Dieci anni fa mia figlia Giulia dava l’esame di maturità e insieme decidemmo che poteva essere una buona cosa scegliere di preparare la tesina sulla decrescita. Leggemmo insieme a tutta la famiglia i testi di Pallante e tutti  quelli dell’economista Serge Latouche, teorico della Decrescita. Fu l’inizio di una consapevolezza che già si era insinuata in famiglia, che mancava però  di contestualizzazione storica ed economica.

Capii che “decolonizzare l’immaginario” aveva a che fare con la trasformazione profonda di ognuno di noi, nel profondo. Che non sarebbe bastato modificare delle abitudini alimentari se nell’immaginario e nel profondo restava un modello di vita che fino a quel momento era stato edulcorato ed inculcato dalla pubblicità.

Capii che si doveva mettere in crisi il modello di uomo, di donna, di figlio e non solo.

 

Cosa era il progresso? A quali modelli era riferita la felicità?

Buttai la televisione.

Cominciai con il trasformare il giardino in un orto; mi procurai la pasta madre per non comprare più il pane, per farne di più genuino e nutriente

Aprii il mio blog e poi il gruppo Facebook sull’ autoproduzione .

Pian piano conobbi gente con cui discutere e condividere i nuovi modelli.

Poi si ammalò mio marito di cancro e facemmo esattamente ciò che la Sanità (medici, oncologi) riteneva “obbligatorio “ fare: chemioterapia, radioterapia, gamma knife, craniotomia, tutto condito con una miriade infinita di farmaci.

Poi morì come era prevedibile e capii che anche in ospedale siamo clienti, consumatori contribuenti.

Dovetti decolonizzare l’immaginario di quel mondo che ci fa credere  che Farmacia e Ospedale corrispondano  a Salute e Guarigione. Per assurdo, qui in Piemonte l’apparato ospedaliero ora si chiama La città della salute.

Lo so che molti non saranno d’accordo, che occorre distinguere, però credo che una buona disintossicazione da quel mondo non possa che giovare alla salute.

Un esempio: Perché radio e televisine ci martellano con la necessità di vaccinarci contro l’influenza? Perché non una campagna durante l’intero anno per aiutarci a mantenere un buon sistema immunitario?

 

Decolonizzare l’immaginario culinario è davvero difficile

Si tratta di scardinare qualcosa di così radicato, legato all’infanzia, ai genitori e agli eventi che legano le relazioni.

I ricordi delle festività in famiglia sono corredati dai vari piatti che sapientemente cucinati vengono tramandati di madre in figlia. Il cibo è un filo rosso che unisce gli affetti, le emozioni, la storia e la cultura.

Io andavo fiera di saper cucinare il brasato o gli agnolotti come faceva la mia mamma.

E non solo! Fiera di saper fare un formaggio fresco o un un erborinato dal latte crudo.

Fiera di saper fare salumi in casa.

 

“E perché decolonizzare ll’immaginario culinario ? “ mi diranno molti

Dapprima sono state le molte informazioni, i video sulle malattie causate dalla scorretta alimentazione, sugli allevamenti intensivi e la conseguente massiccia produzione di Co2,  sui veleni delle coltivazioni, sui danni dell’alimentazione industriale.

Infine  i figli han cominciato a modificare le loro scelte alimentari.

Ho smesso di riempire il carrello di cibi del supermercato e quando ci vado mi accorgo che molti reparti li ho censurati.

Ora cucino moltissime  verdure e legumi, preferibilmente dell’orto, faccio un pane integrale con farine provenienti da gente che fa le cose per bene.

Cosa succederà? Diventerò vegetariana? Vegana?  La strada credo sia  in quella direzione.

Non demonizzo chi fa altre scelte, ma mi sento che il mio stare al mondo ora è più corretto, più etico e salutare.

Maria Assunta Ronco

Highly experienced on resilience. Extremely willing to a better education for a change from new generations

Maria Assunta Ronco has 7 posts and counting. See all posts by Maria Assunta Ronco

Maria Assunta Ronco

2 thoughts on “DECOLONIZZARE L’IMMAGINARIO

  • Franca Colozzo

    Bellissimo articolo che mi trova perfettamente d’accordo. Non sono virtuosa come te, avendo un giardino con quindici gatti (colonia felina) che certo non mi consentono di avere un orto. Ammiro il tuo spirito di abnegazione per fini salutistici e le tue buone abitudini, in fondo quelle delle nostre nonne.
    Da mia madre, insegnante di scuola Primaria agli esordi della sua carriera a diciotto anni nelle campagne di Priverno (provincia di Latina), ho appreso come fare la pasta fresca in casa. Ho trasmesso questi valori alle mie figlie che se ne servono più che altro per diletto e quando hanno tempo.
    Il vero problema è il lavoro femminile (ben venga però!) con la conseguente contrazione del tempo da dedicare alle attività cosiddette domestiche. Da allora, accanto agli aspetti decisamente positivi dell’emancipazione femminile, sono sorti altri problemi legati alla sana alimentazione ed alle virtù domestiche, calate vertiginosamente a picco. Ma, poiché in “Medio stat virtus”, noi donne certamente saremmo in grado di affrontare le sfide del futuro.

    • Maria Assunta Ronco

      Eccomi, finalmente!
      Occorre una formazione permanente non solo per la comprensione degli eventi e la consapevolezza, ma anche per il saper fare, per potersi riappropriare di pratiche dimenticate e abdicate ad altri. Anche questo è necessario per recuerare quelle abilità che danno alla persona autonomia e ri-creazione della gestione della concretezza della propria vita. Infine questa “vita moderna” ci ha resi incapaci e bisognosi di tutto. E non parlo solo del fare il pane o la pasta, ma anche di saper riparare un elettrodomestico, leggere una bolletta, attaccare un bottone o una zip, decodificare i messaggi pubblicitari ….potrei andare avanti all’infinito

Leave a Reply