L’eccessivo sfruttamento economico del suolo  

* Il mio recente articolo nella versione originale italiana.
Dubai e Burj Khalifa, sospesi tra sogno e realtà. 

 

Un impatto negativo sull’ambiente

Forse il meno appariscente degli effetti devastanti dell’uso delle risorse a disposizione, il “consumo del suolo” è quel fenomeno subdolo che si nasconde dietro altri effetti devastanti: inquinamento della terra attraverso rifiuti tossici, dell’aria per mezzo di emissioni inquinanti, dell’acqua riversando in essa veleni di ogni tipo, plastica e rifiuti industriali.

Tutto sembra congiurare contro l’integrità del pianeta Terra e delle sue specie ma, mascherato da mille necessità produttive ed abitative, il consumo del suolo rappresenta un effetto strisciante e corrosivo.  Basti pensare a quello macroscopico della Foresta Amazzonica, foresta pluviale tropicale nel Bacino dell’Amazzonia in Sudamerica,  polmone verde del mondo e fonte insostituibile di ossigeno, che viene disboscata  al ritmo di centinaia di campi di calcio al giorno. Più di un quinto della foresta è già stato distrutto e l’intero ecosistema rimane in pericolo.

Non allo stesso ritmo, ma con incidenza catastrofica per il clima e l’ambiente che ci circonda, in Italia abbiamo assistito ad un disboscamento perpetrato specialmente attorno alle aree urbane di maggior concentrazione abitativa, dove più proficua è la speculazione che trasforma suolo agricolo in area urbanizzata con conseguenze altamente distruttive del territorio e della produzione agricola. I danni indotti da questo fenomeno, aggressivo soprattutto  in vicinanza di laghi, fiumi, mare, pendici montane, etc.  è ormai sotto gli occhi di tutti.

Le catastrofi recenti e meno, diventate sempre più devastanti, ci insegnano che costruire sulle sponde o addirittura sull’alveo di fiumi o ruscelli prosciugati può trasformarsi in una catastrofe senza pari. Le cronache a riguardo ci insegnano, o almeno  ci dovrebbero insegnare, che durante il periodo delle piogge, soprattutto a novembre e con picchi anomali a volte in primavera, quegli alvei vengono inondati da masse d’acqua vorticose, ingrossatesi a causa dei fenomeni meteorici, con esondazioni sulle sponde cementificate, arrecando danni incalcolabili a cose e persone.

 

 

Cosa fare dunque?

Limitare l’edilizia ad aree delineate dai geologi, evitando pendici montane a rischio smottamento o zone vulcaniche (ad esempio, Vesuvio o Etna), rive di fiumi, laghi, coste, etc., non solo per motivi estetici ma funzionali alla salvaguardia dell’ambiente e delle persone.

Sembra però che si agisca sempre con il senno del poi, soprattutto in Italia dove, a fronte di cartografie aggiornate sui pericoli di vario genere (sismici, esondazioni, smottamenti, inghiottitoi carsici, etc.), si procede sempre con la logica dell’interesse immediato e non a lungo termine.

Nella Long Term Economy, invece, il concetto di benessere a lungo raggio è sinonimo di oculato uso del territorio, in contrasto con la logica del profitto immediato che ci accompagna ormai da molti anni e che è la causa preponderante della distruzione  del suolo e dell’ecosistema globale.

La miopia degli sfruttatori del sistema economico attuale, cui purtroppo siamo assuefatti come consumatori  abitudinari, ci sta portando ad un collasso continuo.

Anche l’Architettura, con la “A” maiuscola, si è ripiegata su se stessa in una forma di acquiescente edilizia di sfruttamento intensivo. Le grandi opere del passato, che rappresentano il nostro fiore all’occhiello e che andrebbero tutelate con il massimo rispetto per l’ambiente in cui sono inserite, giacciono a volte in uno stato di fatiscenza e incuria, sommerse da erbacce o abbandonate al loro destino di obsolescenza, indotta dalla mancanza di manutenzione. Per cui  ̶  data la  sempre più crescente richiesta da parte di masse popolari che premono per avere una casa  ̶    l’inurbamento si è andato spogliando di quelle eccellenze che soli i facoltosi mecenati di una volta (ad es. i Medici, i Papa, i sovrani, i nobili, etc.) potevano permettersi grazie alla vita grama dei loro sudditi.

