Bioregionalismo in campagna – Dalle resistenze rurali ad una alternativa di sistema – La politica dei contadini

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Quando nel dibattito pubblico vengono tirate in ballo questioni legate in vario modo alle campagne, molto spesso, quello che manca o che comunque non emerge con sufficiente forza e chiarezza è proprio la voce dell’agricoltura contadina. Questo contributo nasce proprio dall’esigenza di iniziare a riflettere sul deficit di voice e di capacità rivendicativa dei contadini nel contesto italiano. Tutto ciò a fronte di una grande vivacità del mondo rurale e di un proliferare di esperienze e sperimentazioni contadine, sia individuali che collettive, di grande interesse. Proviamo perciò a problematizzare questa discrepanza tra la presenza diffusa e radicata sui territori e la difficoltà di imporre la propria presenza a livelli diversi da quello locale.
L’agricoltura contadina rappresenta parte di una potenziale risposta a molte delle sfide che le società contemporanee si trovano ad affrontare: dal cambiamento climatico, all’uso delle risorse naturali, alla salubrità del cibo, passando per il dissesto idrogeologico dei territori. È perciò importante non disperdere il patrimonio di idee e pratiche che la ruralità ha prodotto nel corso degli anni e anzi, metterlo a frutto per articolare una proposta e una presenza pubblica in grado di contribuire ad una trasformazione sistemica.
L’attuale contesto socio-economico è caratterizzato da un’ondata di finanziarizzazione e mercificazione che sembra non voler risparmiare alcun ambito della produzione e riproduzione sociale. Così, anche la terra e le risorse naturali si trovano al centro di nuove forme di accumulazione e processi di spossessamento (Burawoy, 2013; Harvey, 2007): si pensi alla corsa verso la privatizzazione dell’acqua, al land grab, allo stravolgimento di interi territori per la costruzione di grandi infrastrutture, all’accaparramento dei semi e delle risorse genetiche, al ruolo crescente della finanza nei mercati delle materie prime agricole. Il sistema agroalimentare globale, sempre più complesso e articolato, è perciò inevitabilmente coinvolto in tale dinamica.
Ma se, tanto per prendere in prestito un principio dalla fisica, ad ogni azione corrisponde una reazione, è difficile pensare che non esistano processi in controtendenza rispetto a quelli appena descritti. A tal proposito può tornare utile la categoria polanyiana di “contromovimento” (Polanyi, 2010). Secondo Polanyi, infatti, le società contemporanee sono caratterizzate da un costante movimento oscillatorio, simile a quello di un pendolo: ad ondate di mercificazione segue una reazione autodifensiva della società, il “contromovimento” appunto, che ha come risultato la sottrazione di settori della vita sociale ed economica alla logica deleteria e distruttiva del mercato.
Il contromovimento non può però essere pensato come un costrutto teorico rigido e statico, uguale a se stesso in tutti i luoghi e in tutte le fasi storiche. La sua utilità come chiave di lettura si basa proprio sulla sua natura processuale e dinamica, sotto il cui cappello possono rientrare fenomeni molto eterogenei. Si tratta cioè di un processo al cui interno possono convivere soggetti, pratiche, livelli di politicizzazione e consapevolezza piuttosto diversificati, ma la cui azione determina una tensione con l’assetto socio-economico in cui la forma-merce è dominante e, potenzialmente, una sua trasformazione.
Oggi per cogliere la possibilità che la tensione verso la demercificazione si dispieghi in maniera positiva per le classi subalterne e compiutamente emancipatoria occorre guardare alle mille piccole e grandi resistenze al neoliberismo e alle trasformazioni, spesso molecolari e invisibili ad un primo sguardo, che attraversano la società e fanno emergere forme innovative di autodeterminazione e di autonomia dal mercato. Occorre dunque immaginare, rivendicare e praticare un nuovo paradigma socio-economico il cui elemento chiave sia il protagonismo democratico della società civile auto-organizzata.
