’ambiento assumono un ruolo preponderante nella vita e negli obiettivi di autorealizzazione degli indiviui.  
 
11. Invece di interpretare i nostri problemi come l’inevitabile conseguenza dello sviluppo economico, li interpretiamo come una prova che lo sviluppo economico non è andato abbastanza avanti o rapidamente. 
 
Facciamo subito qualche esempio. Il degrado dei terreni agricoli è attribuito dai governi e dalle agenzie internazionali all’uso di tecniche agricole tradizionali inadeguate, proponendo come soluzione l’industrializzazione dell’agricoltura; tale proposta comporta produzione, vendita e uso di macchinari e fertilizzanti - il che significa crescita economica, specie per chi produce tali beni -. L’esplosione demografica è attribuita alla povertà: secondo l’attuale scienza economica e demografica, le persone povere, nell’incertezza del loro futuro, mettono al mondo più bambini, in modo da avere più persone nella loro famiglia che possano lavorare e generare reddito. La soluzione proposta è lo sviluppo economico per eliminare lo stato di insicurezza in questi Paesi; in realtà, tale sviluppo economico non sta facendo altro che peggiorare le condizioni di povertà delle famiglie che, mentre una volta vivano di agricoltura di sussistenza e di nomadismo, adesso diventano “poveri di baraccopoli”, costretti a dipendere dagli aiuti internazionali per la propria alimentazione – se pur a livello macroeconomico si possono avere segnali di crescita economica, la capacità di auto sussistenza da parte delle famiglie povere sta diminuendo invece che aumentare -. La stessa interpretazione e soluzioni simili vengono dati a tutti gli altri problemi attuali: disoccupazione, criminalità, tossicomania, alcolismo, inquinamento, esaurimento delle risorse, deforestazione, e riscaldamento del globo. Ciascuno di essi viene interpretato nella logica che razionalizza e porta allo sviluppo di politiche che danno il massimo contributo alla crescita economica e meglio soddisfano le esigenze delle corporation e delle istituzioni che dominano la nostra società. Questo modo di ragionare ci ha trascinato in una reazione a catena che porta a una sempre maggiore distruzione sociale e ambientale. Se non si affrontano le cause reali dei suddetti problemi (ossia l’eccessiva enfasi sulla crescita economica e la progressiva alienazione sociale e ambientale dell’individuo), essi non faranno altro che peggiorare.  
 
12. Attualmente, con la globalizzazione del progresso, stiamo puntando rapidamente verso un “disclimax” ecosferico globale
 
Secondo gli ecologisti, gli organismi e i sistemi in cui essi vivono, nel loro percorso evolutivo puntano a raggiungere uno stato di “stabilità” (ossia ad acquisire una forte resistenza a shock esterni); tale stato ideale è definito “climax”; il fenomeno inverso è detto “disclimax”. L’intera ecosfera terrestre (per ecosfera si intende l’insieme che raggruppa l’ambiente e gli esseri e viventi) ha seguito un’evoluzione tale da portarla a un crescente ed elevato livello di stabilità. L’uomo moderno sta invertendo tre miliardi di anni di evoluzione per creare un mondo impoverito e degradato che è sempre meno in grado di ospitare forme di vita complesse. In tal senso sta invertendo il processo che stava portando la Terra verso il suo climax.  
 
13. Fin quando prevarrà il paradigma della scienza moderna, basato sul predominio dello sviluppo tecno-economico sulla natura, i principi ecologici di base avranno grossa difficoltà a essere accettati
 
L’affermarsi della visione ecologica del mondo dipende dall’azione proattiva volta a indebolire sistematicamente le principali istituzioni su cui si basa la “società industriale”: lo stato e le corporation; e rafforzare invece quelle su cui si basano le società vernacolari: famiglia, comunità ed economia locale.  
 
