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Continuando il lungo discorso sul ritorno alla terra in chiave bioregionale a  questo punto è necessario che io  parli  della reale condizione della nostra ‘azienda agricola sperimentale’ di Treia, che in effetti azienda non è ma trattasi di un orticello urbano in cui apprendere (o ricordare) un diretto contatto con la natura e con le piante.   

 
La partecipazione  prevede un incontro riavvicinato con il luogo in modo da trarne un senso di appartenenza e di presenza, allo stesso tempo sperimentando dal vivo il contatto con la terra. 
 
Teoricamente questo è un discorso ancora molto sentito  nelle realtà rurali di Treia, dove ancora si prativa la cura dell’orto, ed in verità i miei veri maestri son stati proprio quei ‘vecchi contadini’ dai quali ho appreso alcune verità basilari sulla terra e sull’arte di trarne frutto senza danneggiarla.
 
Parlando in termini di agricoltura ‘naturale’ poniamo l’esempio della cura rivolta alla prole, che si manifesta con l’incoraggiamento alla crescita e non con la   coercizione,  allo stesso modo poniamoci  verso le risorse che  madre terra offre.
 
In termini di agricoltura bioregionale ciò significa prima di tutto rendersi consapevoli di quello che spontaneamente cresce nel posto in cui si vive.
Questo iniziale processo di osservazione, o accomunamento alla terra,  è necessario per scoprire quante erbe e frutti commestibili son già disponibili, cresciuti in armonia organolettica con il suolo e quindi
esprimenti un vero cibo integrato per chi  là vive. 
 
Una accurata analisi consente l’immediato utilizzo di cibo integrativo spontaneo per arricchire la dieta corrente,  oggi limitata a poche specie coltivate (sia pure in modo biologico).  Il passo successivo è quello di sperimentare l’eventuale inserimento nel terreno prescelto di piante coltivate  che siano in sintonia o meglio delle stesse famiglie di quelle spontanee. 
 
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Questa graduale promozione ovviamente non può essere fatta con l’occhio distaccato di un botanico o di un tecnico agricolo ma va accompagnata da una reale presenza e compartecipazione al luogo, in modo da trarne occasione per un riconoscimento di appartenenza  e condivisione  (con la vita ivi presente) divenendo in tal modo noi stessi cooperatori della natura e suoi custodi.  
 
E’ una convergenza, una osmosi, che si viene pian piano a creare fra noi e l’ambiente ed è anche  la base della produzione di cibo vero (per uomini veri) che non va però relegata alla sola categoria dei contadini ma vista come la premura di ognuno.
 
E’ un atteggiamento di consapevolezza alimentare.  Infatti il mio consiglio -dopo una breve permanenza presso  di noi è quello di intraprendere  piccole coltivazioni casalinghe ovunque sia possibile,  nel giardino dietro casa o sulla terrazza di un condominio, e di approfittare di ogni passeggiata per cogliere delle erbe commestibili,  in modo da spezzare la totale dipendenza dal cibo fornito dal mercato,  rendendoci così responsabili -sia pure in minima parte- della nostra alimentazione.  E’  un aspetto essenziale della cura per la vita quotidiana e della presenza consapevole nel luogo.
 
Personalmente  ho cominciato ad occuparmi  di attività ecologiste, vegetariane e di spiritualità a partire dal  1973,  facendo esperienza in vari luoghi dell’India (Ashram e comunità rurali) e dal 1977 a Calcata, in provincia di Viterbo, ed ora continuo la pratica a Treia, in provincia di Macerata.  
 
Nell’orticello di Treia insistono 4 piante di olivo, un melo, una angolo coltivato a topinambur, un piccolo melograno, qualche ortaggio,  finocchiella e tante piante selvatiche commestibili. 
 
A questo punto mi sembra ‘opportuno’ trasmettere la conoscenza acquisita  a quelle persone ‘esterne’,  interessate a questo tipo di  ricerca, volendo con ciò  sviluppare  quelle attività ecologiche, bioregionali e spirituali sinora portate avanti.  
 
Paolo D’Arpini –  Rete Bioregionale Italiana: bioregionalismo.treia@gmail.com
 
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Paolo D'Arpini

Autore, Coordinatore Rete Bioregionale Italiana, amante dell'ecologia della biodiversità perchè Biodiversità è vita

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