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I contadini come soggetto del cambiamento
 
Ma cosa c’entrano i contadini con tutto questo?
La natura vivente nelle sue varie sfaccettature, come abbiamo sostenuto, è sempre più oggetto delle attenzioni dirette del capitale e l’agricoltura, dal canto suo, è proprio una delle principali attività che media il ricambio organico tra l’uomo e il resto della natura, uno degli anelli che lega società umana ed ecosistemi. Ciò pone quindi la produzione di cibo al centro di un reticolo di conflitti e contraddizioni ed è dunque proprio al mondo rurale che occorre volgere lo sguardo per cogliere molte delle tensioni che caratterizzano il nostro tempo e alcune modalità peculiari in cui la dialettica mercificazione-demercificazione si manifesta.
Il contesto di crisi globale e l’incorporazione delle produzioni agroalimentari nella dinamica dell’accumulazione si ripercuote inevitabilmente anche sui sistemi agrari, producendo su di essi una forte pressione che si configura anche come crisi di redditività.
In sostanza, la volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli, con tendenza alla contrazione, insieme ad un tendenziale aumento dei costi di produzione, riduce i margini di guadagno e di conseguenza i redditi degli agricoltori subiscono importanti pressioni al ribasso. Ciò si traduce in un enorme trasferimento di ricchezza dai campi e dai poderi verso i soggetti che si trovano a valle delle filiere e su di esse esercitano potere e controllo, in primis il mondo della distribuzione, l’industria della trasformazione e quella dei mezzi di produzione (sementi, concimi e pesticidi, mezzi meccanici, ecc.).
Una delle risposte messe in atto negli ambiti rurali per contrastare tale deflusso di ricchezza è quella della ricontadinizzazione, la diffusione cioè di scelte produttive e stili di conduzione aziendale riconducibili in vario modo all’agricoltura contadina. Si tratta di un processo che ha alla base la ricerca di autonomia dalla razionalità economica dei mercati e di riappropriazione del processo produttivo, e del valore in esso generato, da parte dei suoi protagonisti. Una dinamica diametralmente opposta a quella dell’industrializzazione e dell’integrazione della produzione agricola nei principali mercati. La ricontadinizzazione «è in sostanza un’espressione moderna della lotta per l’autonomia e la sopravvivenza in un contesto di privazione e dipendenza» (Ploeg, 2009).
Il risultato è un tessuto rurale caratterizzato da unità produttive più diversificate, con l’aumento del controllo su tutte le fasi della produzione (p.es. Trasformazione aziendale prodotti, agriturismo) e della distribuzione (vendita diretta e/o altri circuiti commerciali di prossimità), la riduzione dei costi attraverso l’internalizzazione della riproduzione degli input (p.es autoproduzione delle sementi o dei fertilizzanti), forme di cooperazione e scambio orizzontali volte a sostenere e rafforzare questi cambiamenti (p.es disciplinari di produzione locali, mercati contadini, forme associative per la promozione di un prodotto o di un territorio, altre forme di mutuo aiuto). La dipendenza dai circuiti delle merci si affievolisce e si assiste ad una intensificazione della produzione di valore aggiunto all’interno delle singole unità produttive o delle reti in cui esse sono attivamente inserite. Si tratta di una vera e propria messa in discussione del mercato come principio regolatore universale e della costruzione di pratiche economiche che generano un attrito con la sua logica, una critica pratica e quotidiana all’agricoltura industrializzata e alla monocoltura: per certi aspetti una vera e propria forma di lotta sociale a partire dai campi (ibidem).