 
Conclusioni 
 
La scienza tecnologica ha fatto dei progressi enormi negli ultimi anni. Nonostante tutto, l’essere umano non ha raggiunto un livello di benessere reale e diffuso; inoltre, l’incertezza sul futuro è enorme in termini economici, ambientali, biologici e sociali. Prima di continuare a proseguire nel nostro percorso evolutivo, dovremmo fermarci un momento e capire dove stiamo andando, altrimenti il suddetto progresso potrebbe accelerare il nostro cammino verso l’autodistruzione, anziché verso una benefica evoluzione. Arne Naess e Edward Goldsmith, con il loro pensiero e con i loro capolavori nel campo dell’ecologia e dell’ecologia profonda hanno avuto il grande merito di invitarci a (e darci le basi per) effettuare questo momento di riflessione e a giudicare con forte senso critico i principi su cui si basa la nostra società. Se non cogliamo quest’invito, corriamo il serio rischio di trovarci alla guida di un auto sempre più potente ma che si dirige verso un burrone, invece che verso la meta paradisiaca a cui aspiriamo. 
 
“Ci sono movimenti in atto che parlano di NTE (Near Term Extinction) e molti altri (spesso fortemente denigrati) che parlano di giudizio universale (“doomsdayers”); la diffusione di tali movimenti è cresciuta alla luce delle nuove proiezioni e implicazioni del cambiamento climatico globale, più severe rispetto al passato. Sicuramente, c’è molta speculazione e diffidenza sul fenomeno e una persona ordinaria non ha le basi scientifiche sufficienti per farsi un giudizio adeguato sull’argomento, specie alla luce della miriade di Report e di opinioni che vengono proposti e in mezzo a cui risulta molto difficile districarsi. Tuttavia, ciò di cui siamo certi è che sarebbe intelligente, saggio, prudente, cauto, logico e ragionevole fare il possibile al fine di invertire il cambiamento climatico ed evitare che le catastrofi previste possano effettivamente realizzarsi. Cosa accadrebbe se in realtà le proiezioni e le previsioni sul cambiamento climatico dovessero dimostrarsi sbagliate? Non perderemmo niente! Dall’altro lato, invece, il processo suggerito comporterebbe molte altre cose positive che porrebbero rimedio ad altri problemi che affliggono il pianeta. In conclusione, le opzioni di inazione non vanno prese assolutamente in considerazione.” 
 
Douglas Tompkins, Foundation for Deep Ecology,
Presidente,
www.lteconomy.it, dicembre 2013
 
 
 
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LINK 
 
 
Foundation for Deep Ecology - http://www.deepecology.org/
 
 
Intergovernmental Panel on Climate Change - http://www.ipcc.ch/
 




ENDNOTE
 
[1]In realtà, l’approccio riduzionistico all’ecologia viene di solito fatto risalire ai precedenti scritti del botanico Herbert Gleason, ed in particolare al suo articolo “The individualistic concept of the plant association”, pubblicato nel 1926. L’argomento principale di Gleason era che solo l’individuo è “reale” e che le associazioni più ampie – comunità biotiche o umane – sono entità astratte che esistono solo negli occhi dell’osservatore, e il cui comportamento è comprensibile solo in termini di quello dei loro componenti.
 
[2]Con il consolidamento della teoria darwiniana, è stata vigorosamente negata qualsiasi retroazione fra il comportamento e l’ontogenesi, da una parte, e l’evoluzione dall’altra.
 
[3] James Lovelock, con il termine di Gaia intende la biosfera (l’insieme degli esseri viventi organizzati in sistemi naturali) assieme al suo sostrato geologico e al suo ambiente atmosferico. Per Lovelock, l’interazione tra tutti gli elementi che la compongono rendono Gaia “viva”: essa si evolve in modo da favorire le migliori condizioni per la vita. Il termine è ampiamente usato anche da Edward Goldsmith, con significato equivalente a quello di “ecosfera”.

  

 

 

 

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