Viviamo in un mondo di interessi. Il disastro è un evento che può debilitare alcuni settori dell’economia come promuoverne degli altri. Nel mezzo ci sono le vittime, gli interessati dagli eventi catastrofici e dalle artimanie speculatrici del mercato.

Pochi giorni fa, il 13 ottobre, giusto nel bel mezzo della portentosa eruzione vulcanica dell’isola di La Palma, si è celebrato il DRRDay, il giorno per la riduzione del rischio disastroso. L’ UNDRR è l’ufficio delle Nazioni Unite per la Riduzione del Rischio da Disastri. La volontà è quella di cercare di unire gli sforzi a livello planetario per affrontare meglio le situazioni umanitarie che si potrebbero ingenerare a fronte di eventi catastrofici. Lo sforzo è inteso come azione ad ampio spettro in grado di comprendere meglio e vigilare quanto nel gestire anticipatamente piuttosto che reagire a una situazione umanitaria già accaduta.

È mia volontà come negli articoli precedenti arrivare al nocciolo della questione e a un’ esposizione relazionata ad un evento reale accaduto. Uno dei fattori del rischio è la vulnerabilità. Vorrei soffermarmi sul concetto che possiamo considerare fattore primario del rischio la reazione psicologica all’evento in fase di preparazione, accadimento o postaccadimento.

Tra le domande ricorrenti giunge frequente quella  di un certo numero di persone che considerano stupide quelle che si espongono a un pericolo. Esempio: Perchè continuano a vivere in quell’isola se ci sono spaventose eruzioni vulcaniche? Perchè non se ne vanno quando il vulcano erutta?

La questione globale è proprio questa. Impariamo a vigilare meglio per cercare di prevedere un cataclisma. Qualche sventurato allarmista gioca d’azzardo e anticipa la catastrofe. Serve? Forse a misurare il sangue freddo delle persone che vivono nella zona interessata?. Perchè come ho detto i fattori psicologici sono determinanti anche nello svolgersi corretto delle evacuazioni per esempio. Quindi cosa facciamo? Abbiamo potenti sensori e elaboratori di bigdata per definire quale azione? Lasciare che gli interessati fuggano in massa per lo spavento, come pecore di un gregge? E una volta che si è verificato il pericolo non farli più tornare? È un approccio preventivo che può salvare persone ma anche generare vittime da panico, provocare squilibri sociali sia nella zona di partenza che in quella di arrivo, distruggere l’economia di un luogo e mettere a dura prova quella di un altro. Il tutto risulterebbe estremamente costoso e inutile, giacchè è un approccio che non fa scuola per eventi successivi.

Quali sono i luoghi della Terra che non sono pericolosi? Voglio dire, quali sono quelli che, con certezza, non possono essere colpiti da terremoti, inondazioni, tornado, glaciazioni, siccità, eruzioni vulcaniche… È sufficiente una sola di queste ultime per definire a rischio tutto il pianeta. Il crescere continuo della popolazione e la crescita dell’essere umano ci impedisce di comportarci come animali in fuga.

Dobbiamo affrontare insieme il problema. ( #OnlyTogether)

Può essere che non siamo ancora in grado di risolvere tutti i problemi per limitazioni tecnologiche ma dobbiamo iniziare a fare le cose meglio. Sappiamo che ogni cambiamento nella linea evolutiva pone a rischio capitali economici e le menti rigide di molte persone, ma non abbiamo altra opportunità.

Dobbiamo cambiare… per fare le cose meglio.

L’obiettivo quindi è la resilienza. Cioè adottare una serie di misure che facilitino la prevenzione, l’adattamento e, nei casi limite, l’evacuazione delle zone e adattamento a nuove condizioni di vita.

Sono belle parole senza dubbio che in molti casi non superano la dimensione del documento o di uno spot. Ma da dove iniziare?

È mia opinione che la base sia la conoscenza. Corretta informazione in rete, nei giornali dalle fonti scientifiche perchè l’evento e la sua dinamica venga registrato nella memoria nella forma corretta. Conoscere le varie fasi di un’ eruzione può aiutare ad adattarsi al pericolo. Adattarsi non vuol dire ignorare ma semplicemente trasformare almeno una frazione del pericolo in qualcosa comunemente conosciuto e gestibile. Ho vissuto dal principio le dinamiche dell’ eruzione palmera e sono sicuro che potrebbero essermi di aiuto in un’ altra occasione analoga.

Questo può essere un buon approccio mentre l’evento sta per manifestarsi o sta accadendo. Ci domandiamo ovviamente se, passando il tempo, le generazioni, i flussi migratori, queste informazioni possano trovarsi ancora in loco se l’evento si dovesse ripetere. Ma allo stesso tempo potrebbero essere altrove laddove un nuovo evento sta per verificarsi. Nulla di perso quindi.

Resta il fatto che in loco sono le Istituzioni locali che devono perpetrare l’informazione. Per esempio se dall’ analisi e verifica degli eventi si notano soluzioni costruttive che si potrebbero evitare, questo patrimonio informativo deve essere tutelato dall’ istituzione competente in materia. Abbiamo già parlato e parleremo in seguito anche di questo.

Non è da escludere la via di facilitare informazioni attraverso corsi delle istituzioni preposte ( protezione civile, pompieri..), esposizioni, biblioteche multimediali a coloro che vogliano vivere in una zona di pericolo. Un buon obiettivo è assicurarsi che in una zona soggetta a disastri frequenti ci abitino persone che siano in grado di affrontare le varie situazioni che si ingenerino. Non sempre è così…

 

 

Reserve of Biosphere of Fuerteventura, Canary Islands.

Paolo David Maitreya Mahoma Sacco

Imperial Buddha

Promoter of the agricultural method A.M.B.E. (Microbiological agriculture based prevalently on endophytic bacteria)

Global Goodwill Ambassador (GGA) nominated for improving nutrition and making agriculture sustainable.

Long Term Economy Chair ( Global Islands and Biosphere Reserves )

Long Term Economy Chair ( Italy )

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Paolo David Sacco

Forest gardener. Ricercatore indipendente e libero divulgatore di modelli e metodi di agricoltura naturale e vita sostenibile .

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