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L’agricoltura contadina come spazio di azione politica
 
Quello fin qui delineato è uno schema concettuale che permettere di ricondurre tanti micro-fenomeni ad un processo sociale più ampio – la riemersione del modello contadino – che rappresenta una forma di lotta per l’autonomia attraverso la riduzione dei livelli di mercificazione. Possiamo così leggere fenomeni che appaiono ad un primo sguardo come pratiche individuali, isolate, locali alla stregua di «veicoli di espressione e organizzazione della resistenza contadina» (Ploeg, 2009 p. 349) e come «tanti passaggi interconnessi (sempre più estesi nello spazio e nel tempo) che insieme compongono, in modo costantemente fluido, il mutamento generale, ed effettivamente consistente, che sta letteralmente cambiando volto all’agricoltura e alla campagna» (Ibidem pp. 213-214). Di fatto una lettura della sfera agricola in cui la ricontadinizzazione altro non è che la formazione di una classe contadina in costante tensione con l’ordine neoliberale. Siamo qui dunque ben lontani dal sacco di patate di marxiana memoria.
I contadini alla luce di questa lettura si collocano in una posizione strategica: componente determinante di un possibile più esteso contromovimento e soggetti attivi al suo interno, elemento di strutturale squilibrio nel mondo tarato sulla logica liberoscambista e perno di possibili alleanze sociali più ampie.
Possiamo dunque attribuire un’embrionale ed implicita politicità alla riconfigurazione della ruralità in senso contadino.
Questo non implica che si tratti di un processo omogeneo e uniforme, privo di contraddizioni e sfumature al suo interno. I tratti soggettivi di cui i contadini sono portatori e la loro capacità di agency esprimono cioè livelli di consapevolezza politica, di radicalità e di organizzazione anche molto differenziati e stratificati.
Possiamo però sostenere che, anche se i percorsi di ricontadinizzazione hanno alla base una forte spinta materiale – il bisogno di migliorare le proprie condizioni di vita in un ambiente ostile – generalmente comportano la costruzione di economie morali di tipo nuovo, basate su relazioni sociali solidali e su un rapporto di cooperazione, piuttosto che di mera appropriazione, con la natura vivente. Semplicemente questo non avviene in forme pure e non sempre si sostanzia in una critica complessiva e articolata al sistema socio-economico.
Non è dunque possibile creare delle nette linee di demarcazione tra pratiche individuali e collettive, o tra scelte impolitiche e altre che sottendono motivazioni più compiutamente politiche. Per esempio tra la trasformazione delle modalità di conduzione aziendale ed eventuali percorsi più o meno organizzati di lotta e contestazione, tra la lotta quotidiana nei campi e il tentativo di formulare una critica più articolata al mondo in cui viviamo: si tratta di manifestazioni diversificate, ma connesse, della riemersione della classe contadina.
C’è dunque un filo rosso che lega le più diverse esperienze, dall’azienda ortofrutticola di pianura che decide di diversificare la produzione per sottrarsi alla GDO e convertirsi alla vendita diretta, agli allevatori che con la fine delle quote latte e la crisi dei prezzi hanno deciso di aprire caseifici aziendali o convertirsi alla produzione e vendita diretta di carne, passando per i giovani che approdano alla terra guidati da motivazioni con una forte componente etica, fino alle aziende che sposano uno stile di conduzione esplicitamente agroecologico. E lo stesso ragionamento può essere esteso all’associazionismo contadino, alle reti e alle esperienze collettive.
È necessario perciò aver la capacità di cogliere il potenziale trasformativo di questo processo nel suo complesso e non solo delle sue componenti più radicali e militanti.
Se la riaffermazione della contadinità come cardine della produzione agricola esprime un’alterità rispetto all’attuale “regime agroalimentare” e ne prelude una possibile alternativa, è chiaro però che non ci si può accontentare di osservare la realtà mentre si trasforma spontaneamente nella direzione auspicata. Tanto più che le basi su cui poggia l’agricoltura contadina non sono sempre particolarmente stabili. Tanti sono gli ostacoli che si frappongono tra gli agricoltori e la tanto agognata autonomia: difficoltà di accesso alla terra, scarsità di risorse finanziarie e ridotta capacità di investimento, reti commerciali non sempre solide e affidabili, normative asfissianti, politiche agricole penalizzanti, solo per citarne alcune.