 

Inurbamento 

Dall’inizio della prima  rivoluzione  industriale, XVIII secolo, si è assistito ad un fenomeno costante di inurbamento con progressivo spostamento di popolazione dalle campagne verso le periferie delle città.  Londra è stato il prototipo per eccellenza delle prime urbanizzazioni operaie con la nascita di città satelliti  attorno ad aree industriali.

In fondo l’Urbanesimo nasce in Inghilterra  con lo sfruttamento delle classi operaie trasferitesi progressivamente dalle campagne e soprattutto di minori, malnutriti, malpagati  e schiavi dei padroni.

Senza addentrarmi troppo sulle conseguenze di questi primi vagiti delle varie rivoluzioni industriali,  resta l’amarezza di uno sviluppo disarmonico postumo  all’invenzione del cemento armato ad opera del belga Auguste Perret,  architetto e imprenditore trasferitosi in Francia.

 

Origini dell’architettura contemporanea

Oltre alla sua grande attività professionale, Perret è noto anche come maestro di Le Corbusier,  da cui fu  emulato, così come  lo fu  sotto il profilo tecnico dall’altro grande architetto, Frank Lloyd Wright d’Oltreoceano, unitamente a Walter Gropius, Ludwig Mies van der Rohe e Alvar Aalto,  considerati  i  maestri del Movimento Moderno in Architettura.

Ma le applicazioni del cemento armato non sempre sono state rispettose dell’ambiente. Infatti si è assistito ad una replica delle opere  dei due grandi pionieri dell’architettura moderna, razionalista il primo e organico il secondo, per approdare sovente alla cattiva architettura oggi di moda.

Praticamente l’architetto, non più spinto da una forma di ideologia estetico/filosofica tesa a venir incontro alle necessità insediative umane, si è visto costretto a seguire le logiche politiche e speculative per poter continuare ad operare.

Dismessa la veste etico/estetica, ne viene fuori un ibrido: un servo del sistema politico, una vera e propria meretrice, costretta a sottostare alle indicazioni urbanistiche del potere vigente.

Da questo asservimento all’urbanistica di comodo, irrispettosa del territorio e piegata alla logica del profitto,  con regole dettate prevalentemente dalla speculazione (Finanza che governa la Politica), è scaturito l’attuale disastro: consumo del suolo che non tiene conto dell’ambiente, ma solo degli interessi economici di pochi. I più restano esclusi dai benefici, ma succubi dei malefici del sistema subendone le distorsioni, le criticità, i dissesti ideologici, etc.

 

 

La Terra è condannata a diventare come l’Isola di Pasqua?

Il rapporto ISPRA riporta i dati a partire dagli anni ’50 a livello nazionale, regionale e sui principali comuni e mostra che il consumo di suolo ha ormai intaccato oltre il 7% della superficie nazionale.

Quest’ultimo,  cresciuto  negli anni successivi, ha però registrato un importante rallentamento negli ultimi anni: tra il 2013 e il 2015. Ciò nonostante, circa  35 ettari al giorno  sono andati perduti, a scapito dell’agricoltura e non solo.

L’ambiente,  nel caso specifico quello italiano, non può reggere alla folle velocità di trasformazione (circa 4 metri quadrati di suolo/sec.). Ci stiamo avviando verso una progressiva desertificazione di aree, in passato produttive,  che influirà anche sul clima e su tutti gli aspetti collegati all’equilibrio dell’ecosistema.

Se proiettiamo quanto accade in Italia nel mondo, ci renderemo conto che non basterà più il nostro pianeta, già al limite delle sue possibilità di sopravvivenza.

Solo un rallentamento dello sfruttamento del suolo e delle risorse del pianeta potrà garantirci una pace stabile e duratura. Altrimenti faremo fare alla Terra,  piccolo puntino nel vuoto cosmico, la stessa fine dell’Isola di Pasqua incapaci come siamo di preservare da fine sicura il nostro pianeta, unitamente a tutte le specie animali e vegetali che su di esso vivono.

L’Isola di “Pasqua” rappresenta, nel mio immaginario,   l’archetipo della scomparsa della nostra civiltà.

 

 

Franca Colozzo

An Italian Architect/Writer /ex Teacher in Italy and also in Turkey, passionate about Human Rights, Peace, Education, Environment, Women’s Empowerment, sustainable Architecture.

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