L’intervista concessa un paio di mesi fa da Davide Casaleggio a La verità si è rivelata l’ennessima ottima occasione per rinfocolare il calderone caciaroso della politica italiana (con il figlio dello storico guru del M5S che ci ha messo del suo con dichiarazioni facilmente strumentalizzabili sulla morte del parlamento), evitando così di approfondire il merito del discorso, ossia la prospettiva di una democrazia diretta.

Contrariamente alla vulgata dominante, storicamente la democrazia diretta non è stata un’idea che, effimera come la durata di un fulmine, si è manifestata nelle istituzioni dell’Atena classica, nel pensiero di Jean Jacque Rousseau e ora nell’attivismo del movimento grillino. Possiamo infatti ritrovare il suo spirito all’interno delle istituzioni comunitarie premoderne, nelle gilde e corporazioni medievali, nelle idee anarchiche e radicali, nel pensiero ecologista delle origini, nell’etica hacker che ha animato movimenti come il partito pirata tedesco. Non siamo di fronte quindi a qualcosa di peregrino o ‘nuovista’, neppure per quanto attiene all’ipotesi di sfruttare strumenti informatici, già teorizzata ad esempio da Ross Perot, miliardario statunitense candidato indipendente alle elezioni presidenziali del 1992 e del 1996.

Gli scettici dovrebbero inoltre convincersi che l’attuale democrazia liberale non nasce da un progetto coerente e compiuto, bensì dalla progressiva rivendicazione delle classi sociali inferiori di fruire delle prerogative del liberalismo (sarebbe infatti più corretto parlare di ‘liberalismo democratizzato’), a partire dalla graduale estensione del diritto di voto (il bicameralismo parlamentare testimonia ancora di un’epoca in cui una camera ‘alta’ era appannaggio solo delle élite). Era inevitabile quindi che l’adattamento del sistema liberale alla richiesta democratica rimanesse imperfetto e che molti nodi irrisolti, prima o poi, sarebbero saltati al pettine; pertanto, anche chi è allergico all’argomento deve rassegnarsi all’idea di non poter riproporre pedissequamente modelli politici novecenteschi. Senza aggiornamenti di sorta, la democrazia liberale è condannata a farsi fagocitare da pulsioni autoritarie.

Preso atto di ciò, resta quindi da capire la validità della proposta di Casaleggio, ma è meglio forse ripartire da suo padre, lo scomparso Gianroberto, socio storico di Beppe Grillo nella sua avventura politica. In un’intervista del 2013 rilasciata al Corriere della sera1,  aveva spiegato con toni un po’ più lucidi del figlio le potenzialità della telematica per superare i limiti della rappresentatività liberale:

…la democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato. È una rivoluzione prima culturale che tecnologica, per questo, spesso, non viene capita o viene banalizzata…

…gli eletti devono comportarsi da portavoce, il loro compito è sviluppare il programma elettorale e mantenere gli impegni presi con chi li ha votati. Ogni collegio elettorale dovrebbe essere in grado di sfiduciare e quindi di far dimettere il parlamentare che si sottrae ai suoi obblighi in ogni momento attraverso referendum locali.

Questo quadro idilliaco non sarebbe però un destino inevitabile:

La Rete rende possibili due estremi: la democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata, oppure una neo-dittatura orwelliana in cui si crede di conoscere la verità e di essere liberi, mentre si ubbidisce inconsapevolmente a regole dettate da un’organizzazione superiore. Può essere che si affermino entrambi.

Tra le due situazioni estreme è probabile invece che si instauri una terza possibilità, quella di una democrazia solipsistica e senza spirito di cittadinanza. Nella pagine precedenti abbiamo attribuito grandissima importanza allo scambio faccia a faccia e alla dialettica politica anche al di fuori dei luoghi istituzionali; Casaleggio invece, denunciando il digital divide italiano, spiega che “il Movimento 5 Stelle ha ovviato a questo con incontri nelle piazze, attraverso banchetti presenti sul territorio e con il volantinaggio porta a porta” ma tiene a precisare che “si tratta in ogni caso di un periodo transitorio, nel tempo la maggioranza assoluta degli italiani sarà collegata in Rete.

La democrazia utopica nella versione di Casaleggio jr sembra invece preconizzare proprio cittadini che votano proposte di legge e legittimano o sfiduciano politici, ciascuno nel confortevole isolamento domestico. Oppure lo fanno in treno, in autobus, in ristorante, in spiaggia o dalla cima di un montagna, grazie “alla cosiddetta ‘realtà aumentata’ che attraverso gli smartphone, i tablet e ora Google glass, consente di avere in tempo reale, mentre ci si sposta, informazioni su tutto ciò che ci circonda”.