Così i processi che abbiamo descritto non hanno un esito necessariamente prevedibile e certo e, nella fase attuale, non assistiamo ad una immediata ed assoluta generalizzazione del modello contadino, quanto piuttosto ad una costante tensione tra autonomia e dipendenza, tra ricontadinizzazione ed industrializzazione, tra emancipazione e subalternità alle logiche del mercato e del capitale. Se da un lato l’agricoltura contadina offre strumenti per resistere e sopravvivere in un ambiente ostile, dall’altro la sua affermazione come modello egemone è tutt’altro che scontata nel contesto neoliberista, il quale pone dei vincoli stringenti alle possibilità di una estesa trasformazione sociale ed economica.
Tanto più che la crisi agraria continua ad imperversare e l’agricoltura contadina non è l’unica risposta messa in atto. Assistiamo infatti a vari livelli a politiche ed azioni che cercano di risolvere la crisi, o almeno attenuarne gli effetti, entro i confini dell’attuale sistema e attraverso un ulteriore consolidamento delle filiere agroindustriali legate alla GDO. Per quel che riguarda l’Italia, pensiamo al modo in cui la contrazione dei margini di guadagno in agricoltura viene scaricata sui braccianti salariati con un inasprimento dello sfruttamento e la diffusione del caporalato; o si veda per esempio il progetto “Filiera Italia” che dovrebbe rappresentare un patto tra agricoltura e industria per una distribuzione equa della ricchezza lungo le filiere; o ancora, il tentativo di introdurre nuove varietà di OGM, le cosiddette NBT, che stando alle parole dei promotori sarebbero in grado, senza mettere in discussione le logiche di fondo del sistema produttivo, di avere effetti miracolosi sulla redditività delle aziende agricole, sulla loro sostenibilità ecologica e sulla salubrità dei prodotti; per non parlare dell’impianto complessivo della PAC che a fronte di briciole lasciate alle produzioni contadine premia i grandi produttori e le grandi organizzazioni.
Quella in corso è dunque una contesa di ampia portata tra modelli alternativi di sviluppo dei sistemi agrari, che a loro volta sottendono concezioni più generali dell’economia, della società e dei rapporti tra l’uomo e il resto della natura e in cui entra in gioco uno spettro molto ampio di questioni, attori e relazioni di potere. Un conflitto non sempre e necessariamente diretto e frontale, ma dal cui esito dipende il futuro della ruralità e, di riflesso, di molti aspetti della vita sociale.
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I termini della contesa
 
La varietà di forme e contenuti che la competizione assume tra i diversi modelli produttivi, contadino da un lato e industriale dall’altro, può essere compresa con maggiore chiarezza attraverso la prospettiva dei territori materiali ed immateriali mutuata dalla geografia critica ed utilizzata da alcuni autori per l’analisi dei movimenti sociali rurali (Fernandes, 2008; Rossett e Martinez-Torres, 2013; Giraldo e Rosset, 2018).
Il presupposto di questo punto di vista è che «le relazioni e le classi sociali generano differenti territori e spazi che sono riprodotti in condizioni di conflitto, dal quale hanno origine spazi di dominazione e spazi di resistenza. La contestazione territoriale si sviluppa in tutte le possibili dimensioni: economica, sociale, culturale, teorica ed ideologica» (Giraldo e Rosset, 2018 pp. 545-546).
La contesa sui territori materiali è quella che ha per oggetto il controllo delle risorse, la scelta delle pratiche produttive e la configurazione del territorio fisico. Quando parliamo di territori immateriali ci inoltriamo invece nel campo delle idee, dei costrutti teorici, dei concetti e delle spiegazioni, «così il potere di interpretare e di determinare la definizione e il contenuto dei concetti è esso stesso un territorio conteso» (ibidem). Queste due dimensioni si presuppongono a vicenda e «non esistono territori materiali contesi che non siano associati alla contestazione su territori immateriali»
Gli avversari dell’agricoltura contadina sembrano esserne consapevoli ed agiscono in maniera estesa e congiunta su entrambi questi livelli. L’insieme dei diversi attori coinvolti può essere visto perciò come un blocco di potere in grado di produrre iniziativa su varie dimensioni (politica, scientifica, produttiva, culturale, ecc.) attorno ad un progetto di sviluppo delle filiere agroalimentari dalle coordinate più o meno condivise.
Vediamo questa dinamica chiaramente in atto, per esempio, quando la GDO e l’agroindustria si appropriano a vario titolo di risorse immateriali, parole, idee nate dal basso, riciclandole e ridefinendone il contenuto per ampliare il proprio spazio d’azione oltre che per rimodulare le proprie pratiche. Alcuni dei fondamenti del modo contadino di fare agricoltura vengono così espropriati e incorporati nelle filiere industriali: i prodotti dell’agricoltura biologica riempiono ormai gli scaffali dei più grandi supermercati e ormai non esiste marchio che non abbia la sua linea Bio; i semi contadini e le varietà antiche divengono sempre più patrimonio della grande industria sementiera e di quella agroalimentare (si pensi alla recente diatriba sul grano Senatore Cappelli); le politiche agricole sono agghindate di termini ed espressioni accattivanti quali “sostenibilità”, “sostegno ai giovani agricoltori”, “innovazione”, “territorialità”, e così via.
La ridefinizione dei concetti, la loro ripulitura dagli aspetti più spigolosi e critici, è dunque funzionale a legittimare specifiche scelte produttive e a riportare nell’alveo della logica del profitto le spinte sociali centrifughe attraverso la loro riproposizione come di nicchie di mercato o la cooptazione di alcuni loro singoli elementi costitutivi.
E i contadini in tutto questo dove sono? Nel nostro contesto, come già sostenuto in precedenza, il processo di ricontadinizzazione non ha solo trasformato il modo in cui si produce cibo, ma è stato in grado di sedimentare un reticolo fitto, fluido e variegato di esperienze associative attive su aspetti diversi, talvolta intrecciati: costruzione di reti economiche e sociali, attività di promozione culturale, forme embrionali di attivismo. La presenza diffusa e capillare di realtà contadine e di forme di alleanza con altri settori della società, a partire dai consumatori critici, ha senz’altro prodotto degli smottamenti sul piano sociale e culturale e contribuito ad elaborare embrioni di un nuovo immaginario. La necessità delle filiere agroindustriali di espropriare parole d’ordine e significati elaborati altrove per ridefinirsi e recuperare terreno lo dimostra con chiarezza.
Potremmo però sostenere che se il mondo contadino è stato in grado negli anni di mobilitarsi e produrre resistenze multiformi su direttrici sia materiali che immateriali, ciò è avvenuto in maniera frammentata e senza le sinergie necessarie a far emergere contro-narrazioni solide, che vadano al di là del racconto delle singole esperienze, e un paradigma alternativo coerente, credibile e generalizzabile.
L’azione pratica, unita alla difficoltà di costruire iniziative che vadano al di là del contesto locale o di singole tematiche, si scontra così ad un certo punto con tutti i vincoli sistemici di cui abbiamo già parlato senza essere in grado di coagulare le forze per poterli scardinare, forzando le strettoie e i recinti in cui la classe contadina è costretta.