Dobbiamo rallegrarci alla prospettiva di un simile scenario? Un grande fautore della democrazia diretta, l’anarcoecologista Murray Bookchin, ammoniva che, senza paideia (termine con cui gli antichi greci indicavano lo spirito di cittadinanza) e con gli individui ridotti a monadi isolate, anche le procedure referendarie perdono vitalità democratica, finendo per legittimare proposte di stampo fascistoide. Se negli USA o in Svizzera masse di cittadini hanno votato per provvedimenti lesivi dei diritti umani e civili (contro immigrati od omosessuali, ad esempio), ciò è successo perché, nel percorso da casa all’urna elettorale, non c’è stato un confronto risolutore con le categorie discriminate, ma solo fazioni schierate l’una contro l’altra senza alcuna discussione costruttiva sul bene comune. Per tali ragioni, Bookchin diffidava profondamente già negli anni Novanta delle proposte di democrazia elettronica.

Ma tutta questa fiduca nel Web è ben riposta? Quando Gianroberto Casaleggio dichiarava che

le discussioni e i confronti in Rete sono continui attraverso i forum, le chat, i social media in una dimensione inimmaginabile prima nel mondo reale, e ciò avviene tra persone che vivono in ogni parte del pianeta. La domanda andrebbe rovesciata: “Il livello di confronto presente su Internet esiste nel mondo reale?”

sembrava quasi ignorasse che, sui grandi blog e sui social network, i commenti che si basano sull’interazione con altri utenti o che rispondono in modo puntuale a quanto esposto nel post sono rarissimi. Solitamente o assumono la forma del comizio autistico, spesso incentrato su argomenti che nulla hanno a che fare con il post oppure quella di brevi slogan (a voler essere gentili), somiglianti a scritte sui muri trasposte in ambiente digitale. Entrambi gli atteggiamenti sembrano legati all’effetto-Narciso di cui parlava Marshall Mcluhan, legato alla sensazione di compiacenza nel vedere se stessi nello schermo del computer.

Forse è proprio questo misto di titanismo e frustrazione che contribuisce a un altro degli aspetti più inquietanti degli scambi comunicativi sul Web, ossia la diffusa aggressività, un sarcasmo che molto spesso trascende sconfinando in arroganza e violenza verbale, con gli utenti maschi che tendono a monopolizzare la discussione e a trattare con condiscendenza le donne2. Il fatto che i commenti siano certificati o anonimi non sembra cambiare più di tanto la situazione. Ovviamente maleducazione e violenza caratterizzano purtroppo anche le interazioni fisiche e i sostenitori della democrazia digitale potrebbero elencare numerosi casi di assemblee degenerate quando i partecipanti si sono chiusi a riccio nelle proprie posizioni e le passioni (o gli interessi) personali hanno avuto la meglio sulla discussione, con il risultato di creare uno sterile muro contro muro. Tuttavia, a fronte di tanti esempi positivi di democrazia assembleare, le premesse digitali non sembrano altrettanto promettenti e, per quanto riguarda la partecipazione concreta ai processi decisionali al di là della chiacchiera on line, neanche troppo allettanti: le poche migliaia di persone che si connettono per le parlamentarie e altre iniziative digitali del M5S sono lì a testimoniarlo.

Del resto, l’esperienza dei movimenti contro la globalizzazione capitalista, che similmente al M5S ricorrono al Web come principale strumento mediatico e si dicono interessati a sviluppare strutture ‘orizzontali’ e paritarie, è sempre stata molto scettica riguardo alla Rete come veicolo di democrazia. È questa la conclusione a cui è giunto l’antropologo David Graeber, noto attivista politico:

Tanto per cominciare, tutti coloro con cui ho parlato mi hanno confermato che, benché Internet sia uno strumento utile per diffondere le informazioni, non lo si può usare per prendere decisioni. Conoscendo l’importanza del processo decisionale, è una limitazione di estrema gravità. Nelle mailing list degli attivisti si adotta uno stile di dibattito che per definizione non può condurre a decisioni collettive, e che per molti incarna tutto ciò che il processo decisionale orientato al consenso non dovrebbe fare3.

Il riferimento di Graeber al processo decisionale orientato al consenso, mirante cioé a integrare il punto di vista della maggioranza con le obiezioni delle minoranze, è particolarmente importante, soprattutto se lo scopo è la ricerca del bene comune. Limitare tutto a decisioni a maggioranza conteggiando i ‘sì’ e i ‘no’ finisce per sgretolare fatalmente la coesione interna creando più divisioni del necessario, formando un pensiero ‘ortodosso’ dal quale diventa sacrilego prendere le distanze, se non abbandonando definitivamente il gruppo: la democrazia degenera disgraziatamente in plebiscitarismo.

Insomma, per dirla alla Gandhi, la democrazia diretta sarebbe una buona idea. Tuttavia, un matrimonio con le piattaforme digitali in forme non adeguate rischia di trasformare un’utopia in una distopia foriera di grossi guai

 

 

1Serenna Danna, La democrazia va rifondata, Corriere della Sera 24 giugno 2013

2La rivoluzione che viene. Come ripartire dopo la fine del capitalismo

3La rivoluzione che viene. Come ripartire dopo la fine del capitalismo, 180

Igor Giussani

Sono interessato alle tematiche della società contemporanea, in particolare alla correlazione tra problemi sociali e ambientali.

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