Si tratta per lo più di aspetti fisiologici legati al fatto che quella legata all’agricoltura contadina rappresenta una forma di sviluppo «endogena, quasi anarchica» e «non propone una soluzione globale per una serie di problemi e situazioni locali, ma si sviluppa in un insieme di soluzioni locali diversificate, per un problema generale (ovvero la contrazione in agricoltura» (Ploeg, 2009 p. 213). Da un lato questo ancoraggio ai territori e alle specificità locali rappresenta l’inaggirabile ed innegabile punto di forza dei contadini; d’altro canto però l’assenza di un orizzonte strategico che funga da baricentro politico lascia le singole esperienze disarmate di fronte al violento assaltoculturale e materiale dell’economia di mercato e senza possibilità di dispiegare fino in fondo il proprio potenziale trasformativo.
Detto in altri termini, la frammentazione del mondo contadino, l’assenza dallo spazio pubblico di una sua agenda politica e di sue voci autorevoli rendono le resistenze fragili e lasciano ad altri la possibilità di parlare a suo nome e di espropriare le sue acquisizioni.
Non si tratta di incastonare in una rigida cornice l’irriducibile pluralità del mondo rurale, ma al contrario di dotarsi di adeguati strumenti (teorici, organizzativi, programmatici, comunicativi,ecc.) che contribuiscano a liberare le sue enormi potenzialità e a mobilitare in modo efficace, nelle arene in cui si sviluppa il confronto-scontro con gli altri gruppi di potere, le risorse – culturali, sociali, politiche – prodotte dal processo di ricontadinizzazione.
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Le reti organizzate e i singoli contadini dovrebbero probabilmente iniziare ad interrogarsi su queste tematiche, proprio a partire dalla consapevolezza che molte questioni non possono essere risolte una volta per tutte all’interno dell’attuale assetto economico ed istituzionale attraverso la pur indispensabile pratica quotidiana e la costruzione qui ed ora di reti alternative, ma richiedono un intervento risoluto e organizzato nella sfera pubblica con lo scopo di contendere egemonia al marketing-propaganda agroalimentare e di incidere sulle scelte politiche che sostengono l’attuale modello produttivo.
La partita non può che giocarsi sulla capacità di connettere la “politica del quotidiano” a forme nuove ed efficaci di presa di parola, elaborazione politica e advocacy.
 
La sfida che abbiamo di fronte oggi è dunque quella di connettere le varie espressioni – individuali e collettive – delle resistenze rurali, non per produrre una mera sommatoria di esperienze, ma per costruire agency a livello sovra-locale, spazi di riflessione ed elaborazione di una proposta di ampio respiro che sappia portare le battaglie presenti fuori ed oltre le pastoie della contingenza, del qui ed ora, ed in grado di rispondere alle sfide di portata storica che ci troviamo di fronte.
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Bibliografia:
Burawoy, M. (2013), Marxism after Polanyi, in Williams M. e Satgar V. (a cura di), Marxism in the 21th century, Wits University Press, Johannesburg
Fernandes, B.M. (2008), Questão Agraria: conflictualidade e desenvolvimento territorial. In Luta pela terra, reforma agraria e gestão de conflitos no brasil, ed. A. M. Buainain, 173–224. Campinas,
Brazil: Editora Unicamp
Giraldo O. F., Rosset P. (2018), Agroecology as a territory in dispute: between institutionality and social movements, in Journal of Peasant Studies 45:3, 545-564
Harvey D. (2007), Breve storia del neoliberismo, Il saggiatore, Milano
Ploeg J.D van der (2009), I nuovi contadini. Le campagne e le risposte alla globalizzazione, Donzelli Editore, Roma
Polanyi K. (2010), La grande trasformazione: le origini economiche della nostra epoca, Einaudi, Torino
Rosset P., Martinez-Torres M. E. (2013), Rural Social Movements and diàlogo de saberes: territories, food sovereignty, and agroecology, paper presentato alla conferenza Food Soveregnty: a critical dialogue, Yale University, https://www.tni.org/en/category/series/food-sovereignty-critical-dialogue-conference-papers

Paolo D'Arpini

Autore, Coordinatore Rete Bioregionale Italiana, amante dell'ecologia della biodiversità perchè Biodiversità è vita

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